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A Sipario d’inverno si ride con Feydeau

 

Acqui Terme. «La Dame de chez Maxime’s» è considerata a giusta ragione il capolavoro di Georges Feydeau, il più grande autore comico francese dopo Moliere, come ormai ritiene unanimemente la critica.
Caterina Costantini, con altri dodici attori, vuole far conoscere questa grande commedia, che unisce il comico puro alla satira della follia umana, al pubblico del Teatro Ariston di Acqui Terme. La commedia, con regia di Silvio Giordani, andrà infatti in scena giovedì 12 febbraio. Lo spettacolo, oltre che sulla qualità degli interpreti e del regista, sull’eleganza e sulla ricchezza dei costumi si regge anche sulla funzionalità della scenografia, elemento essenziale dell’azione teatrale nei testi di Feydeau.
«La Dame de chez Maxime’s» è uno spettacolo che esplode in un turbine di situazioni comiche, con quel ritmo inarrestabile e un poco folle che è la caratteristica del genio comico di Feydeau. Ma il gioco scenico è sostenuto da una satira fortemente graffiante e soprattutto dal ritratto memorabile della Môme Crovette, personaggio interpretato da Caterina Costantini, straordinariamente comico eppure di grande verità umana, con il suo amore per la vita, la sua intelligenza, il suo senso dell’umorismo.
L’attrice, dopo eccellenti prove come interprete principale ne «La Bisbetica domata» di W. Shakespeare, «Pigmalione» di G.B. Shaw e «Amori miei» commedia musicale di Iaia Fiastri, ha trovato nella Môme Crovette un personaggio assai congeniale alla sua recitazione estrosa, imprevedibile, intelligente.
Accanto a lei un gruppo di attori molto affiatati e reduci da successi. La regia è stata affidata ad uno specialista del teatro comico e del teatro brillante come Silvio Giordani.
Georges Feydeau (Parigi 1862 – Rueil 1921), è stato certamente l’artefice più geniale del vaudeville, il genere teatrale che nell’Europa della Belle Epoque segnò un’epoca spumeggiante e gaia. Feydeau si è anche dimostrato un profondo conoscitore del linguaggio, un perfetto costruttore di dialoghi, un incredibile inventore di meccanismi scenici, uno specchio relativo ad argomenti di sempre, la donna e l’uomo, la coppia, i malintesi, i tradimenti.
La commedia è una irresistibile girandola di battute fulminanti, di malintesi, che inizia quando l’inappuntabile e sposato Petypon, dopo una notte folle al chez Maxime, si trova nel letto di Crovette, appetitosa ballerina del Moulin Rouge, con la quale, ubriaco, ha trascorso la notte. La manifestazione teatrale, organizzata dall’associazione Arte e Spettacolo e dall’amministrazione comunale di Acqui Terme ha anche il sostegno del Consorzio di tutela del Brachetto d’Acqui Docg, della Comunità montana Alta valle Orba Erro e Bormida di Spigno, della cantina sociale di Alice bel Colle, della Cassa di Risparmio di Alessandria.
Allo spettacolo, come d’abitudine, seguirà un dopo teatro. La prevendita dei biglietti dello spettacolo viene effettuata presso il Teatro Ariston. (C.R.)

Invito a teatro

A lezione di Belle Epoque. Libri, saggi, immagini non sanno raccontarla quanto una commedia di Feydeau. E questo autore, che nasce nel 1862 manco a farlo apposta a Parigi (il luogo delle grandi esposizioni universali, dell’arte degli impressionisti, di Charles Baudelaire e dei suoi eredi), proprio per lo scoccare dell’ultima ora del secolo confeziona questa commedia brillantissima.
La dame de Chez Maxime’s, scritta nel 1899, ha per protagonista una figura - quella della “demi mondaine - intorno alla quale Feydeau cucirà più di un intreccio.
E l’abito sarà consono al momento, in linea con la grandeur francese: gli ingredienti originari sono spettacolarità, ricchezza delle parti (quasi a voler presentare scene di massa sul palco), fondali preziosi, curatissimi costumi e una articolata lunghezza (chi mangerebbe oggi a teatro?) per i nostri tempi difficilmente comprensibile, ma che era pienamente giustificata dalle funzioni “rituali” del Teatro ottocentesco, più che mai luogo d’incontro e discussione per la società bene.
Inevitabile riportare i testi a dimensioni più misurate (si è visto all’Ariston con il Riccardo III ). Certo, “in lungo” o “accorciato”, Feydeau rimane (e vuole essere) autore leggero.
Ma la “leggerezza” qui non sarà da confondere con la mancanza di un “professionismo” creativo.
Al contrario, i tratti di un geniale tecnicismo, di una propensione matematica finalizzata al riso emergono in questa commedia, congegno ad orologeria che non può che non attingere alla società borghese, alle sue passioni, ai suoi tic, ai suoi “balletti” che vorticosi ruotano intorno agli amori e ai triangoli, virtuali o reali, destinati a disfarsi e ricomporsi con incredibile velocità tra inganni e malintesi.
Nulla di più lontano dal nostro Pirandello: l’eredità è tutta transalpina, del maestro Moliere e poi del da noi poco conosciuto Eugene Labiche (1815- 1888) di cui ricorderemo quel Cappello di paglia di Firenze poi adattato per il grande schermo da René Clair (1927). E non guasta un leggero velo - solo una spolverata - di satira, che va ad insistere, di preferenza, sui costumi coniugali.
Ma ciò che più colpirà sarà il gusto per il garbuglio, per un intrico che sembra farsi profondo labirinto, ma che si fonda sulla battuta, sul lazzo, sulla freddura, in un ammiccante gioco con il pubblico.

La trama

Monsieur Petypon, dopo una notte di follie, si ritrova al mattino tra le braccia di Crovette, ballerina del Moulin Rouge. Nasconderla alla moglie, con l’aiuto dell’amico Mongicourt, sembra impossibile, ma, di trovata in trovata, quel prestigiatore della scena che è Feydeau riesce non solo a creare per la Crovette (Caterina Costantini, reduce da La bisbetica domata e Pigmalione ma anche dalla commedia musicale Amori miei di laia Fiastri), un ruolo angelico, ma perfino a portarla ad insegnare “belle maniere” parigine alle provincialissime invitate del castello di Membrole, dove è stata invitata ad un matrimonio come Signora Petypon.

La curiosità

La donna, anzi la femme, oggetto del desiderio nel sistema dei personaggi, eletta principale motore delle azioni, non riscontra però grande considerazione nei brucianti aforismi (genere ottocentesco per eccellenza) che Feydeau ci ha lasciato.
Tra questi uno davvero lapidario: “Quando una donna parla, è per non dire niente”.
Subito arricchito da un ulteriore: “Dunque, quando lei non dice niente, sta parlando”.
Sic dixit.

(G.Sa)

 

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