L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]

 

Pietro Ivaldi detto il Muto

 
Acqui Terme. Nel giorno in cui a livello nazionale, attraverso il quotidiano “La Stampa” (in collaborazione con Regione e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali) il giornalismo accende i riflettori sulla Gipsoteca “Monteverde” di Bistagno (Cfr. l’allegato Forme e Colori II), Ponzone organizza una giornata di studio in onore di Pietro Ivaldi, detto il Muto (Toleto, 1810 - Acqui, 1885).

Pietro Giovanni Ivaldi detto il MutoIl 2005: l’anno di Pietro Ivaldi, il Muto di Toleto

Sabato 20 novembre, presso il Centro Culturale “La Società” di Ponzone, il convegno -organizzato da Municipio Confraternita di S. Giacomo Maggiore di Toleto, con la collaborazione di INAC, Curia Vescovile di Acqui T., Pro Loco Ponzone, e il patrocinio di Regione, Provincia e Comunità Montana Alta Valle Orba, Erro e Bormida di Spigno - ha offerto la possibilità di conoscere in modo assai più approfondito una figura artistica che, con la sua produzione (distribuita dalla riviera ligure al casalese, ma soprattutto concentrata nei paesi del circondario acquese) contribuisce a determinare una sorta di “identità” artistica valida sia per le colline del Monferrato, sia per le terre “di confine” più prossime all’Appennino.
Dopo il 2004, anno dedicato alla figura di S. Guido, il 2005 sarà l’anno del “Muto”? Presto per dirlo, ma le premesse sembrano esserci tutte: uno dei momenti clou della giornata è stata, nel pomeriggio, la costituzione (con gli adempimenti formali di rito, da parte dei soci fondatori: Enrico Ivaldi e Luca Sarpero per la Confraternita, G.Piero Nani per la Comunità Montana, il sindaco Gildo Giardini e Andrea Mignone per il Comune di Ponzone) del Centro Studi dedicato a Pietro Ivaldi, che si occuperà non solo della pubblicazione degli atti di questa prima giornata di studio (dovrebbero uscire in primavera), ma che si incaricherà anche di raccogliere tutte le documentazioni (materiali iconografici, documentazioni d’archivio, articoli, saggi, lavori di ricerca universitaria) utili per pervenire ad un censimento dell’opera artistica e ad un esame critico di questo artista protagonista del nostro secondo Ottocento.
E se si aggiunge che anche l’Esposizione Internazionale del Presepe di Acqui offrirà uno spazio monografico alle Natività che questo nostro artista ha realizzato in zona (il progetto è stato illustrato dal prof. Arturo Vercellino, docente dell’ISA “Ottolenghi”, che proprio in questi giorni sta coordinando le riprese di una troupe televisiva), diventano molteplici gli indizi che sottolineano la vocazione artistica dell’anno che verrà. Nel nome del “Muto”, ma anche di Alessandro Viazzi (1872-1956) pittore che operò nella prima parte del XX secolo (noto per i suoi “cavalli al porto”, ma anche per le sue narrazioni delle “campagne piemontesi”, affreschista - come il Muto - a Ovada e Mombaruzzo) cui Ponzone dedicherà una mostra nella prossima estate.

"Muto fa presto"

Ancora una volta l’arte alla ribalta. Dopo le terze pagine dedicate a Cesare Balduzzi (“L’Ancora” del 10 ottobre) e alla pittura locale dell’Ottocento (Una pinacoteca degli artisti acquesi, sul numero del 24 ottobre), l’attenzione deve doverosamente andare a Pietro Ivaldi, pittore di cui M. Grazia Montaldo (storico dell’arte genovese) ha sottolineato la gradevolezza del risultato artistico, sempre piacevole, ma anche gli evidenti limiti. Formatosi presso l’Accademia Albertina di Torino (forse nella scuola del Biscarra), perfezionatosi a Roma, Venezia e Firenze (come si evince dal necrologio che “La Gazzetta d’Acqui” pubblicò in data 22 settembre 1885) ma anche attraverso un - non sappiamo se piccolo o grande - tour (e Silvio Pellico conobbe il nostro in viaggio nel 1830), Ivaldi da un lato si ispirò all’esempio dei grandi maestri (Botticelli, Raffaello, Domenichino, Reni, Leonardo, che andavano a comporre la memoria iconografica dell’Italia unita), ma dall’altro attinse anche all’esempio dei meno noti “piemontesi” Lorenzo Peretti (1774-1851: opere a Torino, Crodo, Novara e Domodossola, ma anche Costigliole d’Asti e Agliano) e di Vincenzo Revelli (1764-1835, ritrattista, specializzato nei quadri di genere e nella narrazione degli episodi storici, “pittore nazionale” durante la rivoluzione, attivo in chiese e palazzi di Piemonte e Liguria), “respirando” il paesaggismo di Pietro Righini, di Massimo d’Azeglio e di Luigi Reviglio, tutti attivi alla metà del secolo.
Una terza fonte d’ispirazione, tanto a livello formale, quanto a livello contenutistico, viene dalla tradizione locale.
Chiare sono le finalità di sussidio alla catechesi che l’Ivaldi manifesta con la sostanziale semplicità degli impianti.
La gestualità risulta marcatamente insistita e “popolare”, anche in rapporto con l’infermità (le mani incrociate sul petto, nell’alfabeto dei segni che l’Assarotti andava codificando a beneficio dei sordomuti indicano proprio la Vergine; ad Acqui un precursore in questa attività di apostolato fu Don Francesco Bracco, attivo dal 1829). Le posture rivelano una derivazione melodrammatica, divulgata oltretutto da appositi repertori: vale la pena ricordare che al tempo erano disponibili, ad esempio, le Lezioni di declamazione e d’arte teatrale di Antonio Morocchesi (1832) “professore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze” e il Prontuario di pose sceniche di Alamanno Morelli, docente presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano (1852); e allora non va neppure dimenticato il bozzetto monteverdiano Norma “in atto di invocare la casta diva”, come ricorda “L’Illustrazione Italiana” del 1883, pp. 286-288, all’indomani dell’inaugurazione del monumento a Vincenzo Bellini.
Si aggiungano le tinte decise, nette, indizio di una poetica non particolarmente complessa; il “tu per tu” immediatamente dialogante con il fruitore che mai si appesantisce di apparati simbolici concettuali, e anzi predilige scene piuttosto spoglie; la “velocità” nell’espletamento delle commesse. L’insieme di queste caratteristiche rimandano per via diretta all’esempio della cosiddetta biblia pauperum (la bibbia dei poveri analfabeti, che possono solo “guardare le figure”) e agli affreschi dei secoli XIV- XV che ignoti maestri lasciarono nella nostra zona seguendo le sollecitazioni delle devozioni popolari (Cfr. Tra gotico e romanico, Acqui 2004, e in particolare il saggio introduttivo alla parte pittorica curata da Carlo Prosperi).
Dunque un’arte rustica, un’arte di fanciulli, forse anche un po’ primitiva, da connettere anche al linguaggio degli ex voto: colpisce, nelle scene del Muto, la sostanziale ripetitività, con cartoni continuamente riutilizzati, la serialità delle forme che troviamo anche negli affreschi gotici e tardogotici (i santi taumaturghi, gli angeli musicanti che fanno corona all’Assunzione della Vergine, S.Michele che pesa le anime, visioni dei regni dell’aldilà).
Risulta tutto da investigare questo rapporto con la tradizione, ma è probabile che il legame sia piuttosto saldo [e, a proposito di angeli musicanti, proprio l’Oratorio del Santo Suffragio, a Ponzone, sulle volta in prossimità della cantoria, propone dal punto di vista organologico interessanti presenze: si notano richiami alla foggia dell’organo portativo così in voga nel basso Medioevo, all’arpa gotica e strumenti a corde, dalla forma sinuosa e orientaleggiante, che rammentano quei liuti e quelle ribeche che troviamo diffusi in tante pievi e cappelle disposte sulle strade dell’itinerario di S. Giacomo- ndr.].
Dunque, un po’ come capitava per il napoletano Luca Giordano (soprannominato “Luca fa presto”; a proposito: una sua Estasi di S. Teresa si può ammirare nella Parrocchiale di Ovada, insieme al ciclo del Muto), la Ditta Ivaldi sembra dovere il suo successo al binomio qualità / velocità, ma anche ai prezzi estremamente competitivi (è abitudine di Tommaso, cui è affidato anche il settore amministrativo della bottega, praticare “uno sconto” sul prezzo prima pattuito).

Le opere e il contesto

Nelle successive relazioni, che motivi di spazio invitano a riassumere, Luigi Moro ha passato in rassegna le emergenze del Ponzonese (non dimenticando di segnalare le continuità tra paesaggio reale e le scenografie naturalistiche delle opere), commentando un ricco corpus fotografico realizzato in collaborazione con Mario Cavanna.
Dopo la visita al Museo d’Arte Sacra (sito nell’oratorio prossimo alla Parrocchiale di S. Michele) di cui si è auspicata una prossima riapertura, consumato un gradito buffet (offerto dalla Pro Loco di Ponzone nella sua ospitale sede), relatori e pubblico hanno potuto ascoltare i contributi di Don Angelo Siri (su L’Archivio della Curia Vescovile di Acqui Terme), di Andrea Mignone (Ponzone nell’Ottocento) e di Enrico Ivaldi e Luca Sarpero (Il paese del Muto: vita a Toleto nell’Ottocento contadino).
E proprio quest’ultima relazione, dal taglio spiccatamente antropologico, ha cercato di rispondere ad un quesito che è sorto spontaneo nel ponzonese: perché Pietro Ivaldi, così attivo nei dintorni di Acqui e ad Ovada, non ha lasciato opere a Toleto, suo luogo natale?
Le caratteristiche stesse della comunità (120/130 anime intorno alle date del primo quarto del XIX secolo, la scarse risorse economiche bastevoli a stento al fabbisogno delle famiglie, e le stesse contenute dimensioni della chiesa di S. Giacomo) concorrono a rendere impossibile la realizzazione di un ciclo sull’esempio dei paesi vicini. (Altro discorso per quanto concerne gli oli, che potrebbero riemergere in qualche residenza patrizia, nelle dimore di quelli che erano un tempo i notabili del luogo).
Solo tra 1889 e 1890, quando il Muto ha da tempo terminato la propria esistenza terrena, con una spesa di circa novemila lire, la comunità di Toleto farà fronte ad imponenti opere edilizie atte tanto ad ingrandire il fabbricato e, soprattutto, a dotare il tempio di un nuovo campanile e di due nuove campane, intitolata a S.Giacomo e S.Giuseppe. Ed era davvero il massimo che poteva fare un paese povero e contadino, dove la trebbiatura del grano, la vendemmia o la macellazione del maiale costituivano le occasione di divertimento, dove carbonaie, castagne e funghi andavano a rimpolpare i magri bilanci che venivano dai campi e dall’allevamento.
Se la sera le storie si raccontavano nella stalla, proprio nella veglia avevano largo credito le leggende popolari legate alle visioni della “fisica”.
Accanto alla parola del dialetto, quelle della storia sacra contribuiva a costituire l’esperienza immaginativa: ma per quest’ambito essa era mediata non tanto dal latino dei parroci, ma dalle figure del Muto, assai più loquaci dei ministri della Chiesa. E pazienza se i dromedari e i cammelli di Pietro Ivaldi assomiglino scopertamente a dei cavalli con il collo più lungo. Nessuno avrà sollevato obiezioni (né poteva farlo, considerato il livello di scolarizzazione). Anzi forse, in cuor suo, l’osservatore sarà stato rassicurato da quella somiglianza che contribuiva a rendere così affine la stalla della Betlemme giordana a quella in cui ancora, nell’Ottocento, vivevano spesso insieme (specie d’inverno) uomini e animali.
E dire che sono passati poco più di cento anni ...

(Giulio Sardi)

Pietro Giovanni Ivaldi figlio di Giovanni e Annamaria

Chi è ”il Muto” Cenni biografici del Muto

Nato a Toleto di Ponzone, battezzato il 12 luglio 1810, Pietro Giovanni Ivaldi era figlio di Giovanni (di Tommaso) e Anna Maria. Risiedette in gioventù con la famiglia e il fratello Tommaso, decoratore, (nato il 1 ottobre 1818) ad Asti, per poi trasferirsi ad Acqui nella casa di Piazza del Pallone (oggi Piazza S. Guido, nei pressi di Vicolo Pace), al numero 14, nell’allora casa Debenedetti.
Qui il Muto, celibe, pose fine alla sua esistenza terrena il 19 settembre 1885; due giorni dopo avvenne la sepultura nel cimitero acquese (cfr. ASV, Atti di morte Parrocchia Assunta, n. 173, 1885).
Sterminata è l’opera di Pietro Ivaldi (forse affetto da sordomutismo dalla nascita, anche se altre fonti - e qui attingiamo alla tradizione orale - testimoniano che l’handicap fu conseguenza di un trauma subito in gioventù); egli con l’aiuto del fratello (†1897) e dell’ ornatista lombardo Giuseppe Ferrari[s, talora], e poi negli ultimi anni del genovese Gio Batta Buffa, operò nella cattedrale di Acqui, nel santuario della Madonnina, nelle Parrocchiali di Ovada, Molare, Visone, Trisobbio, a Cassine, nelle chiese di Ponzone e dell’Ovadese, ma anche nell’astigiano (Bruno, Mombercelli, Nizza, Incisa Scapaccino), nel Vercellese, nel Casalese, nella Lomellina, nella vicina Liguria e, sembra (ed è una notizia che abbiamo appreso proprio mentre ci apprestavamo ad andare in macchina) anche in Francia.
Noto nel ristretto ambito locale come pittore di affreschi di committenza sacra, Pietro Ivaldi si dedicò anche alle tavole ad olio, che Luigi Moro (a lui si devono i primi studi critici sulla produzione del Nostro, con la pubblicazione di alcuni cicli) sta pazientemente inventariando visitando parrocchie e archivi. Pittore sostanzialmente sconosciuto in ambito regionale, il nome dell’Ivaldi non è citato nel recente Catalogo dei Pittori in Piemonte dal XIV al XX secolo edito dall’editore Giulio Bolaffi nel 2003, e nemmeno compare nel dizionario bio bibliografico di Rino Tacchella Alessandria Artisti moderni, uscito nel 1990 per i tipi delle Edizioni dell’Orso. Se fu Mons. Giovanni Galliano, nel 1985, proprio da queste colonne (cfr. “L’Ancora” del 10 novembre) a ricordarne il centenario della morte, in questi ultimi anni sull’Ivaldi hanno lavorato anche giovani ricercatrici formatesi presso l’Università di Genova. La tesi di laurea della Dott.ssa. Patrizia Altosole Il linguaggio dei segni e la pittura: un emblematico caso ottocentesco è depositata e consultabile presso l’Archivio Vescovile, mentre la ricerca di Sonia Vallani, volta ad investigare gli aspetti più propriamente stilistici, è in corso di ultimazione.
Un ultimo contributo pervenuto in redazione, infine, permette ora di presentare ai lettori de “L’Ancora” una vera e propria primizia: quella di tre oli dell’Ivaldi (da collezione privata), inediti, che raffigurano, rispettivamente S. Cecilia, il padre e la madre del pittore.

(G.Sa)

Le Natività dipinte da Pietro Ivaldi

Acqui Terme. Per l’edizione 2004, nell’ambito della Esposizione internazionale del presepio, che si terrà all’Expo-Kaimano dall’11 dicembre 2004 al 9 gennaio 2005, la Pro-Loco di Acqui Terme proporrà il “Natale del Muto”, un’analisi monografica, video e fotografica delle Natività dipinte nelle chiese della Diocesi di Acqui da Pietro Ivaldi, detto il Muto, pittore che ha lavorato e lasciato le sue testimonianze artistiche dal 1858 al 1885. Da alcuni giorni è terminata la fase delle riprese per trasferire su cassetta e su dvd immagini della migliore produzione del grande artista acquese dell’Ottocento.
Una raccolta denominata «Il Monferrato nei presepi del Muto» presentata su video, ma immagini verranno anche pubblicate su manifesti, numerati, che il pubblico potrà vedere in uno stand della esposizione presepistica acquese. Per l’opera del «Muto», relativamente a quanto di attinenza alla Natività, dipinta nelle nostre chiese, costituisce dunque una educazione alla riscoperta, una vetrina aperta su un grande artista acquese, sulla sua storia.
È appunto per rivalutare la vita d’arte del grande pittore acquese che la Pro-Loco ha inteso contribuire agli appuntamenti promossi per il Millenario della nascita di San Guido realizzando una trattazione su Ivaldi che ancora non esiste, da far vedere durante l’importante e tradizionale manifestazione “Esposizione internazionale del presepio”. Un avvenimento che ogni anno riunisce all’Expo-Kaimano alcune centinaia di opere presepistiche. L’amministrazione comunale, valutato l’interesse della manifestazione, ha deliberato di patrocinarla. In prima fila è da segnalare la collaborazione offerta dalla Curia, dal vescovo monsignor Pier Giorgio Micchiardi per la realizzazione dei video nelle chiese. Video che vengono concretizzati da esperti del settore, da Lorenzo Zucchetta a Raffaele Marchese. Le immagini saranno accompagnate da brani di musica sacra, da un Ave Maria composta da Lino Zucchetta, cantante e compositore acquese che ha musicato una bellissima poesia di Arturo Vercellino, «Natale». Per la concretizzazione de «Il Monferrato nei presepi del Muto», così viene denominata la manifestazione relativa alla raccolta delle opere riguardanti il Natale realizzate da Pietro Ivaldi, è stato formato un gruppo di esperti, tecnici di vari settori, coordinato dal professor Arturo Vercellino, con l’architetto Carlo Traversa e il dottor Alberto Pirni, senza dimenticare il presidente della associazione organizzatrice dell’iniziativa, Lino Malfatto. Senza il concorso del Comune, sarebbe stato difficile realizzare l’avvenimento, da ricordare quindi l’interessamento del sindaco Danilo Rapetti e dell’assessore al Turismo Alberto Garbarino, quest’ultimo tra i primi a dichiarare interesse per la manifestazione. Senza dimenticare gli assessori Riccardo Alemanno e Daniele Ristorto. Notevole la disponibilità offerta dai parroci delle chiese in cui sono stati effettuate le registrazioni e i servizi fotografici. L’antica tradizione del presepio ha da sempre suscitato l’interesse di illustri pittori, i quali sono riusciti a leggere i diversi aspetti di questa tradizione che ha animato la cultura popolare. Ad Acqui Terme e nei Comuni facenti parte della nostra Diocesi, ha dedicato tanta parte della sua produzione artistica Pietro Maria Ivaldi, detto il Muto poiché, da ragazzo, un trauma lo privò della parola e dell’udito. L’artista frequentò l’Accademia Albertina, visse a Roma e a Firenze per lo studio dei grandi artisti del Rinascimento, sempre accompagnato dal fratello Tommaso, stuccatore e suo aiutante.

(C.R.)

 

Scrivi alla redazione

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]