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Bullismo alla scuola media "Bella"?
No, assicura il dirigente scolastico

 
Acqui Terme. L'esuberanza dei giovani studenti, la voglia di quelli più avanti nell'età di dimostrarsi "grandi" e "dominanti" nei confronti dei più piccoli e di quelli appena arrivati nel gruppo, è storia risaputa e ben conosciuta a chi opera nella scuola. La didattica, aiutata dalla pedagogia e della psicologia dell'età evolutiva, sa come affrontare questi argomenti.
Succede che capita qualcosa di diverso e di più grave, che viene sparato in apertura di giornali e di tv a livello nazionale, ed improvvisamente tutti cavalcano la notizia, associando casi "normali" ad avvenimenti fuori dell'ordinario, assimilandoli sotto un termine che fa presa sui lettori: bullismo.
Anche nella nostra città è arrivata l'onda lunga del fenomeno. Alunni della scuola media Bella sono balzati agli... onori della cronaca per "divergenze di opinione" fatte valere non solamente a parole, ma soprattutto perché alcuni genitori si sono rivolti ai carabinieri ed al sindaco per tutelare gli interessi dei propri figli. La notizia è rimbalzata sulle pagine dei quotidiani, è stata fatto oggetto di un'interrogazione comunale, insomma è diventata un caso.
Abbiamo voluto saperne di più ed abbiamo chiesto delucidazioni sulla vicenda al dirigente scolastico della scuola media Bella, dott.ssa Carla Maria Gatti.
"Ritengo opportuno - ci ha detto la dott.ssa Gatti - effettuare personalmente alcune puntualizzazioni a seguito dell'articolo comparso martedì 21 novembre su un quotidiano nazionale dal titolo "Scuola Bella, esposto contro il bullismo", in quanto le frasi, estrapolate dal contesto del mio discorso, da parte del giornalista, possono aver ingenerato qualche perplessità e confusione concettuale nel lettore.
A proposito degli episodi verificatisi fuori e all'ingresso della scuola media che dirigo, è proprio corretto usare il termine "bullismo"?
Preciso che tale terminologia è tecnica ed è usata da Dan Olweus professore di psicologia all'Università di Bergen (Norvegia), il primo studioso, agli inizi degli anni 70, a essersi occupato in modo sistematico del fenomeno: "Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni… l'azione del bullo nei confronti della vittima è compiuta in modo intenzionale e ripetuto… Per parlare di bullismo deve anche esserci uno squilibrio di forze, ossia una relazione di potere asimmetrico per la quale il ragazzo, esposto ai tormenti, evidenzia difficoltà nel difendersi".
Tale precisazione va fatta per differenziare il bullismo, che è esercitato subdolamente e non platealmente, da quello che è lo scontro tra ragazzi che, a questa età, si sfidano in un rito iniziatico di entrata nel mondo degli adulti, si cimentano in prove di forza che, talvolta, ma solo in casi estremi, possono preannunciare atti devianti che vanno denunciati all'Autorità competente, ma soprattutto, prevenuti con interventi educativi tempestivi.
Non si vuole sminuire quanto accaduto, ma ridimensionare i toni allarmistici e, soprattutto, togliere al problema una connotazione etnica. Mi pare importante sottolineare il fatto che se un litigio coinvolge un alunno straniero e uno italiano non significa che la convivenza sia impossibile, anzi tutt'altro: oltre il 10% dei nostri alunni proviene da paesi stranieri, con la presenza di diverse etnie e culture, ma la quasi totalità di tali alunni è bene inserita nella classe assegnata, non crea alcun problema a livello relazionale con i compagni e segue un regolare svolgimento dell'attività didattica.
La coesistenza di alunni di nazionalità diverse è in genere motivo di arricchimento per la classe e non una penalizzazione con accentuazione delle diversità.
L'intervento della scuola nel caso specifico si è sviluppato attraverso i contatti con le famiglie degli alunni interessati, l'organizzazione e l'attivazione di ulteriori strategie di controllo del fenomeno, il rinforzo dell'intervento educativo da parte dei docenti, il supporto del mediatore culturale, l'accordo con altre forze presenti sul territorio. Del resto nel Piano dell'Offerta Formativa sono presenti tre progetti rivolti all'integrazione e all'inserimento degli alunni stranieri: uno prevede il supporto del mediatore culturale, vero e proprio tramite tra la scuola e la famiglia, un secondo progetto di ampio respiro riguarda l'alfabetizzazione degli alunni stranieri ed un terzo la rimozione di situazioni di disagio attraverso mirate attività di recupero in piccolo gruppo, come previsto dalla normativa vigente.
La scuola del resto è lo specchio di una società, delle sue contraddizioni, delle sue difficoltà, dei suoi problemi, dei modelli imperanti. Perché l'azione educativa possa avere piena efficacia occorre però la sinergia degli interventi di tutte le istituzioni presenti sul territorio.
Sono state infatti anche poste le basi per un accordo di rete tra soggetti diversi quali famiglia, scuola, polizia municipale, carabinieri, assistenti sociali e polizia giudiziaria, al fine di avviare interventi condivisi, ma anche per concordare comportamenti relativamente unanimi, fatta salva la specificità di ciascun organismo, volti soprattutto al recupero e all'inserimento nella società di tutti gli alunni che evidenziano difficoltà".
Ricordiamo, per completezza di informazione, che L'Ancora a giugno di quest'anno aveva pubblicato una lettera in cui una famiglia extracomunitaria ringraziava pubblicamente la scuola per il lavoro svolto. (M.P.)

 

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