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È solo cassa integrazione per i dipendenti Ferrania

  Ferrania. L'accordo siglato la settimana scorsa presso la sede della Regione Liguria che consente il ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti dello stabilimento è visto da molti come un passo avanti per il futuro della Ferrania. Si continua a parlare di biomassse, fotovoltaico, superconduttori che farebbero pensare ad un rilancio dell'azienda.
E' scongiurato, almeno per il momento, lo spettro della mobilità ma la situazione sembra essere alquanto nebulosa. Perché il problema vero non è se alla fine si riesca a mettere insieme un qualche sistema produttivo ma piuttosto quanti addetti saranno necessari in una futura riconversione. Non si parla più di pellicole e similari, quindi, ma ciò che verrà dopo quale impatto potrà avere sul futuro occupazionale valbormidese già fortemente penalizzato?
In questi anni abbiamo visto un lento ma inesorabile degrado di questa storica azienda che un tempo dava lavoro a migliaia di operai.
Le assicurazioni del presidente della Regione Liguria Burlando sembrano non andare oltre ad un impegno da parte della regione affinché la Ferrania possa avere assicurato un futuro certo.
Quale futuro? Intanto si sta aspettando l'evolversi della situazione e in particolare si nutre qualche speranza sugli esiti del prossimo incontro che dovrebbe avvenire a Roma il 24 luglio prossimo. E questo ottimismo che stanno ostentando regione, comuni e gli stessi sindacati non si sa bene su quali basi si stia appoggiando.
All'inizio di quest'anno, un ex dipendente della Ferrania, Rocco Mitidieri, aveva pubblicato una sua opinione sul caso dal titolo impietoso "Requiem sulla Ferrania", che concludeva con queste significative parole: "Si poteva salvare Ferrania? Io penso di si, a condizione che si fosse riusciti a farla diventare un caso politico nazionale, perché Ferrania era un patrimonio unico nella sua specificità. Bisognava intervenire prima dello spin-off, bisognava avere la forza e l'autorevolezza necessaria a costringere 3M a trattare, a mettere a punto un piano di riconversione con l'obiettivo di salvaguardare professionalità, competenze e tecnologie dello stabilimento. Un'operazione di questo genere la si poteva fare solo con un tavolo di trattative ai più alti livelli di governo e sindacali. Invece si lasciò mano libera alla 3M, le si permise di trattare Ferrania come una colonia, spremuta per 30 anni e poi scaricata un attimo prima di diventare un problema ingombrante, nell'indifferenza più generale. I nostri politici liguri erano troppo impegnati a pianificare la cementificazione delle poche aree ancora libere del nostro litorale, per potersi interessare delle sorti dell'azienda più grande della Liguria. Il caso Ferrania arrivò a Roma quando i buoi erano già scappati da un pezzo; quando si era in piena emergenza occupazionale ed il problema era solo italiano. L'ultima tappa di questa funesta via crucis la sta scrivendo l'attuale cordata guidata dall'ing. Gambardella. E' chiarissimo che a loro interessano solo le aree, dello stabilimento non sanno che farsene".
Forse è proprio questo nocciolo della questione, sufficiente per spegnere ogni forma di entusiasmo. Non si può ancora scartare l'ipotesi che chiunque sia interessato alla Ferrania sia in effetti interessato ad avere a disposizione ampi spazi per lo stoccaggio merci. Niente da eccepire, ma a queste condizioni rimane difficile pensare di poter mantenere o aumentare gli attuali posti di lavoro. (PP)

 

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