Acqui Terme. Cartellone di notevole interesse, per la Stagione teatrale acquese 2007/2008 "Sipario d'inverno". Ci riferiamo alla rappresentazione di "Jacques", di Eugene Ionesco, in programma al Teatro Ariston di Acqui Terme alle 21,15 di giovedì 17 aprile. Lo spettacolo, presentato dal Teatro tascabile associazione culturale, vede in scena Massimo Novelli, Ilaria Ercole, Maurizio Novelli, Ada Cavino, Giulio Ghè, Lella Vairo, Luciana Mirone, Enzo Bensi e Giuliana Russo.
Scritta nel 1951, Jacques, ovvero la sottomissione, rappresenta la commedia del rifiuto radicale della condizione umana. È la presunta normalità della famiglia ad essere vista in una lente deformante che ne rivela la vuotezza di significato, attraverso la rappresentazione. Tutti i personaggi della famiglia mirano infatti a piegare la volontà ribelle di Jacques che non ascolta nulla che appartenga al credo borghese: dalle patate al lardo alla ragazza che gli viene proposta per moglie.
Invito al teatro di Eugene Ionesco
Acqui Terme. Ma è proprio così "assurdo" il "teatro dell'assurdo"?
Si cita Eugene Ionesco (che nasce nel 1909, dunque prossimo è il centenario) e viene in mente la Cantatrice calva, La lezione, Il rinoceronte, tutte scritture comprese tra 1950 e 1960, e soprattutto quella dizione - teatro dell'assurdo - in cui si concentra una poetica. Ma fose si potrebbe dire anche una filosofia.
Una dizione, certo, fortunata che vale anche per Jacques, ovvero la sottomissione (la cui redazione è - tra l'altro - sostanzialmente contemporanea ai drammi precedentemente citati), l'allestimento che "I Tascabili" portano sul palco acquese.
Il problema è quello della mancanza della libertà. Centrale in Ionesco, così come in Pirandello (Mattia Pascal che "evade", che complice il caso si ritrova addosso una nuova identità), e in Kafka (Il processo ma soprattutto La metamorfosi di Joseph K.). In Ionesco gli stessi disagi, gli stessi dubbi dell'uomo contemporaneo che troviamo in Samuel Beckett.
Del resto basta ricordare che Ionesco (francese da parte di madre, ma rumeno per via paterna) in Romania visse a tempi delle Guardie di Ferro di Codreanu, capaci di attuare una versione del fascismo non meno convinta rispetto alla nostra ("Lo Stato è tutto, tutto all'interno della Stato, niente al di fuori"). Ma i problema della libertà non è solo un problema politico (la destra e la sinistra, talora, giungono a non differenziarsi: non è che con Ceausescu in Romania andrà meglio). E' anche un problema - quello del libero arbitrio - che ha a che fare con la società, che investe il problema delle convinzioni borghesi da cui non si può, non si deve derogare.
E il primo microcosmo, il più semplice, è la famiglia.
Alla ricerca di un filo logico
E allora la farsa di Ionesco si può intendere come una Jacquerie mancata, ricordando proprio - con tale definizione - quelle sollevazioni che in Francia interessavano i contadini.
Si aggiunga che "fare il Jacques" significa anche comportarsi da tonto, e il cerchio sarà prossimo alla chiusura.
Da una parte Jacques figlio (che è l'acquese Massimo Novelli) - il ribelle, dapprima, poi il sottomesso, la vittima - e dall'altra Jacques padre (che è suo fratello Maurizio), Jacques madre, Jacques nonno e nonna (rispettivamente "centageneto" e "ottogenica"). Poi interviene la famiglia Roberte, padre (Enzo Bensi) e madre, e poi una figlia unica - però capace di sdoppiarsi, un procedimento che per Ionesco è tipico - oltretutto "frivola leggera e intellettuale". Un'ora e venti di rappresentazione che è poi una sorta di assedio, non alla città medievale, ma all'uomo. Al giovane Jacques che tenta di resistere, ma invano.
L'attacco è in medias res. Il sipario si apre è si è già nel bel mezzo della vicenda. I Jacques intorno al loro pupillo che "si rifiuta". Ma di far cosa? Di mangiare "le patate con il lardo". Il simbolo di una vita borghese.
E' una guerra senza esclusione di colpi, che fa leva sui sensi di colpa. E che è soprattutto una guerra di parole, che trova riflesso in una massima - "O parole, quanti delitti si commettono in vostro onore", che vale la pena di estrarre e di segnalare (è un adattamento di una massima di Madame Roland, che inizialmente aveva per oggetto la libertà).
Da una parte si mescolano falsità allettatrici e crude verità (Jacques è detto "allevato in una famiglia di sanguisughe da vero aristocratico"), dall'altra si percorre la strada di un insolito linguaggio che si basa sul non sense, su enunciazioni ossimoriche che uniscono gli opposti, sulla deformazione lessicale (e qui va dato atto della notevolissima traduzione italiana di Gian Renzo Morteo).
Ecco la madre "Sono stata il a curarti, ad addomesticarti, a insegnarti a progredire, trasgredire, rincretinire; ecco il pater familias che grida "Ti detesto e ti escremento", ecco la confessione di una "completa disperazione a metà", ecco la filastrocca del nonno - Sopra la panca..., che innesca una vorticosa deriva: "Sopra la campa... sopra la bianca... sopra la stanca...la capra bianca va nella pampa".
Materia vs spirito
A ben vedere la piece replica due volte l'assedio: Jacques capitola una prima volta quando si sente dire - perfidia di sorella - che è "cronometrabile" (il riconoscimento di una finitezza), una seconda dinanzi alla seduzione di Roberte, una scena che sembra rifarsi, per ammissione dello stesso Autore, all'Educazione sentimentale di Flaubert, "che mette in ridicolo i luoghi comuni".
Ancora una sposa in palcoscenico (con tanto di velo bianco: dopo quella di campagna di Remmert e Ragagnin; dopo il Matrimonio di Barillon a Bistagno). Ma nessuna gioia. Sono evocate immagini di fango, di sprofondamento, di coperte inzuppate, di capelli grondanti, le braccia sono simili a bisce... C'è il rifiuto del determinismo del corpo, la condanna delle brame, per contrario l'aspirazione al senso di purezza, gioia e spiritualità.
Ancora una volta un dualismo tra luce e fango, tra evanescenza e pesantezza; l'orizzonte metafisico è il fine.
Cronologia e curiosità
Jacquese o la sottomissione è stato rappresentato per la prima volta a Parigi, al Teatro de la Huchette nel 1955, con la regia di Robert Postec e le scene di Jacques Noel. Tra le curiosità da segnalare la maschera della fanciulla seduttrice Roberte (detta Roberte II nel copione, clone della figlia unica) che si ispira alle ricerche sulla tridimensionalità di Picasso e offre allo spettatore tre nasi, tre bocche, tre volti e quattro occhi, mostruosa e nello stesso tempo bella quanto una divinità dell'estremo oriente.
Tra i primi teatri a rappresentare Ionesco (e Jacques) "La Borsa di Arlecchino" di Aldo Trionfo di Genova nel 1958. (G.Sa)