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Giampiero Nani e Maria Clara Goslino
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Montechiaro d'Acqui. Lezione di dialetto e di poesia con Giampiero Nani, lunedì 7 aprile, nel tardo pomeriggio alle Elementari "Saracco" di Acqui.
Oltre una quindicina gli allievi del corso dedicato al Piemontese - e organizzato dal Centro Studi Piemontesi con il Concorso della Regione - per una lezione che era dedicata a "Poesia e territorio".
Lode al dialetto
"Una lingua deve la propria eleganza alla ricchezza dei suoi mezzi espressivi". E ancora. "Se perdiamo la ricchezza di una lingua, diventiamo incapaci di pensare, o di elaborare i nostri pensieri".
È curioso riflettere su come questa frase, che Pietro Citati scrive su "La Repubblica" proprio lunedì 7 (fondo Non uccidete l'eleganza del punto e virgola) si attagli perfettamente alle parole di Giampiero Nani.
Si perché, per lui, i versi son metro di vita. Nel senso che la poesia non è disgiunta dal quotidiano. Non è forma d'arte "artefatta". Non è "una cosa da teatro", che nasce a tavolino. Non è vernacolo "da commedia da ridere", né roba da premio di poesia. Non è artificio (si pensa in italiano e poi si traduce: non va bene). Ma tutto nasce spontaneamente. Nel segno dell'identità del territorio, della naturalezza, della semplicità. Di un unico pensiero.
Basterebbero già queste poche righe per far di Giampiero Nani un poeta anomalo.
Per sovrammercato c'è la consistenza "orale" della sua poesia, custodita dai cassetti della memoria ("tutto sta nel ricordare l'inizio, poi i versi vengon uno dietro all'altro", confessa dinanzi alla classe).
Dunque una poetica "antica" sta alla base di una produzione che, ormai, è vecchia di buoni 45 anni. "Quando avevo venti o trent'anni era impossibile comunicare poesia", ma allora il dialetto viveva tempi di splendore. "Ma io non parlo al passato": la mia poesia è la risposta al presente, è la risposta al concetto di vita vissuta. Non è una poesia elegiaca, dei bei tempi andati, ma di impegno per oggi e per dopodomani".
Mai avevamo sentito Nani parlare così generosamente intorno alla sua produzione, che viene largamente esibita. Vengon proposte liriche sulla nebbia che scompare, nei dolci modi in cui la donna si sfila il cuten (la sottoveste), le colline che finalmente si svelano.
Ecco poi Di là da na pianca, con cui si entra in un mondo piccolo in cui granè, curt e era, canva e abergh, stòla e pulé diventano grandi monumenti della civiltà contadina.
Nani è un maestro fortissimo: quando disegna sulla lavagna la piccola cartina geografica della sua infanzia, o il grimet (o grumet) che imprigiona la chioccia ma lascia liberi i suoi pulcini (ma poi ammette che lì ci finì anche lui marmocchio).
O quando simula di strisciare i piedi nella polvere dell'infanzia.
O quando ricorda i tempi di un calendario agricolo dimenticato: battitura del grano; battitura della meglia, i bimbi a pestare antl'orbi,così le croste alle ginocchia guariscono prima, e poi l'ultimo taglio, povero, di medica mescolato con la paglia, che trova accoglienza sulla cascina.
La lezione procede poi a due voci quando Maria Clara Goslino presenta un piccolo trattato dedicato alle castagne. Consumate fresche (e allora son rustie, buìe o plòie), o preparate per la lunga conservazione (seccate nell'abergh, detto anche scau, oppure affumicate nel camino, rugose e dunque dette vecchiette).
Tempi lontani di commercio intenso delle castagne bianche, perché "a San Martino una castagna buona vale un quattrino".
Tempi lontani in cui anche l'acqua sporca dei piatti (le fogli di fico per sghiré) vien bene per i maiali, basta aggiungere in poch ed bren (ecco la zutta).
Ora si procede per aneddoti ("l'unica poesia che ho fissato su carta, consegnata a mani femminili, è andata perduta"), ora toccando il nervo scoperto della scrittura. Per Nani un non problema, la cosa importante è avere il "sentimento della poesia".
Mondi (in parte) dimenticati
Che Nani mostra parlando di fiere e balli a palchetto, mercati e mediatori, giostre e piste da ballo. I banchi con turòn, pateca e ghiaccio. Ecco le cronache contenute in una lettera al fratello soldato, ecco la celeberrima Tiritera della bella rizulera, che alla fine se ne va a braccetto con il suo biondino.
La sorpresa è una poesia - Il segreto del rosso - che è in lingua italiana e che è stata composta a vent'anni.
E il repertorio delle immagini è davvero affascinante: il vento che suscita onde nel fieno, il crepitio del picchio, le serpi in amore intrecciate, la volpe in trappola, la pietra grigia, due pecore e un cane, il fumo nel bosco, la volontà di aderire alla terra, di distendersi, la sensazione di aver nulla da fare e di ogni cosa sapere.
E già: per il contadino è facile sapere sempre, nell'oscurità, dove il sole andrà a sorgere; cogliere dagli indizi i segni della siccità ventura, o dell'acqua imminente.
Tradizioni di generazioni, un accumulo di saperi - la nostra era gente "che sapeva fare il becco all'uccello" - che ha creato una lingua larga, puntuale, precisa.
"Agile, flessibile, ondulato, melodico, colorito": gli aggettivi di Pietro Citati per l'italiano.
Ma anche il dialetto li può a ben diritto, pienamente, rivendicare. (G.Sa)