San Giorgio Scarampi. Prosegue sino a tutto settembre, a San Giorgio, presso l'Oratorio di Santa Maria, la mostra calligrafica - coordinata da Anna Ostanello con la collaborazione della Scarampi Foundation - di due eccezionali artisti pakistani. Si tratta di Imran Ahmad e Jamshed Qaiser.
Il primo, figlio d'arte, si dedica alla calligrafia dal 1992 sviluppando negli ultimi tempi tecniche ad olio e acquerello che lo hanno portato alla aggiudicazione della medaglia d'oro (2004) nel Concorso Internazionale indetto dalla Pakistan Artists Guild (PCG) di cui è poi diventato anche segretario.
Ha tenuto mostre, oltre che nel suo paese, in Cina, Hong Kong e India.
Il secondo artista, già laureato in Gestione della Pubblica amministrazione, formatosi sotto la guida di insegnanti iraniani, dal 2002 si dedica interamente alla calligrafia. Ha esposto i suoi lavori a Karachi, Islamabad, Teheran e proprio quest'anno è stato nominato miglior calligrafo del Punjab.
Membro esecutivo del PCG, è insegnante di calligrafia e miniatura.
Tanto Imran Ahmad quanto Jamshed Qaiser lavorano a Lahore, già capitale dell'impero musulmano dell'India a partire dal XII secolo, e centro di grande tradizione spirituale.
Tra oriente e occidente
Dice giustamente Anna Ostanello, curatrice dell'allestimento, che religione e sapere, tanto in Occidente quanto in Oriente, sono strettamente collegati. La cultura passa attraverso la moltiplicazione dei testi sacri: le copie manoscritte dell'Antico Testamento, del Nuovo, del Corano, dei testi devozionali.
Poi ecco la xilografia, e la stampa con i caratteri mobili.
Ma, ovviamente, emergono anche le differenze.
Da un lato, da noi, una predisposizione alla manifestazione aperta, certe volte esteriore della Fede, attraverso una espressione artistica che non si fa problemi nel ritrarre non solo le figure dei Santi, ma anche il volto di Dio.
E Dio è anche parola sonora, certo invocata, talora abusata.
Ben diversamente accade nei paesi mussulmani, in cui la rappresentazione mimetica non è permessa, ed è semmai la parola - accompagnata a una vasta fioritura di abilità artistiche - a viaggiare dalle moschee, dai luoghi del sacro, verso le mura cittadine, nei fregi dei palazzi, verso i forti, nei più diversi domini di una società laica: nelle armi, negli abiti, nella più grande varietà degli oggetti domestici.
Dunque "il nome di Dio", la sua parola, i versetti divengono qualcosa di non molto diverso dalla Biblia Pauperum occidentale, che si riassume negli affreschi delle cattedrali e delle pievi, nelle vetrate istoriate, nelle rappresentazioni plastiche sui Sacri Monti.
La via contemplativa
Ma un'altra dimensione riguarda anche il modo di avvicinarsi al "Nome di Dio".
Nonostante la deprecazione di Babilonia "fondata sulle acque del caos", città di rumori e confusioni, che si contrappone al ricordo di Sion nel Salmo 137, e alla promessa di una Gerusalemme Celeste, la nostra liturgia, il nostro modo di pregare, di incontrare il Sacro predilige spesso - per tradizione - le forme esteriori, visibili.
In qualche modo materiche.
E questo - secondo l'opinione di alcuni - sottrae la possibilità di una intimità profonda con Dio.
"La parola Dio non può essere lavata da tutte le macchie, né può essere lasciata integra", afferma Martin Buber. "Questo, e tutte le complessità del linguaggio umano non sono comunque un ostacolo a contattarla in modo esistenziale e vitale, interiorizzare e infine oltrepassare. Ecco il silenzio del Nome di Dio". La meditazione.
"E il Nome è l'inizio della vera meditazione" - scrive il gesuita Mariano Ballester (Verso l'altra sponda, Edizioni Paoline, 2000) che ormai da trent'anni guida corsi di preghiera e di meditazione profonda.
Nel libro poc'anzi citato, una decina di pagine non accolgono testo, ma immagini.
Immagini complesse. Ricercate. Destinate allo scopo impossibile di rendere l'ineffabile.
Lo stemma raggiante IHS, che quasi ricorda i disegni mandalici con i suoi cerchi concentrici, grandemente divulgato da Bernardino da Siena e poi adottato da Sant'Ignazio di Lojola. Il tetragramma rivelato a Mosè (senza le vocali poiché la pronuncia del Nome di Dio era segreta, permessa solo al sommo sacerdote durante la festa del Yom Kippur). Il nome di Allah nella tradizione islamica o nella variante di una calligrafia araba che significa Così Dio vuole; o OM, il primo mantra (parola sacra) della tradizione Indù.
A prescindere dal significato artistico (e dunque dalla percezione delle bellezza), e da quello storico-culturale (ma non è questo il momento per soffermarsi sulle evoluzioni degli stili, dal kufi così simile negli usi alla capitale romana, al naikh, al taliq, al ruolo di personaggi come Ibn Muqla e Ali Tabrizi), l'esposizione e il colle di San Giorgio riportano alla memoria una pratica di spiritualità - riscontrabile appartata, sottotraccia - che attinge alla "preghiera silenziosa del cuore".
Che coinvolge Santa Caterina sul Sinai e il Monte Athos, Sangiovanni Climaco e Gregorio Palamas, l'autore anonimo del XIV secolo de La nube de la non conoscenza, e ai nostri giorni il monaco benedettino John Main e il suo successore Laurence Freeman.
Ma è proprio in questo approccio che la Fede dell'Oriente e quella dell'Occidente si ritrovano più vicine. (G.Sa)