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Sette giovedì in Biblioteca con Alessandro Manzoni

 
Acqui Terme. Si comincia. Anzi si ricomincia. Dopo le tre cantiche dantesche, le escursioni nei territori futuristi e un itinerario antologico dedicato ai principali autori della letteratura nostrana tra Otto e Novecento (da Foscolo a Montale, passando per Carducci, Pascoli e D'Annunzio), le letture sceniche proposte nella Biblioteca Civica affrontano ora "il romanzo" per antonomasia del XIX secolo. Largo dunque a questa riduzione, attesissima e impegnativa (una dozzina di prove in carniere negli ultimi tre mesi dell'anno), articolata in sette sere. In sette giovedì (ore 21), ed esordio fissato - sotto l'insegna de Questo matrimonio non s'ha da fare! [né domani né mai] - il 15 gennaio. Quanto ai protagonisti, davanti e dietro le quinte, volti (e voci) conosciuti, e altri all'esordio. Sul piccolo (ma sembrerebbe unico, in assenza di una stagione teatrale) palco della sala lettura si alterneranno (ecco la vecchia guardia) Enzo Bensi, Ilaria e Monica Boccaccio, Massimo e Maurizio Novelli, Elisa Paradiso, Eleonora Trivella, e poi Alberto Calepio, Felice Cervetti, Maria Grazia Cirio, Carla Delorenzi, nuovi acquisti della compagnia.
Come di consueto di Enzo Roffredo l'ideazione, l'organizzazione e la scelta dei testi, con i commenti introduttivi affidati a Carlo Prosperi, le illustrazioni grafiche di Erika Bocchino e il coordinamento del direttore della Civica Paolo Repetto.

Invito alla prima sera manzoniana

Sono le cosiddette vicende borghigiane ad occupare i primi otto capitoli del romanzo, cui è premessa una introduzione che rappresenta certo uno scoglio non facile (esordio nella lingua del Seicento; poi temi di poetica e metaletteratura) ma la cui lettura si può anche rimandare nel tempo.
Anche il primo capitolo dà l'idea di una macchina pigra che si appella alla pazienza del lettore. In genere a scuola non incontra grande apprezzamento la descrizione del ramo di Como e del territorio di Lecco, ma non c'è che da inchinarsi alla sapienza registica di Don Alessandro che dirige le riprese di una telecamera che, dopo uno sguardo d'insieme dall'alto, si sofferma sui particolari (i monti, le riviere, i fiumi e i torrenti, per giungere poi alle città a e alle strade) giunge ad inquadrare il primo dei protagonisti: Don Abbondio. Che, passeggiando, torna alla sua canonica, buttando verso i bordi della strada i ciottoli che a lui fan da intralcio.
Da un gesto banale, il carattere. Siamo alle ore prossime al tramonto del 7 novembre 1628. Un inizio che è patrimonio universale: l'avvistamento dei bravi, gli strenui tentativi di evitarli, un colloquio deferente con i ribaldi e il nome di Don Rodrigo "come un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti e accresce il terrore". Ma ancora una volta la macchina narrativa è ritardata della citazione delle gride che dovrebbero estirpare - ma è tutto vano - la malapianta della braveria (ma crediamo che proprio questi momenti - narratologicamente di pausa - siamo i primi ad essere stati sacrificati nella edizione acquese).
Denso di indicazioni questo primo capitolo: che ci suggerisce una prassi narrativa che vedremo poi più volte utilizzata: il personaggio cammina, e il narratore ce lo presenta.
Capita per Abbondio, capiterà per Cristoforo (con il cap. quarto). Intanto tiene compagnia al lettore la paura di Abbondio, poco confortato da Perpetua."Le schioppettate non si dan via come confetti!"
Dal capitolo secondo la storia prende il volo, dominata dall'azione: ecco Renzo, filatore e massaio, in canonica, prima sottomesso e paziente, poi ribelle; ecco la corsa alla casa di Lucia, il cui ritratto è sicuramente il più convenzionale di quelli sin'ora proposti. Rimanda infatti agli esempi del Parini, del Foscolo e del Werther di Goethe. Oltre alla modestia un po' guerriera tipica delle contadine, oltre alla descrizione dell'abito approntato per la cerimonia (ovviamente annullata) è per il momento difficile mettere a fuoco il personaggio.
E qui si apre una doppia ipotesi. Forse questo capita in ossequio allo storicismo (i ruoli maschile e femminile, nei Seicento, sono assai diversi; dunque diversa è la visibilità); ma forse non dobbiam dimenticare che Lucia è donna dell'ideale (dei rapporti verticali con il Cielo), mentre Renzo è più legato alla concretezza, ai rapporti orizzontali.
I capitoli 3 e 4 sembran star lì a mostrarcelo: il primo dei tanti viaggi di Renzo (che coltiva di qui in avanti l'idea dell'assassinio del potente) è verso lo studio dell'Azzeccagarbugli (sarà un tipo da poco, ma propone una frase illuminante: "a maneggiare la legge nessuno è innocente nessuno è colpevole"); Lucia, invece, si affida al conforto del suo confessore, Cristoforo che tiene ora il campo tanto nell'ampio flash back dedicato alla sua giovinezza (Lodovico protettore degli oppressi e vendicatore dei torti; il delitto in strada e l'entrata in convento; il pane del perdono), quanto nelle spettacolari scene del pranzo presso il palazzotto di Rodrigo (trionfo del costume spagnolesco) e del colloquio con il feudatario. Ed è qui che probabilmente si arresterà la prima puntata. (G.Sa)

Andare a "veglia" coi Promessi Sposi

Acqui Terme. "Prima dell'ultima guerra, in ogni casa delle nostre Langhe, alla sera, si celebrava il rito della veglia. Per tutto l'inverno. Grosso modo dai Santi fino a Pasqua".
Così esordisce nella prima pagina della sua ultima opera, Storie di Masche (Araba Fenice) Maria Tarditi.
Ma quello che vigeva per Monesiglio e Cortemilia, Castino e Prunetto, anche da noi aveva validità. Si vegliava anche sulle colline del Monferrato. Nella città della Bollente (e ce lo ricorda il libro di Enzo Parodi sulla Pisterna). La lettura dei Promessi Sposi in Biblioteca un po' ricorda quell'antica usanza. Una riunione di persone in ascolto, ieri. Una riunione di persone in ascolto, oggi, ma con ruoli più nettamente definiti (attori e spettatori non sono intercambiabili). Ma un secondo aspetto avvicina le due esperienze tanto lontane. Maria Tarditi, quando enumera gli argomenti di discussione nelle stalle o nelle cucine (le "nuove" dei bricchi, il tempo, la luna più giusta per imbottigliare, funghi e trifure), sottolinea come le storie delle masche e le storie che coinvolgevano le anime del Purgatorio fossero le più ricorrenti.

"I promessi": una storia gotica?

Per accedere al mondo dei Promessi Sposi si può cominciare - sembra strano, ma è così - anche da questi due argomenti. E non è un caso che i manifesti e i cartoncini pieghevoli della rassegna manzoniana acquese riprendano proprio una celebre immagine che si deve al Gonin. Don Abbondio (di spalle) che si avvia alla "svolta" più importante della sua vita.
"La strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia di un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura; l'altra scendeva nella valle fino ad un torrente".
Sarebbe interessante ragionare sulla interpretazione simbolica che le Etimologie di Isidoro di Siviglia propongono a proposito della lettera appena citata (e in particolare sui bracci superi, con il destro che conduce ad vitam beatam- il Paradiso, e il sinistro ad labem interitumque - la perdizione eterna) ma il discorso porterebbe troppo lontano. Vale la pena però ricordare il soggetto delle immagini tabernacolo che nasce dalla riunione dei muri interni delle viottole: "certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, che nelle intenzioni dell'artista e agli occhi degli abitanti volevan dire fiamme […] e cert'altre figure da non potersi descrivere che volevan dire anime del Purgatorio".
Ecco un tema prediletto dal Seicento, che torna non a caso nella pittura di Giovanni Monevi visonese e della sua bottega.
Che le anime - e queste in particolare - poi potessero "errare" era perfettamente comprensibile per il popolino.
Ma a ben vedere questi aspetti del "soprannaturale" (certo per ingenui, per analfabeti, per gente "di piccolo affare") sono trasversali a tutta l'opera.
E' una paura irrazionale a percorrere sottotraccia i primi capitoli: si può partire dal verrà un giorno di Cristoforo, ma poco dopo ecco che le Masche fanno la loro immancabile comparsa. Per i bravi, in previsione del rapimento (fallito) della notte degli imbrogli, quartier generale diventa la casa in fondo al paese di Olate, quella bruciata, quella abbandonata, "e ora ci vanno le streghe - dice il Griso al suo padrone - ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani son pieni d'ubbie…".
Anche qui sorvoliamo sull'ambiguità (l'armato servitore crede alle masche o no?; quello che è certo che voglia distinguersi dai bifolchi del paese) e proponiamo, invece, al lettore un gran balzo.
Verso il cap. XVII.
Prossimità dell'Adda. Notte. "Nella mente di Renzo cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino…", ecco il nostro che prega, per tenere a bada "quell'uggia, quell'orrore indefinito". Gli alberi che vedeva in lontananza gli rappresentavano figure strane, deformi, mostruose". I rumori, un ribrezzo crescente. E poi, ancora, il nostro ragazzone che "era per perdersi affatto", ma atterrito, più che d'ogni altra cosa, dal suo terrore".

Renzo narratore

Abbiamo provato a cogliere qua e là alcune indicazioni. Ma sentiamo ora il bisogno di tornare "alla veglia". Immaginandoci un Renzo dunque narratore "per minuto", conformemente a quanto scrive Manzoni nel capitolo XXXVIII (che è poi quello finale).
"Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure". Ma dove? Quando? Lo scrittore milanese non lo dice ma è facile immaginarlo. Una sera d'inverno "a veglia". Una cucina. Il camino - o la stufa accesa - che scoppietta. Una bottiglia e i bicchieri sulla tavola, con noci e mele, o patate cotte sotto la brace. L'oculata parsimonia dell'ospitalità contadina. Gli uomini sulla panca dietro la stufa (tra cui l'Anonimo); le donne sulle sedie di paglia a cucire. Tutti in ascolto. Che storia quella del filatore di seta! G.Sa

 

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