Maranzana. Sotto le Feste è uscito dai torchi, ed è stato distribuito in dono alla popolazione, il libro Maranzana
per non dimenticare di Mario Bartolomeo Ottazzo.
Si tratta di un volumetto, di circa un centinaio di pagine, pubblicato per i tipi dell'Editrice Impressioni Grafiche di Acqui Terme, che - riassunte inizialmente alcune note storiche atte a presentare il centro astigiano - si articola poi, seguendo, ovviamente, un criterio alfabetico, in un vero e proprio dizionario.
Chiude l'opera una sezione iconografica, che - messe in luce le principali emergenze architettoniche e paesaggistiche - dà modo di apprezzare tanto alcuni capolavori dell'artigianato locale (gli splendidi battenti dell'ingresso dell'Oratorio dell'Annunciazione, con Gabriele con il Giglio, e dall'altra parte Maria meditante), quanto altre frettolose e assai poco filologiche opere di restauro (si veda l'esterno di San Rocco) compiute anni addietro, quando certi valori tradizionali tendevano ad essere dimenticati da una mentalità essenziale proiettata verso il progresso.
Ma anche questa "brutta" fotografia (specchio di una ricostruzione che ha badato solo alla praticità) è un segnale. E costituisce un merito per i curatori averla inserita: a marcare una distanza - che oggi è abissale - nell'approccio alla tutela di oggi rispetto a ieri.
Maranzana
per non dimenticare è stato finanziato dal Comune con l'intervento della Provincia d'Asti.
Ciau ciau dialetto
In copertina la torre del Castello. Siamo in Piazza. Donne sedute su un muretto basso. Poco nitida l'immagine, ma c'è da giurare che stiano lavorando (ovvero stiano "facendo niente" in quel particolare linguaggio, molto maschile, che associa il lavoro solo alla coltivazione dei campi o delle vigne).
Solo, in mezzo ad un bianco che sa di polvere e ghiaia, un uomo. In posa. Chi riconosce questa persona?
È il primo gioco in cui cimentarsi per i vecchi paesani.
Ma quell'immagine diventa, metaforicamemte, quella di un dialetto lasciato sempre più solo, e che ha bisogno di essere rinfrescato non più attraverso l'oralità (ormai impossibile; soffre addirittura l'italiano, senza congiuntivi, assediato dal semplicismo del lessico televisivo: sempre meno parole di corredo; e addirittura una lingua scritta condizionata dalle abbreviazioni dei telefonini), ma per mezzo di un repertorio.
Guardare il calendario diventa importante. Trent'anni fa, nel 1978, Luigi Vigorelli (dopo 10 anni di ricerche) dispensava per le stampe il suo ormai celebre vocabolario Acquese-Italiano, (poi ristampato nel 2000).
In occasione di questo anniversario "sensibile" Maranzana compie, attraverso Mario Ottazzo, un identico passo, pieno di significati.
Primo perché testimonia l'amore di chi ha scritto per la propria terra.
Secondo perché la varietà del dialetto nel Monferrato impone il bisogno di lessici particolari.
E qui i ricordi d'infanzia danno una mano.
Minima la distanza tra Ricaldone e Maranzana, anche se i centri appartengono a due diverse province. I prò d'Ariò come terra in condominio, ma non un confine netto. La cugina Teresa che era originaria delle "terre di là", ma che stava nel Borgo di Ricaldone, a quattro passi dalla nonna Genia, ci sorprendeva tutti dicendo "cl'era cuntenta d'esi turnoia a chè". Proprio così.
Pochi chilometri e la abituale ca, la casa, ovviamente, si trasformava in qualcosa di assolutamente esotico. Che induceva al riso (al pari del coniglio fatto d'ombre che Teresa era capace di far comparire sul muro della cucina).
E il passatempo (che proponiamo ai lettori) diventa - ovviamente - quello delle varianti.
Gioco non difficile, ma di pazienza, perché, purtroppo, tanto il Vigorelli quanto l'Ottazzo sono dizionari unidirezionali (dal dialetto verso l'italiano: sappiamo però che c'è chi si è divertito a "rovesciare" il dizionario acquese).
E dunque la canìso acquese (finale più chiusa in ù a Ricaldone) diventa calizu a Maranzana (dove in alternativa si può anche dire znis); la ssapa, chiara in riva il Bormida, si ombreggia nella sopa; sul gioco da bocce la rafa analogamente diviene rofa, e così via
Ma ovviamente, anche senza comparazioni, il diletto è sempre notevole. Perché qualcuno (e i giovanissimi quasi tutti) si saranno dimenticati che l'armancia vale la rivincita, che il rigudun è un ballo (ma danzarlo è pericoloso
), barcòn non ha a che fare con l'acqua, ma indica quelle stanghe che si infilano nei runcòn, i quattro pioli portasponde. E cosa sarà uno squaget? Cosa vale per fut o ghèrbula?
Lèggere contadino
E, allora, segnaliamo come assolutamente illuminanti per riconfrontarci con la civiltà di cascina che, solo cinquant'anni fa tutti potevamo avere a portata di mano, tre opere fondamentali.
Ecco la prima: Memorie di cose. Attrezzi, oggetti e cose del passato raccolti per non dimenticare, di Luciano Gibelli (volume in progress dal 1980; l'ultima edizione è stata coedita da Priuli e Verlucca e "La Stampa" nel 2004), una enciclopedia ricca di immagini e dettagliate descrizioni.
Quanto all'acquese, non può mancare il recentissimo volume di Enzo Parodi dedicato alla Pisterna (con le microsezioni dialettali che conferiscono un fascino particolare all'opera); ma se ci spostiamo in Langa il riferimento è Maria Tarditi, la cui opera (romanzi e racconti, da Pecore matte a Favole nere di bisnonna Pina) è pubblicata da Araba Fenice. (G. Sa)
Senza dimenticare i vini pregiati
Nel segno di mare e bosco la storia di Maranzana
Maranzana. Un paese adagiato su un mare di vigneti. E il mare doveva essere sentito dietro l'angolo, anche nel secolo XII, quando magari pochi l'avevano visto, ma paese marencanus poteva voler dire centro posto su una marenca, la via del mare.
Dunque, guardando alla storia, una predisposizione non solo per il vino, a dolcetti e moscati, ma anche all'acqua salata.
C'è dell'altro.
Maranzana è il paese di Giacomo Bove, per prima cosa. E da questo personaggio, salito alla ribalta negli ultimi anni grazie all'omonima associazione, comincia l'introduzione del libro Maranzana
per non dimenticare di Mario Ottazzo, e di qui cominciamo anche noi poiché il 2009 è l'anno del centenario di Poe.
E, allora, l'esperimento di lettura che si può condurre porta alla comparazione delle cronache di Bove e del Gordon Pym, che ci fa scendere, tra tempeste e ammutinamenti, atmosfere soprannaturali e spasimi tesi all'inverosimile, ai ghiacci dell'antartide.
Dal mare ai castagni
Poche pagine, quelle iniziali del volumetto, per tracciare le coordinate di una storia locale: i riferimenti sono ai Marchesi Ghilini feudatari, alla penna cinquecentesca di Aurelio Scassi (ma con tanti dubbi che devono essere sciolti), ma anche ai Boschi di Maranzana, buoni anche per i funghi e le castagne, che è poi un altro modo di denominare il Bosco delle Sorti (un nome da poema epico rinascimentale: non stupirebbe un giorno scoprire che di lì son passati anche Orlando paladino, la bella Angelica e qual eroe moro) che scende fin giù verso Cassine. E' questa la zona più settentrionale (e protetta) dell'area mediterranea in cui si diffonde l'Erica arborea.
Ma il bosco ci porta per via diretta al Medioevo, e allo sfruttamento - fondamentale per quella economia povera - di aree di gestione pubblico comunitaria, decisamente più ampie delle attuali (solo nel comune di Bruno, nel Settecento, il Bosco delle Sorti era vasto 453 giornate, cioè circa 153 ettari!). Nel corso dei secoli, infatti, l'opera incessante dei nostri avi ha trasformato la distesa verde che attorno al Mille doveva occupare senza soluzione di continuità l'attuale Monferrato: e sarebbe bello poter tornare indietro di due o tre secoli per vedere ancora, sulla collina, le strisce delle diverse fasce di coltivazione (non solo viti, ma anche campi, a grano e a maggese, orti) che non dimenticavano l'incolto.
Ovvero le terre "non roncate", che assolvevano a una funzione essenziale. Qui si poteva far legna. Qui era accessibile d'autunno "la farina dei poveri".
E dice qualcosa che l'estensione di tali aree, originariamente, non fosse calcolata in metri, ma "in maiali".
Ma veniamo alla storia. E leggiamo.
"Nel secolo XIII il Bosco Communis comprendeva territori a mezzodì della strada della valle del Cervino, ad occidente dei Boschi di Mombaruzzo e a settentrione del rivo del Ghisone" ed altre località quali Boscum Odofredi, Boscum Anglesii, Tabulata de Castagnolis, Roca Caudroni oggi non tutte localizzabili con sicurezza.
Lo sfruttamento delle risorse forestali, di cui è preziosa testimonianza il Libro dei Convocati per il sorteggio dei legnami attualmente a Torino, è stato per altro oggetto di contese in particolare tra le comunità di Bruno e Mombaruzzo e quelle vicine, Cassine in particolare, con cui venne stipulato un accordo nel 1247, ma anche con quelle di Maranzana, Quaranti, Castelletto Molina, Fontanile.
Tali contese ebbero termine nel 1599 quando una sentenza arbitrale stabilì i confini delle terre appartenenti a Mombaruzzo lungo la riva del Rio Cervino.
Nel catasto figurato del 1794 sono censiti importanti presenze di castagni coltivati e una vasta foresta indicata significativamente quale luogo dei lupi.
Forse, dunque, a Maranzana si pregava la santa martire Emerenziana (sorella di Agnese) "per affinità" con il toponimo.
Ma di sicuro non mancava la devozione a San Defendente. (G.Sa)