Maranzana. Il volume dedicato, dal Comune e da Mario Bartolomeo Ottazzo, alla comunità di Maranzana Per non dimenticare e, soprattutto, dedicato al suo dialetto, ha riproposto all'attenzione dei lettori anche il bosco.
Sembra impossibile, ma certi luoghi sembrano destinati, con il tempo, a diventare, nella cultura locale, se non "invisibili" decisamente periferici.
Pensiamo al fiume: basta l'inquinamento per confinarlo in un limbo. È successo per il Bormida. Solo ora si scopre, ad Acqui, ad esempio, che passeggiare in prossimità delle sue rive potrebbe essere gradevolissimo. Non una novità.
Nell'Ottocento a Bormida si faceva il bagno. Si remava per diporto. Era parte viva della città.
È capitato al fiume un po' come, in passato, al diversamente abile. Che si finiva per chiudere in casa, e buonanotte suonatori.
Anche sulle colline la monocoltura ha fatto sì che, soprattutto nel Monferrato, la vegetazione dominante diventasse la vite.
E dunque sotto a spingere, è argomento d'oggi, affinché le vigne potessero diventare paesaggio dell'Umanità.
Una partita ancora aperta che può essere vinta a seconda dei modelli di filare che si vogliono proporre.
Togliete le aree infestate dai capannoni, quelle con viti "alte" e pali di cemento, e rimarranno francobolli di terreno.
Quelli coltivati dagli irriducibili, con ancora i salici da cui trarre i "guren", i vimini per legare, il canneto sulla riva, il melo, i peschi settembrini
E ci saranno pure gli immancabili filari stretti che nessun contadino moderno vuole più tra i piedi. E magari un pezzo d'orto.
Ma, quella, purtroppo era la vigna che esisteva - dappertutto - trent'anni fa.
Ma torniamo al bosco. Il volume su Maranzana ci ha fatto ricordare di una gentilezza del prof. Riccardo Rao (Università di Milano), nell'autunno convenuto ad Acqui in occasione di una giornata di studio organizzata dalle Comunità Montane del Piemonte- UNCEM e dedicato ai Collegamenti aleramici tra Piemonte e Liguria tra i secc. X e XV. Manifestato interesse per la sua relazione
Nelle terre del castagno: uomini e boschi nell'Appennino Ligure (da intendere in una maniera decisamente larga), avevamo ricevuto "in dono" la relazione con la possibilità di adattarla, per i lettori de "L'Ancora".
Che è quanto facciamo nelle righe qui a fianco. (G.Sa)
I boschi e il castagno nelle antiche pergamene
Maranzana. Medioevo. Sembra un tempo lontano. Sembra impossibile che le pergamene ci parlino di boschi. Ma non è così. I boschi sono spesso le terre comuni. Una risorsa fondamentale soprattutto per la povera gente.
Il prof. Riccardo Rao non manca di citare le fonti su cui basa le sue ricognizioni: i cartari delle abbazie cistercensi (Tiglieto e Rivalta Scrivia), quelle del monastero di Precipiano, e, soprattutto, le carte della Chiesa d'Acqui. E qui occorre ricordare la notevolissima opera di trascrizione operata prima dal Pavoni, quindi - più recentemente - dalla prof. Piana Toniolo.
Documenti che orano rivelano attenzione solo all'acquisto, ma talora anche alla gestione degli incolti.
Senza contare che dalla disciplina "dei nomi", la toponomastica provengono suggestioni concrete.
"Estesa presenza boschiva, dissodamenti, soprattutto nel fondovalle, e avanzata del castagno, su iniziativa umana, sono i tratti caratterizzanti dell'evoluzione paesaggistica fra XII e XIII secolo dell'Appennino Ligure. Nella toponomastica attuale è rimasta l'impronta di un territorio dominato dalle foreste. Ronco Gennaro (Bistagno), insediamento sorto nel XII secolo, rimanda in maniera inequivocabile alla lotta dei contadini contro l'incolto [e possiamo aggiungere anche Ricaldone, se l'archetipo, ovvero il modello primitivo fosse Runcus Aldonis].
Se Bosco [oggi Marengo - n.d.r.] segnala in maniera generica il suolo boschivo, altri insediamenti determinano con maggiore precisione le essenze esistenti: Carpineto, Carpeneto, Castagnole e Tiglieto sono fitotoponimi, che talora, come nel caso di Tiglieto, consentono di svelare la presenza di specie individuabili a fatica attraverso la documentazione.
L'analisi delle ubicazioni prediali [in quanto oggetto di norme giuridiche o fiscali] consente di arricchire ulteriormente il ventaglio delle qualità arboree: se i richiami a cerreti e rovereti sono assai frequenti ("in Cerretis", "de Rovoreda"), indicazioni come "ad Sambucum", "ad Ulmum", "ad Pirum", "ad Nucem", "in Nespoleto", "ubi dicitur Nespoleta" sono spie di alberi meno diffusi, talora forse isolati, la cui vista all'interno di una flora dominata da altre essenze era in grado di costituire un valido punto di riferimento per orientarsi nelle campagne: per olmi, peri e nespoli è documentata la coltivazione a fini divisori tra proprietà contermini. Nespoli, meli peri e noci erano, inoltre, alberi ricercati e particolarmente tutelati perché da frutto.
Nel periodo considerato, le località legate al castagno esplodono nella documentazione [sino alla metà del Duecento, nell'Acquese, assai scarsa]: "ad Charrobium montis Chodarii, sive Castagnolle", "ad costam dictam Castagnete", "vallis de Castagneta" sono, per fare un esempio soltanto, alcuni dei richiami topografici menzionati in un documento del 1359 per i monti fra Acqui, Alice e Castel Rocchero.
Dalla seconda metà del XII secolo pare entrare nel vivo l'avanzata sia dei disboscamenti, sia del castagno, la cui espansione è dovuta soprattutto all'iniziativa dell'uomo. La crescita demografica rese gli spazi forestali sempre più antropizzati e ne richiese un'intensa valorizzazione. Il processo di domesticazione del bosco si identificò in buona misura nell'incremento del castagno da frutto, a scapito soprattutto del rovere e del castagno selvatico, utilizzato per lo più per la legna: la compresenza di specie coltivate e spontanee è ben espressa da una transazione del 1291 inerente alla cessione del diritto di tagliare "omnes arbores castanee tam domesticas quam salvaticas" nel bosco di Rondanina, nel territorio di Sassello. Significativamente, come ricorda Diego Moreno, "dumestegu" è uno dei termini dialettali liguri usati per indicare il castagno".
Ma dove "si roncava"? Dove il domestico castagno prendeva i posto del "selvatico"?
I luoghi deputati sono il fondo valle, spesso le terre bagnate dalle acque. Saliamo tra i beni del monastero di Tiglieto. Al Campale, un castagneto in località Ronco de Portis confinava con l'Orba; un altro era ubicato "in insula longa". Idem nella grangia di Bassignana; e così a Precipiano.
"Potrebbero, poi - continua Rao - alludere a spiazzi ricavati all'interno del bosco, non è noto se attraverso l'utilizzo del fuoco, le numerose menzioni di placia o pladia presenti nella documentazione duecentesca di Precipiano e della chiesa di Acqui".
Fa effetto immaginare la città della Bollente circondata dal verde fitto delle silvae. Ma così era. Non possiamo provare la cosa con una fotografia, ma con i documenti della metà dell'XI secolo, che citano i boschi quale pertinenza vescovile. Si trovano nel suburbio della città e rispondono al nome di Palareta e Cassarogna.
"Nelle campagne circostanti all'unica civitas dell'Appennino Ligure, all'inizio del Duecento i dissodamenti si erano rivelati efficaci: già nel 1211, la chiesa urbana riscuoteva la decima sui beni arati in Cassarogna, laddove un tempo c'era una foresta". Senza contare quello che gli storici chiamano il "secondo incastellamento", quello che porta per iniziativa signorile (e signore era anche il vescovo) a creare paesi ubicati in luoghi incolti. Succederà con Rocchetta Palafea, Ronco Gennaro e Montabone.
(continua) (G.Sa)