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Le donne del mio paese al teatro della Soms di Bistagno

 
Bistagno. Ancora un appuntamento con il teatro alla SOMS. Come annunciato anche nel passato numero del giornale, in scena venerdì 6 marzo, alle ore 21, ci saranno Le donne del mio paese.
Saliranno sul palco - a due giorni dalla Festa della Donna (e nell'ambito della rassegna dentro la rassegna "Sono come tu NON mi vuoi", dedicata ai testi al femminile) Giuliana Bardone, Valeria Berardi, Beatrice Cauli, Simona Codrino, Aurora Del Bandecca, Silvia Perosino, Mariangela Santi (che è anche la regista), Paola Sperati, mentre di Sergio Cavallaro sarà la voce fuori campo in un allestimento davvero toccante, e coinvolgente.

Radici, identità e la donna anello forte

La scena si anima, le donne raccontano. Miserie e amori, vicende di emigrazione; allegrie e solitudini.
Ma l'arte drammatica si nutre di testi. E, dunque di Autori.
Penne conosciute. Augusto Monti, Beppe Fenoglio. E poi Nuto Revelli e Renzo Sicco.
Per una volta abbandoniamo le scelte di campanile. Anche perché pensiamo che richiamare con troppa insistenza alla memoria I Sansossì possa anche annoiare i lettori. E certo tutti condivideranno che la lettura diretta di qualche pagina possa valere mille riassunti.
Analoga considerazione per Beppe Fenoglio. Alba un poco più lontana, ma le Langhe sono a due passi. La malora (la morba la chiamava Monti) come il primo testo da cui partire per invitare i nostri ragazzi a comprendere chi eravamo.
Del quartetto di scrittori che sta alla base della piece proviamo, allora, a concentrare l'attenzione su Nuto Revelli e Renzo Sicco.
Quelli - solo geograficamente più distanti - che pure ci parlano con identico afflato (lo stesso di Monti & Fenoglio, vogliamo sottolinearlo) di una condizione femminile che è comune a tutto il Piemonte per la prima metà del secolo XX.
E, questo, senza evitar di rendere merito ad una "scrittura per il teatro", che ha l'indubbio pregio di "legare" bene gli episodi, realizzando una continuità stilistica che non fa minimamente presupporre una molteplicità di così tante fonti.
Spettacolo da vedere, e che difficilmente deluderà. Adatto anche ai giovani spettatori delle Medie. (G.Sa)

Storie di donne contadine

Bilancio alla Soms "La calabrotta & le altre"

Bistagno. Dunque per prepararsi a Le donne del mio paese è indispensabile leggere. Certo qualche pagina da Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, ma soprattutto L'anello forte. Che dà voce alla donna della campagna povera e meno povera. Perché finalmente narri la sua storia. È il racconto delle "Madri Coraggio" di un mondo sommerso, ritrovato in sette anni di lavoro, attraverso centinaia di testimonianze, che sono indizio di un impegno non solo antropologico, ma anche civile.
L'anello forte
Vale la pena allora riprendere un giudizio sul libro di Lalla Romano che sottolineava "la grande potenza di vita e di rappresentazione... e la grande opera di poesia". E ancora: "Una storia di tutti, perché tutti nei secoli passati siamo stati contadini. È una storia dell'umanità; la via difficile di queste generazioni, così vicine a noi, ci coinvolge". Una figura, in particolare, anche per la sua originale parlata, emergerà dalla rappresentazione di Bistagno. È quella della "calabrotta". È lei, la donna del Sud, di fatto a svecchiare le nostre campagne, esercitano un forte podestà nei confronti dell'educazione dei figli, contribuendo a dare una scossa salutare alle abitudini, e creando un ponte tra le realtà di due Italie contadine. Le righe che seguono illustrano una pratica per gran parte oggi dimenticata.
Ad organizzare l'incontro dei futuri sposi una rete di persone, dislocata in più aree del Sud. Poi i mediatori, come i bacialè ma con un sovrappiù di scaltrezza e affarismo, i campionari di foto, riunite in un album. Ecco "le spose" destinate ai piemontesi, uomini di mezza età, sui quaranta cinquant'anni, ben disposti dalla possibilità di usufruire soprattutto della forza-lavoro della donna del Sud, presentata come abituata ai lavori pesanti e scarsamente influenzabile dalla modernizzazione dilagante.
La bellezza è un optional: valgon di più le figure forti di busto, larghe di spalle e di braccia, i visi rotondi che ispirano buona salute.
Poi, dopo l'incontro, il matrimonio nel paese della donna, il risalire degli sposi nelle Langhe o nel Monferrato, quasi subito per fare i conti con l'antimeridionalismo istintivo dei parenti, fatto ovviamente di pregiudizi che nascono dall'ignoranza di un'altra area del Paese, con i disagi conseguenti un'espansività che manca, con la distanza linguistica. Ad aumentare il malessere di queste donne è il passaggio da una vita fondata sulla collettività e sul dialogo ad una basata su un accentuato individualismo. C'è poi il grave problema della lingua, perché per comunicare esse devono per forza appropriarsi del dialetto locale: questo è uno degli ostacoli maggiori al loro inserimento.
Abbandonare la propria lingua significa perdere un legame con la propria tradizione. E proprio queste considerazioni rendono efficacissimo un collegamento con la produzione di Agota Kristof, di cui a Bistagno è stato rappresentato un mese fa il monologo L'analfabeta. Conseguenza di questo sradicamento, che incide anche sul terreno linguistico, è il chiudersi in un esilio interiore, nel quale conservare il proprio dialetto; e questo, unito alla ricerca di contatti con le compaesane, conferma il persistere di un attaccamento alle origini. Delle tre generazioni che Revelli intervista, l'ultima - quella delle calabrotte, viene a rappresentare però quel mutamento epocale, che si realizza nei figli, o meglio nelle figlie che studiano o vanno in fabbrica. Così conclude Laurana Lajolo. "Sono le donne, dunque, a dare il segno del cambiamento del corso degli avvenimenti, della rottura con il tempo ciclico della natura e del raccolto".
Renzo Sicco e l'emigrazione
E di donne ed emigrazione scrive anche Renzo Sicco, che anche se la sua vita professionale l'ha legata, principalmente, al palco de Assemblea Teatro (mettendo in scena testi di Calvino, Fernanda Pivano, Pavese e Gabriele Romagnoli, Sepulveda ed Erri De Luca) non ha trascurato un tema "trasversale" - nel senso che ha interessato tutti i nostri paesi - come quello della grande emigrazione dal Piemonte, in particolare verso l'America.
Dal suo carnet di scritture segnaliamo Radici profonde - Raíces profundas. - El siglo de los Pogolotti (scritto con Fabio Arrivas) e Nacido para volar. El largo viaje y las ingeniosas aventuras de Domenico Pogolotti, alias Dino. Ma chi è questo personaggio? Era un ragazzo, figlio di un fornaio, partito povero dalle montagne del Piemonte, da Giaveno, "con il latino e il greco appresi in seminario nella sacca", che arrivato a New York, e poi a Cuba seppe, fatta fortuna grazie alla sua intraprendenza e coraggio, realizzare il primo quartiere operaio del Sud America.
"Domenico Pogolotti è vissuto davvero, in un tempo ormai lontano, quando non c'erano televisione e aeroplani. Quando il tempo non si misurava in decimi di secondo, ma in giorni". E le donne, se non prendevano il vapore, aspettavano la cartolina che giungeva dalla Merica. (G.Sa)

È piaciuta la commedia di Artuffo

Bistagno applaude Compagnia Carmagnola

Bistagno. Ancora una volta la sala della SOMS si è riempita in occasione dell'ennesimo appuntamento, sabato 28 febbraio, di una stagione che sta regalando ottime performance.
Ma il bello, lo ripetiamo, è conteggiare un tutto esaurito dopo l'altro.
Non ha tradito le attese la commedia di Carlo Artuffo, ben recitata, e che ha messo in mostra una filodrammatica - quella di Carmagnola - valentissima, con caratteristi d'eccezione.
(Poi, terminato lo spettacolo, abbiamo capito il perché: tre o quattro le prove a settimana, almeno quando occorre- metodo full immersion; la capacità in un solo mese di allestire un testo "ex novo". Dunque attori che ci mettono davvero l'anima).
Tante le sorprese: cominciamo da quella che nasce dal vedere sulla scena i fondali dipinti dallo stesso Carlo Artuffo, un passato da madonnaro prima ancora di essere uomo di scena; un lascito della vedova, che il sodalizio teatrale custodisce con grande attenzione.
Poi è stata data al pubblico anche la notizia che la Compagnia Teatrale già trent'anni fa era stata ospite della SOMS, portando in scena proprio i casi di Don Lurens di cui si diceva la passata settimana.
Con Dummje n'andi tre atti che hanno divertito, lungamente applauditi (ma anche il pubblico è assai piaciuto ai teatranti) e in cui i personaggi di Pero, Costantein, Gioana e Roseta, Nina e Tonin (et cetera) hanno saputo regalare due ore spassosissime.
Certo ancora una volta il testo ha fatto capire davvero come una miriade siano in Piemonte "le isole" del dialetto. Il che fa tornare in mente le tesi dello storico di Francia Pierre Chanu a proposito dei nuclei di popolamento. Ma qui non si parla di civiltà separate da ostacoli naturali spesso invalicabili (Europei e Africani; Cinesi e Indiani, Americani del Sud e del Nord…), ma di paesi del Piemonte relativamente vicini che "variano significativamente" il loro approccio alla lingua. Quasi a ribadire la propria "comunale" autonomia.
Cambia il vernacolo da Bistagno a Montechiaro; così da Ricaldone a Maranzana. Non nascondiamo, perciò, la fatica iniziale di approccio - inevitabile - al "torinese", che però, presto entrato nelle orecchie, ha dato a tutti modo di godere a pieno della bella commedia. (G.Sa)

 

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