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Incontro con il priore della Comunità di Bose
Enzo Bianchi, il pane di ieri e il sale di oggi

 
Acqui Terme. Più di duecento persone si sono date convegno martedì 28 aprile, nel tardo pomeriggio, presso la sala Belle epoque del Grand Hotel Nuove Terme, in piazza Italia, per ascoltare la parola di padre Enzo Bianchi, priore di Bose.
Tanti gli ascoltatori acquesi; e tanti i partecipanti all'incontro che venivano dal circondario. Preponderante la presenza dei laici, ma ben rappresentata la componente ecclesiastica. (Ecco il prof. Brambilla, compagno di classe di Nizza Monferrato, che ricordava in platea, dopo la conferenza, i giorni di scuola; ecco don Bianco, professore d'Italiano di Enzo Bianchi; poco prima dell'incontro sua la visita - presso la Casa di corso Bagni - a Suor Rosa, la prima insegnante della scuola materna).
Insomma. Per Enzo Bianchi una folla, a stento accolta dalla capiente sala, giunta per ascoltare contenuti dal significato antico.
Ciò che ha colpito è stata la ricchezza della parola. In un certo qual senso capace di riannodare legami stretti con il Libro per eccellenza. La Bibbia.
Poche righe - poiché il giornale sta per andare in macchina - non bastano in questa occasione per riassumere una messe ricchissima di sollecitazioni. Ma forse servono solo per isolare qualche spunto tra i più significativi.

Il pane di ieri e il sale di oggi

Parole antiche, prima dicevamo. Tra queste la sapienza.
"La gente mi ha dato sapienza". Perché per prima cosa è importante la capacità d'ascolto.
"Il tempo e il pensiero, la meditazione lenta mi hanno offerto la possibilità di cercare i suoi fili d'oro".
Soprattutto è stato sottolineato il valore del silenzio. Fondamentale. Il presupposto per evitare le reazioni a caldo, che sono sempre impoverimento; per cercare la parola necessaria, ponderata. La parola pensata. "Non pretendo che tutte le cose che dico siano giuste. Ma esse sono meditate". E dunque, ecco, specie verso la conclusione della lezione - ascoltata con una attenzione non comune da riscontrare - ecco le sottolineature che rimarcano il valore dell'eremo, la dimensione solitaria, che è il modo di vivere più ambito da parte di Enzo Bianchi divenuto - suo malgrado, per servizio - personaggio pubblico, referente della Chiesa di Roma, uomo cercato dai media.

I temi

Il ricordo di tanti aspetti biografici ha percorso l'incontro, ben condotto dal prof. Vittorio Rapetti.
Da un lato Enzo Bianchi ha sentito il bisogno di presentarsi. Dall'altro ha risposto, con semplicità, ma scavando nei problemi, alle sollecitazioni che a lui venivano proposte.
Le riflessioni sul Concilio Vaticano II; quelle sul dialogo tra le religioni e con la società; su una vita che si dovrebbe interpretare come uno "stare di più insieme, esercitandosi nel reciproco scambio: per amare ed accettare di essere amati"; i discorsi sull'etica, anzi sulle diverse etiche spesso in lotta, motivo di divisione; sulla morte di ieri e su quella di oggi, preceduta da una lunga vecchiaia cui non siamo preparati; sul valore del pane e del vino "binomio di necessità e gratuità", e della tavola "ora non-luogo per eccellenza", ieri momento di dialogo e condivisione; degli orizzonti della nuova spiritualità, e dell'amore che diviene liturgia dei corpi degli sposi.

L'identità non è chiusura

Da ultimo lasciamo l'accenno all'identità. "Che non può essere fissa, ma è mutevole. E tale è anche quella cristiana. Nata da un ceppo ebraico, arricchita dal mondo prima greco e poi latino, quindi dai barbari ("e proprio noi, intorno alla Bormida, siamo i figli dei Visigoti, dei Longobardi, dei Franchi…"), che ha recepito anche il pensiero laico di tante correnti culturali, dai Lumi in avanti.
L'identità è risultato di incontro, di convivenze. Di dialogo. E negarlo - promuovendo l'esercizio dell'offesa, o un arroccarsi egoistico - significa far pagare il conto alle nuove generazioni. G.Sa

 

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