Acqui Terme. La rubrichina dedicata al tempo che è passato, all'argomento del "cento anni fa accadde
" viene ospitata - stavolta - nelle pagine dell'Acquese. Il caso è strano, ma spiegabile.
Bove è considerato acquese, e a tutti gli effetti, nel 1909. Diviene maranzanese doc un secolo dopo. Nulla di strano. Fa parte del processo di riappropriazione della memoria che i paesi hanno operato negli ultimi 15 anni.
Che ha coinvolto anche la città in riva alla Bormida, certo, ma che ha risvegliato il desiderio di identità del circondario. A gennaio avevamo detto che volgere gli occhi al passato poteva essere un rimedio alla frenesia moderna. Di più. Il signor Caso ci mette il becco. Stabilendo relazioni. Il terremoto della Sicilia (quello di Messina e la mobilitazione acquese ad inizio XX secolo), e quello di poche settimane fa in Abruzzo. Il monumento esiliato [quello della Resistenza, quello "Ora e sempre", un tempo collocato nei Giardini del Liceo Classico di Acqui] e quello gloriosamente eretto per Bove.
Il 25 aprile di Salgari, in Val San Martino (è il 1911, data della morte suicida del romanziere che, a sua volta, aveva composto il necrologio per Giacomo Bove) e quello della Liberazione.
Piccoli cortocircuiti. Che crediamo possano dare una profondità maggiore alla prospettiva con cui cimentarsi con la quotidianità.
Parola d'Argow
Uno stile solenne. Che indugia su ripetizioni insistite, che danno alla prosa un respiro aulico. L'avvocato Francesco Bisio (Argow), colui che in Epopea, opera scritta sul finire della sua vita, canterà nei versi le gesta di Napoleone, ha modo su "La Bollente" (nº del 15 aprile 1909) di cimentarsi con una prova assai più breve, ma non meno interessante.
Per Giacomo Bove
Domenica prossima [18 aprile 1909] la nostra città sarà animata dall'intento di onorare Giacomo Bove.
Per la prima volta il candido marmo, simbolicamente foggiato dall'ardito ingegno del Baroni, biancheggerà sul verde sfondo del breve colle incoronato dal castello, biancheggerà al trionfale sole primaverile, in mezzo al festoso accorrere di tutta una regione. E il simbolo dirà, tacitamente, la leggendaria fatica eroica compiuta dal navigatore, la leggenda che sprigiona tanta potenza di poesia mitica, la leggenda che ha le sue radici nella storia umana.
Così, per opera di un artista egregio [l'aggettivo più inflazionato al tempo: ricordate Guido Gozzano?] si rinnova nella nostra terra il miracolo di poesia plastica celebrante lo sforzo umano, così come al tempo di Pericle il marmo pario assumeva forme di vita, umanizzando le divinità create dal genio ellenico.
In tal modo si perpetua la tradizione ellenico romana che circonfuse di luce poetica l'opera di civilizzazione dovuta a pochi eletti. Forse l'antico Ercole non ha ancora compiuto tutte le fatiche impostegli dal progredire dell'umanità, poiché il mitico Ercole è tuttora vivente e prosegue nell'arduo cammino per continenti sconosciuti e in mezzo alla folta foresta degli ordinamenti sociali. Sorga, quindi, augurale questo simbolo nella nostra Acqui, non lungi da quel fiume che venne salutato e battezzato coll'appellativo fragoroso dagli antichissimi esploratori pronipoti di Ulisse che, approdati con ricurve navi alla sponda del Tirreno e, valicando l'appennino, scesero ad abbeverarsi alle pure fonti della Bormida [Francesco Bisio accoglie qui la tesi di Strabone che, "nella sua geografia, inclina a credere i Liguri di razza Greca dalla foggia delle loro armature e dagli scudi di rame". Le parole tra parentesi sono però del Biorci, tratte dal vol. primo delle Antichità del 1818, in verità assai dubitevoli].
Io amo immaginare che dai ruderi gloriosi dell'acropoli, attraverso le colonne infrante delle coste sicule, giunga sino a questo candido simbolo un fremito di aura che diffonda intorno i murmuri del mare ellenico, ricco di memorie eroiche, e che rammenti l'infinito sorriso balenante su tutte le rovine incoronate dalla luce della bellezza greca e su tutte le cime boscose popolate un tempo da rosse divinità.
Se noi siamo, o dovremmo essere, gli eredi necessari di quelle grandezze tramontate, l'effigie del Navigatore così egregiamente divinizzata non ci lascerà dimenticare il passato, e sarà potente stimolo alle conquiste avvolte ancora dalla candida sfinge del pensiero umano. Poiché la lotta contro i gelidi continenti che celano parte del globo e le solitudini desolate che ammantano le sconosciute vastità dell'egoismo umano, appiattato gesuiticamente sotto l'apparente saggezza delle leggi, attende ancora infinite schiere di eroi. E fu saggio consiglio quello di porre la figura dell'eroe qui, presso la strada [Via Alessandria] percorsa dal mobile flutto delle genti che da tutte le parti del mondo scendono alla nostra città; l'anima di colui che percorse tutti i mari e vide tutti i porti dell'universo, esulterà al passaggio cosmopolita, quasi chiamato da una tacita ammirazione dell'opera sua.
E nel silenzio notturno, quando vivide stelle scintilleranno sul pendio del colle, a lui giungerà l'alto sonito del fiume corrente verso l'Adriatico; e quel fremito gonfio di linfe primaverili risveglierà echi di altri fremiti più possenti, fremiti di solitudini marine, sotto le pallide notti polari. Così lo spirito di lui sprigionerà dal simbolo marmoreo andrà errando ancora sotto cieli stellati e per late solitudini ignote, incessantemente. E col volgere degli anni e degli evi, questa candida forma marmorea apparirà una misteriosa immagine superumana, circonfusa di luce intorno alla quale si aduneranno gli spiriti pensosi, per rivivere nel passato, leggendario e lontano. (G.Sa)
Cento anni fa il monumento acquese
Bove come Ercole per Argow cantore
Maranzana. Domenica tre maggio, a cominciare dalle ore 9 del mattino, si terrà a Maranzana la tradizionale giornata dedicata all'esploratore Giacomo Bove.
Relazioni, filmati, premiazioni, onoranze, momenti conviviali compongono un ricco programma, che vedrà ospiti ricercatori e ufficiali di marina ed esercito, docenti universitari e giovanissimi studenti, e in cui non mancheranno di distinguersi i contributi del prof. Cesare Bumma e della dottoressa Gabriella Massa, da anni "motori" - con Maria Teresa Scarrone - delle iniziative dedicate all'intrepido marinaio che veniva dalle colline del Moscato e del Dolcetto
1909-2009
"Ritto su diaccia cuspide, /alzando la bandiera, / un marinar gridò / Viva l'Italia - e il nordico/ vento de la scogliera / il tricolor baciò"
"Salve a Te, Giacomo Bove, / La tua Vega è la storia / oggi il vento de la Gloria / va nel marmo a baciar".
Sono due strofe della Cantata a Giacomo Bove - parole del prof. Gigli, musica del maestro Melini - che vennero eseguite il 18 aprile 1909, ad Acqui, per l'inaugurazione del monumento a Bove dalla Corale di Sampierdarena.
Bove "l'acquese", per Acqui e per l'opinione pubblica nazionale (tanto da essere tumulato nel cimitero bollentino) che lasciò solo nel 1950.
Bove il patriota, quando il termine ha diverso significato rispetto al Risorgimento. Poiché è tale chi dà lustro alla patria.
"Su quel mar deserto e squallido / verso il Polo ignoto ancor / [Bove] era il primo che d'Italia / sventolasse i tre color".
Bove, che trenta anni prima aveva raggiunto, con la baleniera che evoca la principale stella della costellazione della Lira, lo stretto di Bering.
Tra classico e romantico
Il presente si lega al passato.
Già 100 anni fa Bove balzava agli onori delle cronache. Il 22 aprile 1909 veniva inaugurato, nei giardini antistanti la stazione, il monumento dello scultore Baroni.
E Argow (l'avvocato Bisio di Terzo, una delle penne locali più famose tra fine Ottocento e inizio Novecento), su "La Bollente" presentava l'evento con parole che - al pari dei versi - evocano i viaggi di Ulisse. Di più. Bove è un nuovo Giasone e per questo richiama alla memoria le pagine del IV libro dell'opera di Apollonio Rodio, in cui è narrato l'avventuroso ritorno degli Argonauti per il Mar Nero e il Mediterraneo, in cui avventuroso e fantastico, la realtà della geografia e il mito si incrociano. Insomma, se Monterosso è l'Acropoli greca (lo ricordavamo nel passato numero del giornale), Giacomo Bove è un moderno Ulisse. O un Ercole che si dispone ad una sua ulteriore, valorosa, fatica.
E pure il nome Argow (il cui pseudonimo ricorda la nave greca che si pone alla ricerca del Vello d'oro) contribuisce a ricreare un'aura classica.
Da Bove a Salgari
A rinforzare la cornice romantica dell'epopea di Bove provvede invece Emilio Salgari, cantore appassionato del mare nella sua produzione, che comincia dalle date del 1883, ed è ospitata anche su "La Nuova Antologia" (in cui Maggiorino Ferraris aveva ricoperto l'incarico di segretario di redazione tra 1881 e 1882).
Per due terzi Salgari significa mare: e non solo pirati della Malesia e corsari. C'è anche Un dramma nell'Oceano Pacifico, I naufraghi di Poplador, I pescatori di balene, Il capitano della Djumma, I naviganti della Meloria e altre storie ancora, talora narrate con lo pseudonimo di Guido Altieri.
Anzi. Salgari, veronese, è un Bove mancato. Che scrive: "fin dalla più tenera età io avevo una passione bizzarra incomprensibile, cioè quella di farmi marinaio, di avere un giorno una nave da comandare, un equipaggio sotto di me, di scorrere in mare in cerca di avventure, di burrasche, di vere emozioni.
Io ignoro ancora come questa strana passione si fosse impadronita del mio animo; se fossi nato in riva al mare l'avrei compresa, ma sono nato cento miglia distante [ed è un discorso valido anche per Giacomo Bove].
Tuttavia mi ricordo che, giovanissimo, io parlavo dei marinai come della gente più audace e robusta del mondo, mi ricordo che sui miei libri disegnavo centinaia di brigantini colle vele sciolte al vento, disegnavo burrasche, naufragi, marinai, àncore
".
Salgari dapprima matura alcuni insuccessi scolastici presso l'Istituto tecnico e nautico "Paolo Sarpi" di Venezia, e poi si imbarca alla volta della Dalmazia sulla Italia Una (1880), volendosi fregiare, di lì innanzi - ma è cosa indebita - del titolo di capitano (difeso persino con i duelli).
Quando Bove, sofferente di nevrosi incurabile, nel 1887 la fa finita, proprio a Verona, Salgari - che ha 25 anni - conclude il suo articolo con una profetica dichiarazione: "Il suicidio fisicamente non è contagioso, ma moralmente al giorno d'oggi lo è più del tifo e del colera, purtroppo".
L'autobiografia entra nella storia: il padre e il fratello di Salgari compiono, in tempi diversi, la scelta estrema. Tentata nel 1906 dallo scrittore, sì di successo, ma strangolato dal contratto con Bemporad; riuscita ad un altro esploratore e letterato piemontese amico di Salgari: Augusto Franzoj.
E poi ad Emilio. Che il 25 aprile 1911 si toglie la vita. "Scannamento" recita il referto, che individua in un rasoio lo strumento del furioso harakiri.
Eugenio Baroni lo scultore di Bove
Chi è, più in dettaglio, l'ideatore del monumento acquese per Giacomo Bove?
È Eugenio Baroni, che nacque a Taranto nel 1880, per poi morire a Genova 55 anni più tardi.
A ben diritto potremmo inserirlo tra gli artisti liguri piemontesi: ingegnere mancato, fu infatti allievo del Mº Scanzi all'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, rivelando una vera passione tanto per la scultura di Rodin, quanto per il simbolismo del casalese Leonardo Bistolfi.
Come capitò anche a Giulio Monteverde, molti suoi committenti lo invitarono a lavorare per le tombe del cimitero monumentale di Staglieno di Genova, città nella quale visse a lungo e nella quale morì.
Il monumento acquese del 1909 di fatto inaugura una fervida stagione creativa, che prosegue dal 1910 al 1914, e che la critica non esita a battezzare come suo periodo più fecondo.
Da segnalare così il Monumento ai Mille a Quarto inaugurato nel 1915, quello stesso legato al "maggio radioso" e all'infiammato discorso interventista di Gabriele D'Annunzio.
Dal 1916 al 1918 Baroni, volontario, partecipa alla Grande Guerra, guadagnandosi anche una medaglia d'argento al valor militare per il suo coraggio sul Monte Grappa.
Con l'avvento del Fascismo e la sua contemporanea riflessione, amara e pessimistica, sulla guerra, la sua parabola si avviò ad un certo declino. Il regime gli impedì di realizzare quel Sacrario al fante del Monte San Michele (bozzetti alla Biennale di Venezia del 1926) che intendeva denunciare - con un percorso sorprendentemente simile a quello di Giuseppe Ungaretti, l'Ungaretti della raccolta Il porto sepolto, edita nel 1916 - gli orrori e le brutture della lotta e i patimenti dei soldati.
Considerato disfattista, per reazione restituì le medaglie ricevute in guerra.
Sul finire dei suoi giorni ideò il monumento torinese dedicato a Emanuele Filiberto Duca d`Aosta, poi concluso da Publio Morbiducci nel 1937. (G.Sa)