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Grande festa per i cinquecento anni
della chiesa parrocchiale di Roccavrano

 

Le radici e la passione: è stato un successo

Roccaverano. A che cosa serve un convegno? A che cosa serve una tre giorni come quella di Roccaverano, per i Cinquecento anni della Parrocchiale, che ha impegnato l'amministrazione tutta, una infinità di volontari, mobilitato un paese, alcuni tra i sacerdoti più attivi della diocesi, e ha riunito docenti universitari e ricercatori di mezza Italia? Che ha riaggregato il paese "piccolo", quello di chi in questi posti continua ancora a vivere, e quello "largo", fatto dagli emigranti "vicini e lontani"?
Domande legittime in tempi di crisi economica. Quasi che la cultura e iniziative come queste siano uno spreco. Qualcosa di superfluo. Se non - addirittura, penserebbe, qualcuno - di inutile.
Ma a tali domande si può dare una confortante risposta.
La tre giorni, con il convegno (protrattosi ben oltre gli orari stabiliti: segno di una dedizione, di una professionalità, di una attenzione che diventa passione coinvolgente) e la festa, proprio nei tempi della crisi è stata essenziale.
In primo luogo perché è riuscita a pieno - inutile dirlo. Un successo. Grande. Da cui è bene trarre esempio.
Ma, soprattutto, per tutta una serie di motivi che proveremo qui di seguito a declinare.

Che la parrocchiale di Roccaverano fosse "un caso", per l'originalità delle architetture, era chiaro anche ai non addetti ai lavori. Ma la collaborazione di tanti specialisti (e non solo delle discipline che analizzano le tecniche costruttive e gli sviluppi più propriamente artistici; ecco gli storici per far luce sui committenti e sul contesto, dal medioevo all'età moderna) proietta l'attenzione già verso la data - un anno, mese più mese meno - in cui saranno disponibili gli atti, ovvero la raccolta compiuta dei saggi, in cui gli esiti presentati "a voce", e gli ulteriori sviluppi delle direttrici di ricerca indicate, potranno costituire nello stesso tempo un obiettivo e un ulteriore punto di avvio.
Non solo: forse ancor prima degli atti sarà disponibile un volumetto, curato dalla prof.ssa Manuela Morresi (anima della giornata dell'arte e dell'architettura), dell'ateneo veneziano IUAV, in certo qual modo conclusivo di un "colloquio" con l'Annunziata di Roccaverano che comincia venti anni fa, con una tesi di dottorato. E che non si esaurirà neppure dopo la pubblicazione, poiché il "non raggiungimento" di tesi definitive è, per uno strano scherzo del destino, l'unica definitiva certezza dello studioso.

Ma allora il convegno serve solo agli specialisti?
Assolutamente no. Pur con la diversità del taglio proposto nelle esposizioni (più o meno didattico), il convegno risultava fondamentale perché evidenziava un approccio metodologico "esportabile" in più ambiti. Adottabile anche dai ragazzi della scuola primaria. O dagli allievi delle superiori o dell'università (e questo - come sotto evidenzieremo - ha dato un ulteriore senso alle lezioni).
Da un lato esso convoglia l'attenzione al particolare. Esalta lo sguardo profondo. Problematico.
Ecco, allora, la facciata della parrocchiale che - se colta nel suo complesso (e soprattutto con uno sguardo "debole") - diviene muta. Reticente. Incapace di parlare all'intelligenza. E gli occhi son presto distratti da qualcos'altro.
Ma che diventa - con differente approccio: e qui ricorriamo ad una metafora - una "selva di simboli". Di segnali. Di indicazioni. Tale da rivelare una complessa dinamica esterno/interno sulla quale ci proponiamo di ritornare in futuro.
Insomma: tanti interventi sono state vere e proprie lezioni "a guardare con gli occhi in su", volte a cercare quei particolari che oggi, con una macchina fotografica digitale, si possono agevolmente trasferire prima sullo schermo e poi su carta.
E questo è il segreto del successo: il coinvolgimento; del grande pubblico (una sorpresa: mai si è andati sotto il numero delle ottanta presenze) nei giorni degli studi; del grandissimo pubblico nella giornata di domenica (con la chiesa restituita per un attimo alla sua funzione di tempio, poi di nuovo sala conferenze per il libro di Oldrado Poggio, capace di fissare tante memorie orali destinate prima o poi a svanire; quindi auditorium, dopo che nei tavoli sotto la torre una vera e propria folla celebrava l'accoppiata robiole e polentone).

Ma torniamo al "saper vedere". Che presto diventa un "provare a capire". E che suggerisce ai parroci (abbiamo colto dalla loro diretta voce questa osservazione) quanto sia grave la lacuna riguardante la storia dell'arte che concerne il loro curriculum. Soprattutto ora, quando essi son divenuti i custodi di un vero e proprio patrimonio che, trasmesso dagli antichi, superate le insidie di guerre e incendi, oggi è soggetto alle incursioni di nuovi barbari (e i ladri che hanno visitato ultimamente Ricaldone, son passati anche anni fa da Roccaverano, o da Montabone, paese del Caccia Moncalvo, e da tante parrocchiali e da tante chiesette campestri).
E "provare a capire" significa predisporsi ad un confronto, ad un metodo che esalta la capacità di procedere cogliendo le somiglianze, identificando modello e derivazione: la facciata del Palladio e quella del Bramante, quelle di Cristoforo Solari, quelle del Duomo di Urbino e quella di Carpi…; per poi individuare gli influssi dell'antico (ecco il tempio greco-romano, ecco l'arco trionfale) nel Rinascimento.

Viene, in fine (ma andrebbe al primo posto), il tema del passaggio delle consegne di un "testimone" alle generazioni cui spetterà, tra qualche anno, attivarsi per celebrare i cinque secoli dalla consacrazione dell'Annunziata di Roccaverano (1516-2016). E allora vale la pena di rammentare quanto scritto dal pubblico più giovane del convegno su un cartellone predisposto a scuola.
"Udire qui nel vento… è richiamare il passato, è vivere il presente, è aspettare insieme il futuro". (G.Sa)

Un parroco: don Pompeo

Roccaverano. Doveva essere un prete ben severo Don Pompeo Ravera, parroco di Roccaverano, proprio mentre la guerra stava per finire. Lo dicono le cronache. Lo dicono le fotografie. Per l'aspetto che comunicava rigore. Anche il fisico del ruolo ha a che fare con l'abito talare.
Insomma: il prete di una volta. Che incuteva rispetto. Ma con un cuore grande così.
Nato ad Acquabianca il 24 aprile 1917, dopo la Prima Messa datata 1941, e un primo servizio pastorale prestato come vice parroco a Ovada e a Cairo Montenotte, nel marzo del 1945 giungeva a Roccaverano, dove - come bene precisato dalla Curia, visti i tempi - "per subito potevano bastare un piatto, con cucchiaio e forchetta"; per il resto provvedendosi più tardi.
Appena arrivato, il nuovo parroco si rese conto di essere giunto in zona di guerra. E subito, il 21 marzo, ebbe modo di incontrare il capo partigiano "Morgan", ovvero Oscar Gangemi, classe 1923, che era alla testa della II divisione Langhe, la Brigata Lichene.
Tra i due, in poche settimane (la liberazione a Roccaverano data il 17 aprile), sorse una fortissima amicizia, tanto che nel suo studio il parroco per tanto tempo conservò una foto con dedica del partigiano.
Parroco a Mombaruzzo, dal 1967 (quando già cominciava a spirare il vento moderno: e questo spiega i rapporti non sempre facili con quella comunità), è proprio nel decennio del boom che il Nostro si applicò alla stesura del diario/ricordo della primavera del 1945. Un testo che - da tanti indizi - Don Pompeo immaginava destinato ai posteri, e che voleva fosse letto e, chissà (come è accaduto, in effetti) pubblicato.
Ripresosi dopo una operazione alla gola, canonico della cattedrale di Acqui, dal 1973, riorganizzò e diresse l'Archivio Diocesano, lavorando sin quasi alla morte, avvenuta nel gennaio 2001, non prima di lasciare alla diocesi una monumentale opera dedicata a I vescovi della Chiesa d'Acqui, dalle origini al XX secolo (opera impressa presso gli stabilimenti acquesi EIG nel 1997). Nella quale scelse di comparire nella maniera più discreta, pur essendo di essa, appassionato autore. Il suo nome non comparendo sulla copertina, ma solo nel colophon che segue, nel retro pagina, il frontespizio.
Da quanto sopra riportato, ma anche dalla sua paziente dedizione alle antiche carte, una lezione di stile. (G.Sa)

L'Annunziata e il paese
nella primavera del '45

Roccaverano. Dal Diario di Don Pompeo Ravera (Archivio Vescovile d'Acqui, faldone 2-3. Appunti guerra di Liberazione), trascritto in Roccaverano. La cronaca che diventa storia (il libro di Oldrado Poggio, edito da EIG, 15 euro) alle pp.129-136, traiamo uno stralcio che ci riporta alla Pasqua del 1945.

La guerra di Don Pompeo

Domenica 25 marzo, si celebrarono le Quarantore. Cadeva pure, in quel giorno, la festa patronale della SS. Annunziata, ma da troppi anni aveva perso il tono di solennità. Diamo quindi spazio alle celebrazioni tradizionali. Potrò constatare, negli anni seguenti, il loro valore morale e spirituale presso quelle popolazioni. Aveva certo un peso la tradizione, ma era tradizione buona; teniamo pure conto della parte folkloristica, sempre e solo di stampo religioso! Sta di fatto che quasi tutta la popolazione vi prendeva parte attiva, con fede ed entusiasmo.
A titolo di cronaca, per l'adorazione privata, nei turni ad orario fisso, ininterrottamente dalle ore nove alle diciassette, anche nei momenti più critici, erano sempre presenti oltre una dozzina di persone, uomini compresi, e per quattro giorni.
Oltre alle celebrazioni liturgiche, Messe e Vespro, erano presenti ogni giorno vari sacerdoti, era in programma l'adempimento del precetto pasquale, e a Roccaverano su oltre 1500 obbligati al precetto (in quei primi anni...) forse una ventina si teneva estranea.
Premesso che non si sarebbero potute ripetere in anni futuri identiche celebrazioni, già nel '60 si erano aggiornate e con la nuova Liturgia si erano iniziate le celebrazioni penitenziali comunitarie. Mi permetto di osservare che la loro abolizione, come pure delle feste patronali, fu errore non lieve, con dannose conseguenze...
Ma ritorniamo a quel 25 marzo del 1945...
Nelle prime ore del pomeriggio vado in chiesa per unirmi nella silenziosa adorazione al gruppo dei parrocchiani presenti per il loro turno. Un uomo, rispettosamente, mi si avvicina: - Per favore, venga, reverendo, fuori sta succedendo qualcosa di brutto.
Di fianco alla chiesa un gruppo di uomini in angoscioso silenzio. Poco distante alcuni partigiani con i fucili spianati verso una povera ragazza, sui quindici anni, legata ad una pianta, livida dal freddo e dallo spavento. Mi avvicino al capo, è quel Mosca [vice di Morgan - ndr.] conosciuto tre giorni prima. Lo invito in disparte. Mi risponde subito con arroganza: - E' una lurida spia! deve pagarla. E poi voglio dare una lezione per tutti i porci fascisti.
Gli concedo ampia facoltà di sfogare tutta la bile, poi, con calma, cerco di farlo ragionare. Il primo istinto è di ribellione anche verso di me, ma il richiamo al colloquio con Morgan lo rabbonisce abbastanza per lasciarmi continuare.
Gli chiedo quali certezze ha su una accusa così grave verso una bambina, gli prospetto l'utilità di premettere ad una sentenza capitale un'intesa con il Comandante (so che di lui ha paura), cerco di stuzzicarne l'orgoglio (ne è largamente imbottito): - Davanti alla popolazione una sua decisione di clemenza, poiché è una bambina, le potrà procurare benevolenza e simpatia.
Mi guarda con il ghigno benevolo, poi con voce imperiosa ordina ai suoi uomini: - Slegatela. Non voglio sporcarmi con quella mocciosa.
Mentre si accinge ad arringare i presenti con invettive contro spie e fascisti, mi avvicino alla ragazza, libera dalle corde, ma ancora ferma e inebetita vicino all'albero. La prendo per un braccio sussurrandole: - Di corsa a casa senza neppure voltarti.
Poi prendo il capo, ormai calmo, e lo invito con i suoi uomini a passare in canonica.

Voglio ricordare un particolare di cronaca del quarto e ultimo, giorno delle Quarantore.
Già prima delle sei di quel mattino sono bloccato in confessionale, è il giorno tradizionale degli uomini, e, pur passando le ore, la spaziosa sagrestia la vedevo sempre piena. Vedo inginocchiarsi l'ultimo penitente; viene spontaneo un profondo sospiro di sollievo, ma uno strano rumore me lo smorza a metà.
Dalla chiesa marcia verso la sacrestia una squadra di partigiani guidati da Morgan, con la stessa bardatura da parata del primo incontro. - È il primo gruppo - mi dice - appena esco dal confessionale l'altro, attualmente in servizio per evitare sorprese, andrà poi a Olmo. Desiderano fare la Pasqua anche loro. Devo precisarle che io, per ora, non mi sento disposto.
Impossibile descrivere il mio stato d'animo a quell'annuncio! Con la testa vuota per le lunghe ore di confessionale, appariva più che confortante quell'atteggiamento, e la precisazione personale del comandante era garanzia della serietà dell'intento. Ma ho un momento di paura... c'è in me un vero timore di non saper compiere il mio dovere. Poi mi rivolgo al Signore. Confesso che l'ho invocato con tanta fede e fiducia. (G.Sa)

Una festa della musica con i canti della valle

Roccaverano. Anche un concerto nella festa dei cinquecento anni della Parrocchiale dell'Annunziata. Ma non un concerto privo di implicazioni "forti". Non un concerto casuale. Perché - come ha sottolineato Don Nino, il pastore di questi luoghi - invitato ad esibirsi è stata la Corale Valle Bormida. Il nome non inganni: si tratta del nuovo titolo di cui si fregia il noto (vecchio) coro Bormida Singers, inizialmente " svizzero", e oggi decisamente internazionale, visto che accoglie cantori non solo "dei quattro cantoni", ma anche olandesi, austriaci, svedesi etc…
Immutata la guida, che rimane sempre quella di Julio Dubacher, di Moasca, che raccoglie le sue voci da Gorzegno, Cessole, Vesime, Perletto, Loazzolo, Castelletto d'Erro, Cossano Belbo, Melazzo, Roccaverano…
Rieccoci su questa vetta che emerge dal verde dei boschi, al paese di pietra e alle parole di Don Nino. A ricordare la bidirezionalità della parola migrazione.
Con roccaveranesi che, specie tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, scelgono di abbandonare terrazzamenti e pascoli, diretti a terre più o meno lontane. Grandi città d'Italia del Nord, o addirittura lande europee o d'oltre atlantico.
(E proprio il prof. Vittorio Rapetti, al mattino, nella stessa chiesa in cui si tiene il concerto, aveva sottolineato proprio la storia della emigrazione quale filone prioritario da indagare nei prossimi studi).
Ma, proprio degli ultimi venticinque anni, c'è anche il fenomeno del ripopolamento della Langa e, più di recente, del Monferrato, ad opera di tanti stranieri che hanno scelto il paesaggio tra zolle e rocce, pascoli e boschi, tra torri, ruscelli e il grande fiume - la nostra "piccola" gemina Bormida - e hanno eletto tal terra luogo di vita.
Ecco allora, vecchi e nuovi roccaveranesi. Nuovi e vecchi langaroli.
E la musica che li unisce.

Nel segno degli applausi

Dunque veniamo al concerto. Che si apre, da programma, con invidiabile precisione, poco dopo le ore 16.
La chiesa è completa in ogni suo spazio.
A conferma di una tendenza comune anche nei due giorni - quelli del convegno - precedenti.
Si attacca - in tema - con Langarola vagabonda "triste serenata" che celebra la partenza di chi non tornerà (l'uomo) e di chi (la donna) "rimarrà sola con il suo dolor". A ben vedere è il tema di Lavandare di Giovanni Pascoli. Quindi spazio a Maria Lassù - "Tempo fermo nel cielo" è l'incipit - di Bepi di De Marzi, e a Paolo Bon, con Lentamente, che immortala la discesa della notte, il querceto odoroso, le montagne…
Anche qui il signor Caso ci si mette di mezzo. Stabilendo imprevisti cortocircuiti.
Merito del libro di Oldrado Poggio, che nelle sue ultime pagine propone una lirica di Don Giovanni Pavin. Una strofa de Roccaverano ("Mi fai paura di notte: / enorme torre velata di rosso / castello cadente, minaccioso, chiesa scrostata / sembra abbandonata da secoli / case vuote…") sembra fatta apposta per introdurre il disegno polifonico dei cantori, che concludono il loro percorso in un magnifico coro a bocca chiusa.
Ma non c'è solo il testo. Anche le voci e la musica collaborano. Già ad un rapido colpo d'occhio si nota che l'organico si è incrementato, e anche la qualità musicale pare elevarsi rispetto all'ultima occasione in cui chi scrive aveva ascoltato il coro (a Vesime, intorno al Natale 2007).
Apprezzabile, davvero, la ricerca della varietà dei piani sonori, nelle dinamiche, il "gusto" che maestro e cantori mettono nell'interpretazione.
Tra i brani più applauditi il Kyrie della Missa Creola (con voce solista Viola Guadagnali), e un Ave Maria in dialetto del Sud America, veri cammei in un panorama composito che accoglieva anche uno spiritual e tradizionali ticinesi, espressioni messicane e sudafricane (con l'inno nazionale Nkosi sikelel'i Afrika).

Prossimi appuntamenti con la Corale Valle Bormida a Cortemilia il 19 di questo mese; due giorni più tardi una trasferta a Genova, per un concerto promosso dal Circolo Svizzero.
Il 25 luglio, invece, concerto ad Acqui Terme, alle ore 21, presso il Teatro Romano, allestito su iniziativa del Circolo Ferrari. (G.Sa)

 

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