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Acqui Terme. Acqui Terme sta per trasformarsi, a partire da sabato 20 giugno, in città mondiale dell'incisione. Di sicuro, la nona edizione del "Premio Acqui" promossa dall'Associazione Biennale, è evento che non esalta solo la figura di un artista, ma di alcune centinaia di virtuosi dell'arte antica dell'opera incisa, che in occasione dell'evento culturale acquese, ricevono ciò che realmente meritano in fatto di riconoscimenti. Nell'ambito della Biennale anche le opere inviate per partecipare alla Mostra - concorso "Ex Libris" sul tema: "Monferrato: fra storia e leggenda". Il 20 gennaio è dunque da considerare una giornata di prestigio in quanto è in calendario la premiazione dei vincitori della Biennale 2009 e dei primi classificati nel concorso "Ex Libris". La cerimonia è in calendario alle 18.30 presso la sala delle conferenze del Grand Hotel Nuove Terme, preceduta, verso le 17.30, dalla inaugurazione della mostra 'en plen air', sotto i portici di via XX Settembre, delle opere inviate da concorrenti di mezzo mondo decisi ad iscrivere i loro nomi nell'albo d'oro dei vincitori della manifestazione culturale acquese. Giornata importante poiché l'evento conclusivo della Biennale 2009 dimostra in modo netto l'operatività pregevole, professionale e appassionata degli organizzatori per promuovere i mille aspetti che caratterizzano la città di Acqui Terme ed il territorio del Monferrato. "Negli anni - come affermato dal presidente dell'Associazione Biennale Giuseppe Avignolo - per la manifestazione è stata mantenuta la scelta di premiare opere sia realizzate con procedimenti tradizionali sia con procedimenti innovativi, di riproduzione su carta, eccetto quelli fotografici, perché capaci di esprimere lo spirito contemporaneo ed al tempo stesso far apprezzare le doti tecniche degli artisti". Per quanto riguarda il concorso Ex Libris, come ha sostenuto il coordinatore dell'iniziativa Adriano Benzi: "l'avvenimento ha un valore caratteristico in quanto richiama concretamente il tema del libro, e all'esecuzione dell'ex libris si sono dedicati tuttora artisti di fama internazionale, ed a questo punto pare evidente la rilevanza dell'iniziativa". A curare la scelta degli artisti finalisti è stata una giuria internazionale che aggiunge alla manifestazione ulteriore prestigio: gli incisori Abderrahmane Aidoud e Pietro Diana, gli storici dell'arte Flaminio Guardoni e Maria Grazia Recanati, la presidente della Tallinn Print Triennial Eve Kask e lo stampatore Dan Welden. Le opere selezionate e le venticinque finaliste sono pubblicate nel catalogo edito da Mazzotta, con saggi introduttivi di Recanati e Guardoni.
Promotore della finestra mondiale spalancata sulla creatività del segno è il Rotary Club Acqui Terme. (C.R.)
Una nota del prof. Carlo Prosperi sul Premio Acqui 2009 Biennale Incisione
Seicento artisti per un grande inno al territorio
Acqui Terme. Sulla IX Biennale Internazionale per l'Incisione, Premio Acqui 2009, pubblichiamo una nota del prof. Carlo Prosperi. "La IX Biennale Internazionale per l'Incisione è un'edizione che ha visto la partecipazione di circa seicento artisti, in rappresentanza di ben cinquantun paesi. Basterebbero questi dati, da soli, per avere un'idea del successo di questa manifestazione, che dà lustro alla città e onora l'arte, dimostrando come essa, più di ogni altra cosa, con l'universalità del suo linguaggio, affratelli i popoli e costituisca, nello stesso tempo, uno straordinario termometro dell'état d'esprit oggi dominante o un indicatore persuasivo di quello che i filosofi chiamano Zeitgeist, lo spirito del tempo. Al di là, ovviamente, delle sensibilità e delle intenzioni dei singoli artisti, ognuno dei quali, del resto, si avvale delle tecniche che gli sono più congeniali o che meglio si prestano a esprimere il "messaggio" da affidare alla bouteille à la mer. L'incisione, da alcuni giudicata, a torto, un'arte minore o marginale rispetto ad altre forme di espressione plastico-pittoriche, non è né un hortus conclusus né una parente povera della pittura: lo dimostra il fatto che essa dialoga con le altre forme d'arte e con esse si misura senza complessi d'inferiorità. Semplicemente è un'altra cosa, un altro modo di esprimersi, e per di più estremamente vario e versatile quanto a tecniche e quanto a risultati. Prendiamo, ad esempio, le ventisei opere finaliste selezionate per l'occasione da un'apposita giuria di esperti internazionali: vi troviamo sì delle acqueforti, delle puntesecche, delle maniere nere, ma anche xilografie, linoleografie, acquetinte e vernici molli. Taluni artisti, inoltre, non disdegnano il colore e quindi le contaminazioni con la pittura vera e propria. Ed accanto a soggetti figurativi - peraltro non sempre trattati in maniera realistica o prettamente naturalistica - ne troviamo altri informali o comunque stilizzati, di gusto astratto o astrattizzante. C'è chi è più legato alla tradizione (ma anche in questo caso non si può generalizzare, perché ogni artista, in fondo, ha la sua) e chi coltiva modi espressivi o compositivi più liberi, meno legati alla figura o alla rappresentazione: modi che potremmo dire più moderni, se pure la modernità non avesse ormai una storia e una tradizione, al punto che già da tempo si parla di postmoderno. A lungo andare, finirà che nulla riuscirà più moderno dell'antico. Il classico - o il neoclassico - è sempre dietro l'angolo. Per tornare alla nostra Biennale e limitando il discorso, appunto, alle opere selezionate dalla giuria, diremo che, a prescindere dalle tecniche usate e - per ora almeno - dagli esiti estetici, sembrano affermarsi quattro nuclei tematici: l'indagine si appunta da un lato sul tempo e sullo spazio, dall'altro sull'attualità e sull'interiorità. La memoria, ordinariamente declinata in chiave elegiaca, si fa a volte struggente e diventa lontananza o distanza sotto lo sguardo che la contempla e misura (come in Going away della lituana Irina Panaskova); altre volte s'ammanta d'ironica tenerezza, come in Memoria do tempo del brasiliano Luciano Santos Bortoletto. O risuscita paesaggi antichi, con greggi di pecore in primo piano e muri a secco, di pietre, sullo sfondo (è il caso di Giulio Massimi). Talora è la memoria dell'acqua, che, fluendo erratica tra due sponde, in un tremolio di riverberi e di riflessi, in un suggestivo alternarsi di luci ed ombre, "racconta" la sua eterna favola eraclitea (Roberta Zamboni, L'acqua racconta). Connotazioni locali, di un esotismo vagamente démodé, suggeriscono invece il sorridente tangardel, dall'aria bogartiana, in gessato, cravatta e borsalino, dell'argentino Mauricio Schvarzman e l'impenetrabile Barber, segnato dagli anni e dalle rughe, dell'iraniano Khataci Mehrdad. La dimensione spaziale appare invece privilegiata, et pour cause, da quegli incisori che - come Yun-Jung Seo, Nasil Kwak, Laura Bisotti e Vladimir Zuev - imboccano vie più sperimentali per affidare all'energia del segno e al contrasto delle tinte l'evocazione di realtà "altre", di oltranze metafisiche o immaginarie. Ne derivano Terra oltre III, dove l'intersecarsi delle linee in un caotico groviglio è spezzato in due da una banda bianca orizzontale con curiosi effetti di specularità, Inter-space, in cui la ricerca spaziale, si giova di sovrapposizioni e di graduali ispessimenti cromatici, Tentativo di orizzonte, un'acquaforte e punta secca su zinco che gioca sulla scomposizione dei piani e sull'accentuazione dei chiaroscuri, e Gravitational 2, dove la tecnica mista è al servizio di un complesso disegno geometrico che, con le sue linee e i suoi schizzi - tra cui due volti di profilo, quasi leonardeschi, grottescamente affrontati, in basso - sembra fungere da palinsesto alla sovrimpressione di due montanti, grosso modo rettangolari, con i relativi contorni d'ombra che si affacciano, spiccando, sul giallo dell'area intermedia. Analoghi contrasti di tinte e di colori, se mai ancor più marcati, caratterizzano S/T di Girolamo Russo e l'ambigua ma affascinante incisione Ash of Etna della polacca Zofia Dziubinska. Una linea nera spezzata congiunge i bianchi Bollards di Jiri Samek. Lo spazio asseconda intendimenti meno criptici e - si direbbe - più cordiali nella bella linoleografia Houses del francese Nicollas Poignon, dove grigio-bianche facciate di case si accampano, in ordine decrescente, ad anti-climax, su un fondale grigio-scuro, verticalmente innervato, di foresta. L'atmosfera è quieta e raccolta, quasi crepuscolare. La stessa che spira dalla Composizione di Guido Pecci, dove a parlare è la dimessa ma amorosa, domestica poesia delle cose. Ritroviamo il tema paesaggistico in For away di Man Zhuang, una splendida maniera nera che dischiude ai nostri occhi il miracolo della luce sorpresa a candire, con plastica evidenza, un agglomerato di nubi, nonché le case e la campagna sottostanti. La scena è ampia e profonda, vibrante di variazioni tonali e di sfumature che sembrano dilatarne gli orizzonti. La realtà ne esce trasfigurata. La delicatezza dei passaggi cromatici è qui favorita dall'applicazione "come fondino in fase di stampa" della carta di Cina. Per il resto, si intuisce che la luce capace di tale epifania proviene anzitutto da una scaturigine interiore. L'interiorità, intesa come forza ispiratrice, ma anche come traguardo da attingere, è pure al centro di un'altra maniera nera, quella di Maura Israel, non a caso intitolata Intensamente. Dal buio affiorano, quasi evocati da una memoria affettuosa, una mano, un'altra e quindi il profilo di un volto femminile, assorto, e non sai se sia sul punto di riaggallare o di smemorarsi definitivamente. Inertia VI dell'australiana Donelle Gaye Paterson si limita invece a proiettare su un foglio bianco o, forse, nella luce di un riquadro che si apre o si stampiglia, piuttosto casualmente, sul nero rettangolo di fondo una sagoma grigia, vagamente antropomorfa. Ben altrimenti espressiva è la figura del vecchio Atlante, la mano a reggere il mento, in atteggiamento pensoso, incisa da Giuseppe Iannello. O il volitivo Captain di Michael Goro, che ci ricorda una celebre foto di Yukio Mishima. Un'aura di malinconica tristezza promana dalla linoleografia Second life 03 Action Gallery dell'ungherese Tamas Havasi, con una poltrona vuota in primo piano e un'altra occupata - a quanto pare - da un vecchio, sullo sfondo quadrettato di una galleria, mentre un'altra linoleografia, Todos somos fragiles VI, dell'argentina Silvana Blasbalg, graficamente assai fine, mette in scena un'accolta di conigli per illustrare, con umorismo da favola esopica, il proprio assunto. Ci spostiamo così verso l'ultima serie di incisioni, che trattano argomenti di attualità. L'ungherese Andras Szunyoghy rivisita con leggerezza il tema della "dolce vita", e lo fa imbastendo una sorta di teatrino in cui sfilano scioperati e buontemponi tra donne di facili costumi richiamate dal denaro e dall'aria festosa. Una donna nuda è anche nella Vetrina di Ivo Moele, in primo piano. Ed è facile vedervi una denuncia della società consumistica in cui viviamo, dove anche dei corpi si fa esplicito ed ostentato mercimonio. Ma la denuncia più incisiva ed efficace proviene dalla puntasecca di Elena Petrocco, dal titolo Mortificazione, dove un torso femminile stretto da lacci che si direbbero di ferro viene esibito scandalosamente a simboleggiare la condizione odierna della donna. Che sarà pure l'altra metà del cielo, ma di fatto vede la propria dignità troppo spesso oltraggiata e vilipesa. E l'artista lo grida in faccia al mondo, con grafica veemenza. Per ultima abbiamo lasciata di proposito l'incisione 3 personnages del belga Thomas Amerlynk, non solo perché di difficile interpretazione, sì anche perché i tre personaggi che appena appena emergono, come da una trincea o da una postazione militare, ci rimandano agli orrori della guerra. Schiacciati al suolo, le armi puntate dinanzi a sé, sembrano uscire da un antro o, più probabilmente, da uno schermo, come un sinistro presagio. E pensare che il Creatore, "se gli altri animali contemplano a testa bassa la terra, / la faccia dell'uomo l'ha alzata, gli ha imposto la vista del cielo / perché levasse lo sguardo spingendolo fino alle stelle" (Ovidio, Metamorfosi, I, 84-86). I tre personaggi dell'incisione ci ricordano, ammonitori, che, quando l'uomo dimentica la sua origine e la sua dignità, non si distingue poi tanto dai rettili e dagli altri bruti. Tutte le opere di cui abbiamo parlato sono stilisticamente pregevoli, come lo sono, del resto, molte di quelle non selezionate. La varietà dei temi e delle tecniche, così come la varietà dei propositi e dei fini, è indizio della vitalità dell'arte, che, come la nostra Biennale dimostra, ha ormai acquistato un respiro universale, ma seguita a trarre alimento dalla specificità delle culture. Nulla oggi è più universale di ciò che è locale, legato cioè a un particolare territorio e a una specifica comunità. A patto che la fedeltà alle proprie radici e alla propria tradizione non diventi chiusura al mondo, campanilismo ottuso o gretto sciovinismo. Ancora una volta il Premio Acqui, con questa nona edizione, ha contribuito al dialogo interculturale, proponendosi come punto di riferimento per quanti credono nell'arte, nel suo valore formativo e promozionale. Ne siamo grati a tutti coloro che hanno organizzato e sponsorizzato la manifestazione".
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