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La caccia del Signore e la bottega del Monevi

 
Grognardo. Non è bastato il rinnovato salone del consiglio comunale a contenere, sabato pomeriggio, il foltissimo pubblico convenuto per ammirare l'opera di restauro degli ambienti, coordinata dall'architetto Carozzi, e la presentazione di un grande quadro di soggetto profano, attribuito alla bottega visonese dei Monevi, e assai probabilmente a Giovanni Battista.
Solo una ottantina di persone sono riuscite a entrare in quella che non solo è stata, per secoli, la sala maggiore del Palazzo dei feudatari, ma per decenni anche una sala da ballo, con tanto di piccola tribuna per i musici; all'esterno, su ballatoio che si apre sul lato meridionale e sulle scale rimanevano una cinquantina e più di persone.
All'interno, con il consigliere regionale Cavallera, i sindaci di Cassine (Gotta), Orsara (Ricci), Mombaldone (I.Armino), Morbello (Campazzo), e alcuni primi cittadini grognardesi (l'ing. Robiglio, Antonio Gatti, il prof. Rizzo) che hanno voluto partecipare alla festa.
Al tavolo delle autorità il Sindaco Renzo Guglieri (da poco riconfermato), con il suo vice, e poi i prof.ri Arturo Vercellino e Carlo Prosperi, Sergio Arditi (ai tre è spettato il compito di fare luce sulle specificità di opera e autore); con loro anche Alessandra Novelli, accompagnata dalla sua collaboratrice dott.ssa Simona Bragagnolo, che si è soffermata sulle fasi del restauro (di tipo mimetico) del grande quadro (cm. 305 per 150), per il cui recupero il Municipio ha potuto avvalersi di un finanziamento della Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino.

La caccia del Signore

Sarà un caso (ma non lo è), ma da quando l'Associazione Vallate Visone e Caramagna ha promosso l'edizione della monografia A due passi dal Paradiso (Impressioni Grafiche, 2006) è questo il quinto restauro cui diverse amministrazioni hanno dato corso.
Ma in questo caso, più che al Monevi "padre" (ovvero a Giovanni, nato nel 1637 e morto nel 1714), occorre forse guardare al figlio, arciprete di Visone, che dal genitore aveva ereditato (e questo vale anche per la sorella) la propensione per oli e pennelli.
Più di un indizio spinge a riconoscere questa paternità, che fissa un limite cronologico al 1737, anno di morte del prete pittore).
Ma per rendere chiaro il discorso occorre andare ad analizzare il quadro.
Che mostra un nobile a cavallo (rampante, dunque con le sole zampe posteriori poggiate a terra), in abiti settecenteschi (qui la sicurezza viene dalle ricerche di Roberto Vela: ecco un giustacuore marrone ocra, con tanto di sotto marsina: ecco poi riconoscibili la cravatta al collo, un corno da caccia poco bombato, capelli fluenti e stivali rigidi), attorniato da un seguito di tre uomini che rivelano tre diversi stati d'animo.
Mentre il signore guarda lo spettatore e senza apparente sforzo si assicura il controllo dell'animale, il più giovane del suo seguito (e qui citiamo il prof. Vercellino) sembra quasi distratto, il secondo (sempre con archibugio sulle spalle) è contraddistinto da una accentuata immobilità, mentre il terzo sembra quasi impacciato alle prese con il corno da caccia.
Ma qui emerge il "controllo" dell'artista che deve assolvere il compito di soddisfare in pieno il contratto.
Assai più interessante è il paesaggio, probabilmente non di fantasia (o non solo): ecco un castello, una torre isolata d'avvistamento, come tante ce ne sono nell'Acquese; un borgo e poi una fila d'archi, che potrebbero essere l'acquedotto romano come era ad inizio Settecento.
Infine ecco la muta di cani che insegue una preda, un capriolo (o forse una lepre: le indagini con la lampada di Vood propendono per questa identificazione; ma una lepre di dimensioni davvero inusuali).
Don Rodrigo e tre "bravi", potremmo dire, se il Visone scorresse nei dintorni di Lecco, e scendesse dal Resegone.
Invece no.
Non solo le lancette del tempo van spostate di un centinaio d'anni, ma anche il territorio è differente.
Ecco allora che ad inizio Settecento, quando la bottega artistica doveva gravare su Gio Batta Monevi (che aveva studiato a Torino, presso i pittori di casa Savoia, e che di cavalli impennati doveva averne visti più d'uno) i signori indiziati per comparire su questa nera cavalcatura sono due.
Potrebbe essere Giovanni Battista II Grattarola Beccaria (1679-1744), figlio di Alessandro II. Oppure il figlio e erede Guido Alessandro (cfr. Francesco Gasparolo, Grognardo e i Beccaro, De Ferrari, 2004).
Ma Guido Alessandro (1702- 1742), tra l'altro cagionevole di salute, presto migrerà a Santo Stefano Belbo, subito dopo il matrimonio - a 16 anni - con Anna Maria Incisa. Forse, allora, meglio tornare al di lui padre, considerando lo sguardo maturo e deciso del cavaliere e un fatto storico non secondario.
Nel 1708 fu Giovanni Battista II a rappresentare la famiglia a Casale, quando i feudatari locali prestarono il giuramento a Vittorio Amedeo. E il Monferrato, anche quello acquese, entrò a far parte dell'orbita ducale.
Allora non stupirebbe, magari, riconoscere i colori sabaudi in un piccolo scudetto (illeggibile: chissà potrebbe essere nato così) che proprio uno dei "bravi" lascia intravedere nella parte inferiore del suo abito. (G.Sa)

Giovanni Battista, prete e pittore
alla scoperta dell'altro Monevi

Grognardo. Lo Stato delle anime di Visone del 1710 indica che Giovanni Monevi, il capofamiglia pittore (73 anni) è ancora vivo, ma accanto a lui e alla moglie Camilla (71) emerge la figura - con altri congiunti - di Giovanni Battista, sacerdote e arciprete del luogo, di 47 anni, che secondo una prassi assai diffusa nei nostri paesi, aveva "rinnovato" il nome del nonno. Ovvero quel Gio Batta nato nel 1590, padre del pittore Giovanni.
E, sempre nell'ambito familiare (e poi a Torino), Gio Batta aveva coltivato le propensioni artistiche di casa, tali da dar vita ad una vera e propria bottega, tanto che in un altro Stato delle anime, quello del 1678, erano qualificati come pittori non solo Giovanni Battista, quindicenne, ma anche la sorella di due anni più grande Angela Maria.
Né deve stupire l'associazione tra professione religiosa, cura d'anime e amore dei pennelli.
Carlo Prosperi qualche anno fa ha pubblicato un corposo studio dedicato alla figura di Michael Beccaria Loci Trisobij pictor et Montaldi Parochus [1568-1622], che è parte del volume - curato da Geo Pistarino e da Gigliola Soldi Rondinini - Riscoprire Trisobbio, che raccoglie gli atti (usciti nel 2002) della giornata di studio dedicata all'antico borgo monferrino il 30 giugno 2001.
Ma torniamo a Giovanni Battista, che nato nel 1663 - due generazioni dopo il parroco pittore di Montaldo - aveva come zio Francesco (nato nel 1627), fratello del padre, che giovanissimo, a soli 14 anni aveva già vestito l'abito clericale, e che secondo Alessandro Baudi di Vesme fu anch'egli incline alla pittura, perfezionata con studi romani.
Oli e tele dunque contraddistinguono tutta la famiglia (o gran parte di essa). Così, attraverso una supplica del 1711 al Vescovo d'Acqui, necessaria per sollecitare il pagamento di un'Icona di Sant'Anna, sappiamo che Giovanni Battista aveva realizzato questo soggetto per il Signor Conte Abate [Ortensio] Faa di Carentino. Ma altre tracce della sua produzione si possono rintracciare nelle collezioni private (ecco un Ritratto di monaca, pur con attribuzione dubbia), ma soprattutto nella sua parrocchiale, dove alcuni suoi oli erano un tempo conservati nelle cappelle laterali di San Giuseppe e di Sant'Antonio.
Un'altra testimonianza potrebbe riguardare il Martirio di San Bartolomeo di Bruno.
Riguardo alla sua figura fondamentali sono gli appunti dattiloscritti da Bernardino Bosio, che si riferiscono a documenti d'archivio oggi non più reperibili [ma disponibili solo qualche decennio fa: in mezzo nessuna guerra e nessun incendio] e dunque anche ad un necrologio che conteneva qualche accenno ai ritratti dei vescovi che Gio Batta Monevi dipinse nel Palazzo Vescovile d'Acqui.
Ma per sapere di più del personaggio e della famiglia non resta che consultare l'opera analitica che Carlo Prosperi, Arturo Vercellino e Sergio Arditi hanno consegnato alle stampe qualche anno fa, nel 2006, sotto l'impulso dell'Associazione Vallate Visone e Caramagna. Si tratta de A due passi dal paradiso: Giovanni Monevi e la sua bottega (Visone, secc. XVII -XVIII), volume EIG d'ampio formato di oltre 190 pagine (in bianco e nero e a colori) da cui si può dedurre anche un terzo, fondamentale ruolo che l'arciprete pittore ricoprì in vita sua.
Egli si propose infatti anche come primo biografo del padre. Fu lui, infatti, a stendere il necrologio, dopo la morte di Giovanni, avvenuta il 15 dicembre 1714. Con l'identificazione, pur sommaria e incompleta (vergata in latino), dei tanti luoghi di lavoro: la Cupola e il Sancta Sanctorum della Cattedrale di Acqui, con il Sacello del Santissimo Rosario; il convento acquese di San Francesco, Strevi, Moncalvo, San Maurizio [sic] e diversi luoghi del Monferrato, del Genovesato, del Piemonte, dello Stato di Milano.
E questa breve nota lascia trasparire quanto la ricerca sul capostipite possa essere complessa. Ma, foriera, un domani, di inaspettati rinvenimenti. (G.Sa)

 

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