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La vendemmia anticipa ai primi di settembre

 
Carpeneto. Quest'anno la vendemmia anticipa, complice il perdurare del caldo estivo e delle giornate di luglio ed agosto piene di sole.
Si inizia così a vendemmiare già la prima settimana di settembre: l'uva è bella e sana e fa pensare ad un'annata di qualità più che di quantità. Lo conferma Rino Ottria, per anni contitolare col fratello Renzino ed i rispettivi figli Diego e Mirko dell'azienda agricola "La Magnona". Peccato per quella grandinata di fine luglio, che ha colpito la fascia compresa tra Madonna della Villa, la Gaggina, i Ricciotti e la Selvaggia.
Certo, con un po' di acqua piovana, sarebbe un bene per l'uva perché aumenterebbe la zuccherina. Col caldo umido della metà di agosto la vite fa fatica a dare la zuccherina. Quindi un po' di pioggia, giornate ventilate e non più afose aiuterebbero la vite a produrre quest'anno un'uva veramente di qualità.
Si comincia dunque già ai primi di settembre con le uve bianche (cortese e moscato), poi si passa alle nere col dolcetto e la barbera.
Dice Italo Danielli, titolare di "La Valletta" di Cremolino: "Sì, si inizia a vendemmiare la prima settimana di settembre.
L'uva si presenta bene, non ce n'è molta ma è bella e di qualità. Non ci sono stati problemi di siccità ed i giorni caldi di agosto l'hanno fatta ma turare velocemente. Un po' d'acqua servirebbe a rinfrescarla e a pulirla ma alla larga dai temporali. Non vi sono problemi di peronospora o di oidio, i trattamenti giusti hanno mantenuto sani i grappoli. Un fatto è certo: il vino sarà migliore rispetto agli anni passati, e ben strutturato perché l'uva è di buona qualità in poca quantità, tanto da arrivare a 13/13,5 gradi. Si spera quindi che il mercato del settore si renda conto delle potenzialità del nostro vino."
Anche Mario Camera che, col fratello Andrea conduce un vigneto a Mongiardino di Tagliolo, è d'accordo sul rapporto qualità/quantità dell'uva di quest'anno: "L'uva è davvero bella, anche se non renderà molto in senso quantitativo.
Farà un buon vino, superiore a quello passato."
Lino Luvini coltiva con passione un vigneto ad Albareto di Molare: "Si prevede un'ottima annata per il vino, se il tempo si mantiene asciutto e caldo. L'uva non ha di muffa ed il vino potrà sfiorare i 13 gradi. In ogni caso bisogna spingere sulla qualità del nostro prodotto: la docg è una grande prospettiva di crescita del dolcetto d'Ovada, come i bollini che servono a regolare la quantità di produzione e la qualità dell'uva coltivata."
Il disciplinare del Dolcetto d'Ovada, o più semplicemente "Ovada" come sta per diventare, prevede infatti una resa di 70 quintali d'uva per ogni ettaro di vigna coltivato.
Ed i prezzi dell'uva a quintale?
Al momento non sono fissati in via definitiva ma gli agricoltori già paventano prezzi bassi per il frutto del loro lavoro di un anno. Più o meno come gli anni scorsi, tanto per non cambiare? (E. S.)

Con la vendemmia arriva
l'"Ovada" dell'Alto Monferrato

Ovada. Tempo (o quasi) di vendemmia, gli addetti al lavoro si organizzano nei vigneti, si stabiliscono i prezzi dell'uva e si rimette così in moto il mercato del settore vitivinicolo.
Intanto il Dolcetto d'Ovada diventerà finalmente e semplicemente "Ovada", come da anni il "Gavi".
Sarà la volta buona per il decollo effettivo del nostro buon vino? Ha ragione Anna Maria Alemanni, presidente del Consorzio di tutela del Dolcetto d'Ovada, quando dice che la sua nuova denominazione deve comunque essere il punto di partenza, non di arrivo, del prodotto principe dell'Alto Monferrato di Ovada.
Ma il mercato aiuta effettivamente il Dolcetto d'Ovada? Chi fa il prezzo dell'uva non aiuta il lavoro dell'agricoltore e poi ci vogliono tante spinte diverse per far conoscere, ed apprezzare, il buon vino locale.
Anche i ristoratori potrebbero far la loro parte, puntando decisamente sulla qualità autentica del Dolcetto d'Ovada per i loro clienti.
Una qualità che può, e deve, variare da zona a zona: sono appunto le diverse caratteristiche territoriali (con i famosi "retrogusti") che alla fine determinano la bontà del vino.
Un Dolcetto che sa anche di pino o di piante aromatiche del posto diventa segno di genuinità e di autenticità locali del prodotto perché si porta dietro le caratteristiche del territorio in cui è stato coltivato.
E' molto meglio di un vino "tutto uguale" anche se cambiano i luoghi di produzione. (E. S.)

 

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