L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]

 

Araldica al Castello con gli stemmi di Morsasco

 
Morsasco. Una interessante serata dedicata all'araldica si è tenuta, sabato 17 ottobre, presso il Castello di Morsasco, organizzata dalla omonima associazione.
Molti gli intervenuti (anche se la grande sala risultava solo parzialmente occupata) e tra questi tanti "castellani" della zona (Orsara, Prasco, Quattordio). Essi hanno potuto ascoltare dapprima le parole di Guido Sebastiano Zerbino, presidente dell'Associazione "Castelli Aperti" del Piemonte, proprietario del Castello di Cremolino, che ha inaugurato con una breve lezione, dedicata alle origine e agli sviluppi della disciplina araldica, l'appuntamento.
Che è poi proseguito con la relazione del prof. Gianluigi Rapetti Bovio della Torre, dedicata al tema degli stemmi legati al maniero di Morsasco.

Mille anni di storia

Ma come sono nati gli stemmi? Semplice: da un nuovo modo di combattere. Con armature più sofisticate, con elmi fissati sulle spalle, che occultano il viso degli eroi. Che, naturalmente, vogliono essere riconosciuti. E allora, ecco che il percorso subito incrocia gli smalti (oro e argento; e poi i colori rosso, azzurro, verde, porpora, nero) e le partizioni.
Si procede per flash, e anche con l'aiuto di una videoproiezione: e se il Quattrocento e il Cinquecento sono i secoli del culmine della disciplina araldica - dice Guido Zerbino - dal Seicento si assiste ad una progressiva decadenza, che trova culmine nella Rivoluzione Francese. Non mancano le distruzioni dei marmi, e delle altre testimonianze dell'arte. Pur con differenze sensibili da luogo a luogo: se a Genova è un massacro, Firenze salva i patrimoni araldici.
Ultime considerazioni per le armi ecclesiastiche, per le insegne dell'aristocrazia francese e inglese e poi per la "nuova" araldica del XX secolo.
Certo è che alcuni stemmi raccolgono fedelmente la storia dell'albero di famiglia: e allora disegno e colori sono vero e proprio riassunto di ciò che accade di generazione in generazione.

Di famiglia in famiglia

Gianluigi Rapetti Bovio della Torre da un lato sottolinea come la disciplina araldica venga da una vera e propria damnatio memoriae. Che si accompagna al declino della classe aristocratica: colpa del vento socialista che inizia a spirare forte sull'Europa dall'inizio del XX secolo? Forse. Ma ci si dimentica dei grandi araldisti dell'Est.
Certo che la disciplina, anche presso gli atenei italiani, è scarsamente attivata nei piani degli studi.
Ma, a ben vedere, non era troppo invisa ai borghesi della metà del XIV secolo, se Boccaccio (novella ottava della settima giornata del Decameron) narra proprio della "corsa" allo stemma da parte dei parvenu, da chi, borghese, in virtù di commerci o altre felici imprese economiche, giunge alla grande ricchezza. E' la solita storia. Quella del principio dell'imitazione dei costumi da parte del ceto inferiore che aspira a salir di grado.

Ma veniamo a Morsasco.

Lo stemmario affrescato sulle mura esterne (e oggi dilavato dalle intemperie) ha un padre: si tratta di Domenico Pallavicini, che nel 1921 restituit ornavitque. Ovvero si prodigò in opere di restauro e abbellimento che riguardarono le insegne delle famiglie che abitarono nei secoli il castello.
Si comincia dai Marchesi del Bosco, ghibellini, per arrivare ai Malaspina citati da Dante. E questo dà modo di introdurre il discorso sull'elemento "parlante": il discorso indugia su spino secco e su spino fiorito, e poi sul leone (e qui si tira in ballo nientemeno che Luigi IX il Santo, il re delle crociate - la settima e l'ottava - che lo concesse a Corrado l'Antico, ma che fu anche mandante della strage di Montsegur contro i Catari).
E il leone accompagna anche i Lodron, gran guerrieri che combatterono anche a Lepanto.
Si viene ai Guasco di Bisio, la cui arma fu fatta dipingere "per errore", seguendo una tradizione che lo storico di famiglia, Francesco Bisio, nome autorevole, probabilmente divulgò ben sapendo che diversa era la vicenda dei possessi di famiglia.
Ecco poi i colori dei Centurione Scotto, ricchi banchieri, che chiesero e ottennero il titolo marchionale e il feudo ai Gonzaga, ma poi lo persero a seguito della passione per il gioco degli ultimi discendenti. Ecco i Pallavicino, e i lavori di 90 anni fa. Con colori vecchi e nuovi che garriscono come bandiere sugli intonaci.
Omaggio ad un "sentire" araldico che l'appuntamento di Morsasco restituisce, ora, ad un ipertecnologico XXI secolo. (G.Sa.)

 

Scrivi alla redazione

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]