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"La giusta parte" di Pietro Reverdito

 
Mombaldone. Si intitola La giusta parte 1933/1945. Percezioni dirette e testimonianze il volumetto EIG che sarà presentato sabato 31 ottobre, a Mombaldone, alle ore 17, presso l'Oratorio dei Ss. Fabiano e Sebastiano.
Dell'opera è autore il maestro - e per 40 anni in Val Bormida - Pietro Reverdito (Pedrìn), giovanissimo protagonista della resistenza locale, che con la collaborazione del prof. Vittorio Rapetti e dell'artista Concetto Fusillo, ripercorre la distanza cronologica di un quindicennio attraverso un centinaio di brevissimi testi (che nella quarta di copertina sono paragonati a veri e propri scatti fotografici). Essi hanno il merito di dare complessivamente al testo un taglio ora di racconto, ora di diario, talora di saggio quando, con contributi tipograficamente differenziati, interviene la parola dello storico.
Che va ad approfondire il dettaglio locale, quella che è l'esperienza vissuta in prima persona dal narratore, che si colloca in rapporto con una situazione generale, con un contesto largo.
Così quando Pietro Reverdito spiega delle 17 persone che vivono nel 1941-42 sotto lo stesso tetto (che è poi il suo), il collegamento diretto è con il fenomeno dello sfollamento; quando viene richiamata la figura di Aldo Ottolenghi "ebreo venduto" che terminerà i suoi giorni a Mauthausen, il testo d'appoggio, sempre breve, è dedicato a Leggi razziali e deportazioni; quando si parla dei "Mongoli" del Ponzonese è necessario l'approfondimento che chiarisce la natura e la condotta di guerra dei soldati, reclutati in Crimea o nell'Asia centrale, che fiancheggiavano i tedeschi nelle azioni antipartigiane.
Introdotti dal sindaco Ivo Armino, si alterneranno al microfono per presentare il volume i professori Angelo Arata, Vittorio Rapetti, lo storico locale Giovanni Battista Nicolò Besio del Carretto, e l'artista Concetto Fusillo, di cui il volume riproduce 17 interpretazioni pittoriche.
Il libro, che è stato stampato con il patrocinio dell'Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Alessandria, accoglie - con un ricco corredo fotografico - una prefazione di Carla Nespolo, una introduzione di Angelo Arata, e anche l'intervista realizzata a Pietro Reverdito da Oldrado Poggio e inserita nel volume Roccaverano. Una cronaca che diventa storia, EIG, Acqui Terme, 2009.
159 sono le pagine del volume, che è distribuito in libreria al prezzo di 13 euro.

Chi è Pietro Reverdito

L'autore nasce a Mombaldone nel 1927, dove il padre Giovanni è ufficiale postale e la famiglia gestisce una rivendita. Qui frequenta le scuole elementari. Giovane studente presso il Ginnasio acquese condivide con altri coetanei la crescente opposizione al fascismo e alla guerra.
Dopo il rastrellamento nazifascista dell'ottobre 1944 passa in Val Bormida con la formazione guidata da Morgan, inserita nella Brigata "Bruno Lichene", a sua volta inquadrata nella Seconda Divisione Autonoma Langhe: con essa, dal gennaio 1945, partecipa a numerose azioni con il nome di Pedrìn.
Dopo la liberazione riprende gli studi, diplomandosi nel 1947 presso l'istituto magistrale di Savona, quindi si dedica all'impegno educativo, come maestro, a Montechiaro.
Accanto alla scuola, la sua grande passione è lo sport, praticato attivamente con gli amici. Prima il calcio, nelle squadre locali (Mombaldone, Spigno, Ponti), e poi il pallone elastico che, come giocatore e organizzatore, lo vede sui campi di balòn con la Polisportiva Montechiaro e con l'ATPE di Acqui. Ora si dedica con la famiglia alla vitivinicultura biologica. (G.Sa)

Le memorie dell'autunno 1943 in Langa

Diventare partigiani? Si comincia così

Mombaldone. Ma come si diventava partigiani? Perché? Quando? A queste domande rispondono queste piccole memorie che abbiamo tratto dal libro La giusta parte di Pietro Reverdito.
Le pagine di riferimento sono la 65, la 66, la 67 e la 68.

Ed è subito scelta

(Nella sede del fascio messa a soqquadro. E' il 26 luglio. Il giorno precedente c'è stata la fine del regime, con l'arresto di Mussolini).
Adriano, mi sono tolto un grosso rospo dallo stomaco.
A chi lo dici.
Ha cessato, finalmente, di essere il covo dei prepotenti.
Sotto sotto avranno modo di gioirne anche i fascisti.
Certo non saranno più obbligati a comportamenti sciocchi, scorretti e incivili.
Da oggi la nostra vita sarà diversa.
Io me la figuro più chiara, in un cammino più onesto senza un Duce apportatore solo di sventure e di infiniti problemi nazionali. Domani ne parleremo con gli amici.

Parte la resistenza

Nessuno sa come siano finiti sul binario morto della stazione ferroviaria di Mombaldone cinque carri pianali con quattro autocarri tedeschi e un cannone da 105 a lunga gittata di fabbricazione francese. Meno male che nel nostro gruppo, formatosi oggi, con tacito accordo, c'è Angelo, ex artigliere con patente di guida. Appena imbrunisce, furtivamente saliamo sui carri, e dopo un estenuante lavoro rendiamo inservibile il cannone mentre i motori dei quattro autocarri sicuramente non romberanno più. Non ho mai visto così felici Angelo, Attilio, Ivo e Carletto.
E' l'8 settembre 1943

Prigionieri in salvo

Veniamo a sapere che sulla Statale transitano autocarri tedeschi con prigionieri italiani. Cerchiamo di armarci.
Per un sacchetto di farina di grano la signora T. (una genovese sfollata) mi offre un bella scacciacani con una dotazione di ben otto pallottole.
Anche gli altri qualcosa hanno. Posti quasi all'altezza del casello ferroviario n. 27 e sdraiati nella cunetta, non appena sopraggiunge un autocarro, favoriti dall'oscurità ci alziamo e a gesti e a parole sussurrate convinciamo i prigionieri ad abbandonare il mezzo che intanto si è fermato davanti alle sbarre del passaggio a livello, all'occorrenza abbassate.
La cosa riesce e così la ripetiamo più volte per tre sere consecutive. La quarta sera due tedeschi armati fanno attenta guardia sul cassone di ogni autocarro… Ma un centinaio di prigionieri ha potuto trovare la libertà rimediando con essa un paio di calzoni e una vecchia giacca da borghese. Un mombaldonese, esaurito il guardaroba, è giunto a donare il suo abito nero da sposo.
9-11 settembre

Incoscienza

Siamo i soliti cinque. Qualche dispettosi crucchi dobbiamo pur tentarlo. Pensiamo che il punto detto "taglio di Sant'Antonio" della Strada Statale 30 possa prestarsi al nostro intento. Sul ciglio ammassiamo pietre e macigni: al passaggio del primo automezzo vedremo il risultato. Detto-fatto. La frana non ha granché impressionato i tedeschi che non si sono abbassati ad alcuna reazione.
Dimostrazione pratica: non abbiamo saputo realizzare quanto "visto" magari… nei film dei pellirosse. Specie il nostro Attilio ha disapprovato "la bravata" che non poteva sfociare in alcunché di positivo. No: così non va. Noi non facciamo la guerra. Loro sì.
Mombaldone, ottobre 1943

Coraggio di donna

E' una brutta mattinata di fine novembre 1943. La stazione di Acqui pullula di studenti. Con i compagni siamo appena scesi dal treno quando, dal carro bestiame di una tradotta, ferma sul terzo binario, si alzano voci che richiamano l'attenzione di tutti noi.
Sono militari prigionieri del nostro disciolto esercito che i tedeschi scortano verso Alessandria.
Chiedono pane, acqua, sigarette. La gerente dello spaccio della stazione offre alcuni pacchetti che, inutilmente, si cerca di lanciare attraverso la finestrella posta in alto del carro bestiame.
Per riuscire nell'intento Antonio di Ponti e Gianni di Monastero mi sollevano sulle loro spalle, ed io riesco ad introdurre da quella specie di grata, che separa i prigionieri dall'esterno, quanto mi viene sporto dai compagni.
Ma la cosa non sfugge ai crucchi. In men che non si dica un graduato con la pistola in pugno e urlando come un ossesso, si dirige verso di noi, rei del fattaccio.
Si verifica subito un fuggi fuggi generale. Io tremo ma non rimango solo: Carla di Torino, Giulia di Albissola, Giovanna e Rita di Bistagno e Lilli di Genova si schierano davanti a me formando uno scudo compatto e risoluto. Il tedesco, sbigottito da tanta fermezza, perde la sua baldanza.
Non preme il grilletto, abbassa la pistola e, scornato e sconfitto da tanto ardore, ritorna sui suoi passi. Per tutti l'incubo è finito.
Acqui, novembre, 1943

(a cura di Giulio Sardi)

 

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