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Acqui Terme. Per Giulietto Chiesa, intervenuto venerdì 20 novembre alla presentazione del libro Dall’altra parte delle stelle (EIG, pp. 277) di Maurizio Mortara, la guerra in Afghanistan non è altro che un “nostro ritratto”. Perché “noi siamo in guerra”. Anche se di questo non c’è consapevolezza.
“Televisioni, giornali, il sistema dei media: essi non spiegano niente; la notizia viene sistematicamente nascosta. E questo è ancora più facile in un Paese in cui si registra la dittatura televisiva [nel senso che è, di fatto, unica fonte condivisa; nel senso che esiste un monopolio] e 30 milioni di persone non acquistano mai un libro o un giornale. E allora, considerate queste premesse, come è possibile - qui: in Italia, non là in Afghanistan - parlare di Democrazia? Su che basi votiamo? Cosa possiamo scegliere?”.
Il primo contributo di Giulietto Chiesa concerne il tema dell’informazione.
E allora, a supporto di questa tesi, l’oratore, con un flash back, recupera i titoli dei giornali - tutti - che salutavano l’utopia di una restaurazione democratica che l’Occidente poteva realizzare a Kabul.
“Aiuteremo le donne a togliere il burka”; “Taglieremo le barbe agli afgani…”: così recitavano i titoli degli articoli di fondo.
Questo, proprio questo, significa compiere una missione di civiltà? Quale il nostro diritto per cancellare unilateralmente le tradizioni, per annullare un sistema di riconoscimento sociale?
Milioni di euro spesi dall’Occidente per formare un apparato di giudici afghani, per poi appurare che la giustizia si amministra nei villaggi, ancora oggi, facendo riferimento alla autorità dei vecchi.
Dunque occorre fare un passo avanti. Avanti rispetto ai 200 mila afghani ammazzati (un terzo degli italiani morti nella Grande Guerra). “Sì perché al posto delle barbe abbiamo tagliato le teste, senza andare troppo per il sottile tra civili e guerriglieri”.
È la presunzione ad essere inaccettabile: in fondo quello della “missione di pace” è un altro colonialismo, che si basa sul pregiudizio che la nostra vita (i nostri valori, gli ideali, la nostra saggezza) sia migliore di quella altrui.
E così le storia delle “libere elezioni” che han portato al potere Karzaj non è altro che un ulteriore inganno, una beffa, per gli afghani; o la giustificazione di una guerra (di un altro Vietnam) per opinione pubblica l’USA e per gli Alleati.
Certo - conclude Giulietto Chiesa - è straniante la prospettiva di chi si sente raccontare l’Afghanistan, via satellite, da CNN, RAI e BBC, sentendo il rombo degli aerei in missione sulla testa; oppure svegliandosi nella notte per l’attacco dell’ennesimo kamikaze…
Scenari apocalittici
Ma la crisi dell’Occidente - crisi che si specchia nelle terre d’Oriente - è più grave: è crisi finanziaria e ambientale; riguarda le risorse alimentari - cibo e acqua (che ora sarà da noi privatizzata…) ed energetiche.
E’ la più grande crisi dell’uomo. E, oltretutto, richiede una tempestività nelle soluzioni che - da Kyoto a Copenhagen, dal 1997 ad oggi - ci è del tutto ignota.
“E il tempo scorre. 15 anni di tempo per risolvere la questione del riscaldamento del pianeta, per contenere la crescita della temperatura entro i due gradi Cº. Per ridurre le emissioni di anidride carbonica.
Al di sopra della soglia di cui sopra un mondo “più stretto”, con tante zone della terraferma a rischio, allagate; la concreta possibilità, anzi la necessità, di migrazioni di massa…
“Ma in fondo, neppure oggi c’è spazio per noi e per loro: un 10% più fortunato consuma il 90% delle risorse; ci vorrebbero 4 pianeti per sopportare la pressione umana garantendo a tutti identici standard.
“Si insegue l’aumento del PIL, ma si dimentica che un processo come questo, geometrico, esaurisce in breve le risorse.
Senza contare che, tra i paesi una volta detti “più avanzati”, o “sulla via dello sviluppo” (ma ormai potenze mondiali: a cominciare da Cina e India), la gente giustamente esige la carne in tavola, la proprietà dell’automobile… e dunque pratica un costume occidentale che è legato a doppio filo con l’inquinamento.
Le tentazione delle armi (Afghanistan) o quelle ugualmente pericolose del mito del progresso “infinito” vanno evitate.
La prospettiva deve essere quella di una convivenza pacifica e di una condivisione del pianeta. Delle sue risorse e dei suoi problemi.
E neppure la parola “decrescita” deve sembrare più una bestemmia. (G.Sa)
Maurizio Mortara: una tac per l’Afghanistan
Acqui Terme. Organizzato dalla editrice Impressioni Grafiche, da Comune (attraverso l’Assessorato all’Istruzione), Centro Culturale Islamico, Provincia, ISRAL, e Circolo “Galliano”, venerdì 20 novembre, al Movicentro, la serata pro Emergency che vedeva quali relatori Giulietto Chiesa e Maurizio Mortara, radiologo ovadese già volontario nelle terre afghane, ha raccolto oltre 200 presenze. Riuscitissimo l’incontro, il cui motivo conduttore potrebbe essere questo: “La guerra è guerra per tutti”. E allora giusto, giustissimo fermarsi in lutto nazionale quando sono i nostri soldati a morire. Ma i lutti, in Afghanistan sono quotidiani. Chi opera negli ospedali Emergency (veri bunker difesi da alte mura), però, non si chiede chi sia, a quale schieramento appartenga colui che giunge con le carni a brandelli. E, oltretutto, il personale sanitario viene esposto a quesiti davvero laceranti. Quando, dopo l’esplosione al mercato, i feriti che occorrerebbe attaccare ai respiratori sono in numero maggiore rispetto alle macchine, allora l’uomo, il medico - diventato giudice - deve decidere tra la vita e la morte di chi è in barella.
Maurizio Mortara vuole giustamente prendere le distanze dalla politica. “Chi ha ragione? Chi ha torto? Chi mente?” si chiedeva Tiziano Terzani dalla Cambogia? Forse una risposta entrando nelle capanne, nelle case. Osservando il volto dei bambini, Dei malati.
Ma allora cosa si può fare? Scambiarsi le idee è già una soluzione.
E allora il primo risultato (tanto in Afghanistan, quanto in Italia) è quello dell’unione tra i popoli.
Là gli ospedali, i cento letti di Kabul, ma anche quelli nel Sud del paese dove dominano “guerra e morte, oppio e talebani” e dove, eppure, medici e personale locale riescono comunque ad operare.
Qui una serata organizzata anche con il contributo del centro culturale islamico, con un emozionato Mohamed El Hlimi che ha preso la parola, contento che “tante belle persone siano riunite nel nome della solidarietà”.
Sì, perché Maurizio Mortara manifesta l’idea di finalizzare la raccolta fondi (i proventi del libro sono tutti destinati ai soccorsi) all’acquisto di una apparecchiatura TAC da trasferire in Afghanistan, per metterla a disposizione della gente di laggiù.
È questo il progetto 2010, che dovrebbe prevedere un concreto ritorno nelle terre dell’Asia. (G.Sa) |