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Acqui Terme. Era atteso anche don Ciotti al Convegno di domenica 22 novembre (Sala Baccara delle Nuove Terme) che poneva a confronto cultura piemontese e cultura calabrese. Ma problemi di forza maggiore non hanno consentito la sua presenza, né quella di Antonio Napoli, in un primo tempo delegato a rappresentarlo. Da quest’ultimo un testo (letto dal dott. Michele Gallizzi) che qui presentiamo.
La cultura della libertà
Nel suo significato più profondo, la cultura è il più alto grado di libertà.
Cultura significa dare preminenza ai valori umani e spirituali della vita, rompendo le catene del materialismo e dell’antiumanesimo.
La cultura è la vittoria della civiltà sulla barbarie, sui pregiudizi, sulla paura, tutte cose a cui si rischia sempre di ritornare se viene a mancare l’educazione permanente, il senso del diritto a di più quello del dovere.
Solo l’uomo colto può essere libero, e solo laddove c’è cultura non c’è dubbio che ci sia anche la libertà.
Ma l’espressione cultura della libertà non è affatto ridondante.
In quei territori in cui la mafia spadroneggia da tempo, la libertà ritrovata attraverso l’adozione repressiva delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, deve essere sostenuta da una forte e pervasiva cultura della libertà, perché altrimenti rimarrebbe vivo quell’ humus nel quale le organizzazioni criminale ricrescono, favorite da una mentalità che chiama il diritto con il nome di favore, che crede ciecamente nell’individualismo del “si salvi chi può” e del “chi gioca da solo non perde mai”.
Quella mentalità propria di coloro che non riconoscono la mafia come nemico, anzi come il più scaltro fra i nemici perché “il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”, ti abitua a non avere il diritto di vivere nella tua terra e di decidere di te stesso.
La confisca dei beni alla mafia e il loro uso sociale unisce un processo di liberazione alla cultura della libertà: congiunge la restituzione del maltolto al desiderio di riutilizzare le risorse, prima depredate, per ricostruire dignità e diritti.
Ci sono storie e scenari di un Sud che si rifiuta sempre più di “assolvere al ruolo di icona di subalternanza, ma vuole sempre più decisamente presentarsi come icona del riscatto dalle antiche schiavitù” (Don Tonino Bello).
Oggi la “liberazione” in atto nel nostro Sud riguarda quei beni che sono stati in passato terreno di conquista per il potere mafioso e che ritornano ad essere patrimonio della comunità, non più sottomessi ad un interesse privato diretto alla sopraffazione, ma gestiti nel nome di una interesse generale che mira alla giustizia sociale. Le cooperative di Libera ridanno vita e produttività a terre confiscate alla mafia e trasforma questi luoghi in presìdi di una economia legale, pronti ad innervare il territorio di una “passione civica e democratica” del tutto nuova, per combattere un’asfissiante cultura mafiosa e per essere una spina nel fianco di quella cultura della delega, del favore, del privilegio, del disimpegno che hanno favorito lo sviluppo del fenomeno mafioso.
Quando la cooperativa è veramente sociale
La valle del Marro – Libera Terra gestisce della Piana di Gioia Tauro circa 100 ettari di terreno confiscati e sequestrati alle cosche della ‘ndrangheta. Il riscatto sociale che questa realtà rappresenta sul territorio si materializza in prodotti tipici e biologici che fanno parte del “paniere della legalità” di Libera. Produrre quei frutti significa poter riaffermare i propri diritti di cittadinanza, significa contribuire alla costruzione delle strutture dell’ “antimafia sociale”. [E’ per questo motivo che nel dicembre 2006 e nell’aprile 2007, e poi nel gennaio e nell’ottobre 2009, la cooperativa ha subito atti intimidatori, sabotaggi di mezzi agricoli, devastazioni, furto di macchine e attrezzature. A ciò han risposto società civile istituzioni, con interventi tempestivi e una lunga e concreta catena di solidarietà].
Una di queste strutture è la creazione di un “libero” lavoro, ancora più importante se basato su modelli gestionali e decisionali e coinvolgenti come il lavoro cooperativo. Oggi nella cooperativa lavorano 15 persone, tra cui 4 soggetti svantaggiati.
Siamo sempre più consapevoli che la lotta alla mafia debba essere soprattutto caratterizzata da politiche di promozione sociale, promozione di occupazione, di lavoro che, molto spesso, viene offerto come un favore e che, invece, deve essere garantito come un diritto.
Nel lavoro onesto, coraggioso, appassionante nelle terre confiscate alla mafia vi è una parte rappresentata dalle esperienza dei campi del volontariato. Queste esperienza raccontano la voglia di contribuire a costruire uno sviluppo legale, sostenibile, fondato sulla condivisione e la partecipazione di giovani e meno giovani e non di altre parti d’Italia e del mondo. Giovani che non si vogliono fermare ai risultati del presente, ma guardano in una prospettiva di futuro, dove la mafia non sia più contrastata ma sconfitta.
Come ha detto don Luigi Ciotti “i terreni confiscati alla mafia in Calabria, in Sicilia, in Puglia, in Campania sono tornati ad essere un bene della collettività. I terreni dei campi della legalità promossi da tante associazioni sono stati liberati. E nel nostro paese c’è davvero bisogno di liberare la legalità, la giustizia, la stessa libertà spesso ostaggio di interessi criminali”.
(Riduzione di G.Sa) |