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Buon Natale nonno Vigiu, vecchio saggio di Langa |
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Son salito domenica su quel bricco, dove l’occhio spazia a 360 gradi, tra colline e calanchi su quattro province e due regioni, ad augurare buon Natale e felice anno a nonno Vigiu, vecchio saggio di Langa. Vigiu è nell’aia con il suo Bill, un meticcio, che lo segue passo a passo da anni, prima erano numeri uno da tartufi ed ora sono anziani amici. Gli consegno il calendario e Vigiu mi dice «Ti ringrazio, questo de L’Ancora è un “armanacc” che si vede e dove si può scrivere a fianco del giorno, come una volta». Entriamo in casa, ci sediamo attorno alla stufa a chitarra, dove di tanto in tanto mette “na leggna” e, sul tavolo, noto l’immancabile bottiglia di dolcetto o di barbera nei dì di festa, e, a fianco, Famiglia Cristiana e il settimanale a cui, da sempre è abbonato. In un altro angolo della grande cucina, la credenza, la gabbietta per le robiole, agganciata al trave e poi la modernità (frigo, cucina gas e televisore).
Bill si siede nel suo “paion” e Vigiu sulla sua vecchia poltrona, dopo avermi versato il vino e messo sul tavolo una robiola stagionata con una “grissia” di pane, inizia a parlare, non prima di avermi detto: serviti. “Andiamo sempre peggio. Sono contento di essere vecchio, perchè ho sofferto e poi raccolto, con il duro lavoro nei campi, i frutti”. Ha fatto studiare il figlio Giuseppe, che vive in città, “fa di conto in banca” ed è sposato, la nuora Giovanna, lavora in ospedale e i suoi nipoti sono prossimi a laurearsi, così “presto avrò un medico, Letizia e un ingegnere Carlo”. Ha avuto il grande dolore per la perdita della giovane figlia Maria. E mentre parla Vigiu guarda fuori dalla finestra sull’altra collina dove c’è il cimitero e riposa la sua Netina, la moglie, scomparsa per un brutto male, da una decina di anni. Sotto il portico la vecchia Panda, “as ranca, va sempre in qualsiasi strada e stagione” che usa per andare in paese a fare un po’ di spesa e andare a messa o scendere a valle. Questo è il suo mondo. “Mi fanno ancora correre, a più di ottant’anni ed in pensione per fogli o altro, mi complicano sempre più la vita”. Ad esempio per il digitale terreste ha voluto dire un decoder e poi nuovo televisore e non vedere più i canali RAI. “Non capivo più nulla con due telecomandi, accendi, poi con l’altro cambi, e...”. Tutti giorni mi dice che arriva posta «fogli che non capisco, se devo pagare o meno e se poi devo chiamare per la luce, il telefono o altro, aspetto tanto e mai nessuno mi risponde, c’è un disco, che mi dice digiti, ed io non capisco e allora stacco e impreco. E così poi chiamo Beppe». «Quando eravamo meno studiati, ma avevamo più buon senso, per un guasto, uno ti parlava ed ora... un disco». La TV la accende per il notiziario, diversamente, non vuole vedere donne poco vestite e presentate come oche giulive. Poi è tutto un baccano, “ha ragione chi urla di più, magari senza sapere cosa dice. Poi parlano in dialetti o lingue straniere che e capis nan”. E contento del suo medico, che come chiama arriva, l’ha visto crescere, nella borgata vicino e dell’altro che è all’ospedale. Ma Vigiù è rammaricato perchè vede che in valle l’ospedale è sempre più scatola vuota, che la strada di fondovalle di Vesime ha parecchi restringimenti, che di là, verso Spigno è ancor peggio. I politici li vede sempre più arrivisti e avventurieri “Cuntu pi bale che na vota e is mio più gnoc”, che chiedono solo il voto e poi spariscono. Prima l’onorevole o il consigliere della zona lo conoscevi e vedevi, ora decide tutto Roma. E poi adesso vogliono riformare, diminuire i costi della politica e tagliano sui piccoli comuni, dove i consiglieri comunali per lo più rinunciato tutti a quel “lauto” gettone, che tuttalpiù accumolano per poi devolvere a bisognosi. Occorre per Vigiu fermarsi, meditare, rinsavire, recuperare il buon senso. Mi scquilla il telefonino, e Vigiu mi guarda con due occhi che fulmina, “Campa via lulì i sarvu a poc, perché e anduma sempre pes”. Vigiu il cellulare lo conserva nel cassetto. “Se Beppe vuole chiamarmi, alzo la cornetta”. È Natale, Vigiu scenderà in città, contento di stare in famiglia, ma voglioso di ritornare al bricco, per Bill e per volgere lo sguardo a Netina. Porterà a Giovanna il cappone che ha preso da Marietin, che lo castra ancora a mano, le raviole di Angela, “na tuma fesca e una pi stagiunà” e il suo dolcetto, che fa ancora per lui aiutato da Giuseppe. “En cità ades i beivu vin chi fan grad e a vote san ed bosc. Beivi u ve nan dì capine ed vin”. E poi i regali, qualche soldino ai nipotini “Is catu lo chi veru; ian tanci driveri”, e anche per Giuseppe e Giovanna, “ma lur quandi chi nan meste i san anduva andeie a piè. I sun tucc brav. Adesso i nostri figli è già tanto che conservino ciò che gli lasciamo, altroché catè l’alog al mar...”. Guarda l’orologio, ed io non mi sono accorto che ha spinto la pentola d’acqua più al centro della chitarra. È l’ora della cena (minestrina, na patata, un tocc ed tuma e un pum, quelli là ciuchin o risunant o Carlu). Dopo il notiziario poi dice il bene, guarda Netina e sfiora con una carezza bill “ciorniu cume un tupin”. Mi alzo, saluto Vigiù, si commuove e mi invita a ritornare più sovente “Ven su parei e fuma du ciance”. Buon Natale e anno Vigiu, vecchio saggio di Langa. (G.S.) |
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