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ACQUI TERME
Biblioteca; portici Saracco e Cimitero di via Romita; chiesa di San Francesco. Sono questi i Luoghi della Memoria in cui, tra 29 e 31 gennaio, si celebrerà il ricordo delle persecuzioni contro ebrei, prigionieri politici, soldati internati nei campi di prigionia, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, disabili, malati di mente, insomma delle minoranze oppresse da Fascismo e Nazismo nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Senza però dimenticare che la parabola è tristemente proseguita, in tempi successivi, con le epurazioni di Russia, i genocidi di Cambogia e Ruanda, la pulizia etnica nella ex Jugoslavia, i campi del terrore di Abu Graib e Guantanamo... È sconsolante affermarlo, ma la lezione della Shoah non sembra essere servita. Di qui il valore essenziale della Memoria.
- Il primo appuntamento - in Biblioteca Civica, venerdì 29 gennaio, alle 17 e trenta - avrà titolo Gli ebrei acquesi. Una storia finita ad Auschwitz e si avvarrà dei contributi di Luisa Rapetti e Marco Dolermo e del maestro Francesco Cotta alla chitarra.
- Due giorni più tardi, domenica 31 gennaio
- sotto i portici Saracco, alle ore 11.30, il momento della preghiera ebraica e cristiana, presenti le autorità comunali, il Vescovo diocesano e un rabbino della comunità genovese; seguirà la visita al cimitero israelitico acquese
- alle ore 21, presso la chiesa di San Francesco, Concerto “in Memoriam”, quest’anno offerto dai cori “Mozart” e “Gavina”, che si esibiranno sotto la guida del Maestro Aldo Niccolai.
Le iniziative cittadine della Giornata della Memoria sono promosse da ACI, MEIC, Azione Cattolica Diocesana, Associazione per la Pace e la non Violenza di Acqui, Circolo “Galliano” e Commissione Diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo tra le Religioni, con la collaborazione della Commissione Distrettuale dei Docenti di Storia.
Tutti gli appuntamenti si svolgono sotto il patrocinio di Provincia di Alessandria, Comune di Acqui e ISRAL.
Concerto in Memoriam
Il Concerto “In memoriam” è ormai entrato, da anni, a far parte dei momenti più attesi delle giornate che concorrono a ricordare il 27 gennaio.
Cui doverosa attenzione prestano quest’anno i media nazionali, in particolare attraverso una ricca programmazione televisiva (documentari, film), attraverso le pagine monografiche dei quotidiani. Molte le iniziative nelle scuole.
Nella nostra città, dopo le lezioni tenute dagli esperti, gli approfondimenti del 29 (Biblioteca, ore 17.30) e le cerimonie nel ghetto e nel cimitero israelitico (domenica 31), il suggello verrà dalla musica.
Con i cori “Gavina” di Voghera e “Mozart” di Acqui che, a distanza di poco più di un mese, ritornano la sera di domenica 31 in San Francesco, questa volta senza orchestra, ma accompagnati da Luca Cavallo al pianoforte.
Solista della serata sarà la soprano Lucia Scilipoti, mentre dal Maestro Aldo Niccolai verrà la direzione.
L’evento artistico inaugura la rassegna concertistica 2010 “Musica per un anno”, promossa dal Municipio attraverso l’Assessorato per la Cultura - sezione Musica.
Invito al concerto
Quel Requiem per i sommersi
Musica sacra e operistica: questi i due ambiti su cui poggerà la serata. Con un primo tempo intessuto dalle pagine vivaldiane del Gloria, del Laudate Dominum dai Vespri solenni “De Confessore” K. 339 di Mozart. E poi da due numeri estratti dal Requiem.
E allora sorge spontanea una domanda: “Come la musica sacra può legarsi alla Memoria?”.
Certo attraverso la parte centrale della Sequenza Dies Irae della messa funebre K. 626. Con la quadruplice invocazione Rex (un re tremendae maistatis, pantocratore se dovessimo collocarlo in un affresco), da cui dipende la possibilità della salvezza.
Della salvazione da un inferno terreno. Che in prima battuta conobbero le vittime delle camere a gas, ma anche gli ebrei addetti alla liberazione delle stesse. Provvisti di uncini con i quali arpionare i cadavari. Sciolti a fatica dalle piramidi di carne e umori che si formano sotto le botole da cui il Ziklon B veniva immesso.
Aron Liebeskind, un ebreo polacco, che aveva già perso moglie e figlio, inserviente a camere e forni, vivrà quello strazio a Treblinka.
Scrivendo poi una ninna nanna che attacca Crematorio nero / sorda porta dell’inferno / mucchi di corpi rigidi vi trascino / e in una notte sono diventato vecchio…
E dunque, dalla musica, può giungere l’ulteriore conforto del coro che attacca con Lacrimosa dies illa e conclude con l’invocazione alla misericordia divina perché conceda la pace.
Non solo.
Dinnanzi all’orrore, non resta che contrapporre la purezza della melodia del cullante Laudate Dominum dei Vespri. Che incarna il sublime. Prima le note del soprano solo. Poi la ripresa corale, con la sezione conclusiva che associa i due contributi.
È quello dell’elegia il filo rosso che è spesso chiamato ad attraversare le pagine.
Anche quando si giunge ai brani tratti dal teatro musicale. Antecedente il Novecento.
I cori in programma sono molteplici (attinti ora da Ernani, ora da Traviata e Forza del destino: ci sarà “La vergine degli Angeli”), ma tre opere a doppio filo, si stringono alle celebrazioni per le quali il concerto viene organizzato.
Si comincia con la Preghiera dal terzo atto del Mosè (“Dal tuo stellato soglio,/ Signor, ti volgi a noi:/pietà de’ figli tuoi, / del popol tuo pietà!”), tratta da una sezione dell’opera che, dopo il debutto del 5 marzo 1818, Rossini dovette quasi completamente riscrivere. E che riluce proprio attraverso questa “nuova” pagina.
Obbligati - si può dire - gli altri due passaggi. Da un lato il Coro dei Lombardi (che esordisce nel 1843), pellegrini e crociati, che tesse i suoi decasillabi (“Oh Signore, dal tetto natìo/ ci chiamasti con santa promessa/ noi siam corsi all’invito di un pio/ giubilando per l’aspro sentier/ […] Oh fresche aure, volanti sui vaghi / ruscelletti dei prati lombardi! / Fonti eterne! Purissimi laghi!
Oh vigneti indorati di sole”) e che richiama, per via diretta (il librettista è sempre Temistocle Solera), il coro del Nabucco, Va pensiero (che è del 1842).
Comune denominatore (con il metro) la nostalgia che sono, nell’ultimo riscontro, gli israeliti a rivolgere ai clivi e ai colli “ove olezzano tepide e molli/ l’aure dolci del suolo natal!”.
Un ulteriore tassello verdiano è quello del coro Jerusalem dell’atto terzo dei Lombardi.
E non è un caso che i tre brani appena ricordati siano, per la tradizione, quelli in cui si concentra l’arte verdiana più alta. A ricordarcelo Giovanni Tebaldini (compositore, critico, direttore del Conservatorio di Parma) che in un ciclo di conferenze tenuto nel 1913 (centenario della nascita del maestro di Busseto) così si esprime (con tutta la retorica propria dei tempi).
“Questa prima melodia verdiana, Va pensiero, resa e mantenutasi per settant’anni tanto vitale e popolare, si presenta con un carattere di nobiltà che lascia intravedere, in Chi ebbe a concepirla, la capacità spirituale e creativa di librarsi ben alto nei domìni dell’Arte”.
E così capita per i due brani dei Lombardi, con identica “forza di espressione, la quale era destinata a penetrare nell’animo agitato e commosso degli ascoltatori - dirò meglio - degli italiani d’allora. A suscitare speranze e affetti”. Quegli stessi che la musica muoverà domenica sera. (G.Sa)
Lezione di Memoria a scuola
È stata davvero una lezione appassionante quella alla quale hanno potuto assistere, martedì 26 gennaio, presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Guido Parodi”, in orario scolastico, alcune classi quinte dello Scientifico, del Classico e dell’Istituto Tecnico Commerciale.
Relatore era il dott. Claudio Vercelli, ricercatore dell’Istituto di studi storici “Gaetano Salvemini” di Torino, attivo anche in ambito accademico, studioso di storia contemporanea (relazioni internazionali), ma che si è occupato con continuità del fenomeno delle deportazioni, dei genocidi e dei sistemi concentrazionari nella storia del Novecento (temi su cui ha pubblicato numerosi saggi e articoli). Tra i suoi volumi Tanti olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti (Firenze, Giuntina, 2005).
L’ABC del razzismo
Continuano gli incontri sulla Memoria promossi dalla Commissione distrettuale dei docenti di storia d’intesa con l’ISRAL. E il dato, estremamente positivo, viene dalla originalità degli approcci. Claudio Vercelli sceglie di appoggiare il discorso sul lessico delle immagini, attingendo ad un repertorio iconografico che contempla i disegni dei sussidiari dei giovani tedeschi anni Trenta, le fotografie pubbliche e “riservate”, le vignette… E, soprattutto, va a scandagliare non solo il momento ultimo della cosiddetta “soluzione finale”, ma gli albori del fenomeno. Per investigare il gioco sottile della propaganda. Per cogliere il primo diffondersi di un malessere. Di una malattia razziale che, all’inizio, corre sotterranea e poi diventa virus. Virus inarrestabile. E’ un itinerario che si può suddividere in tappe.
Dapprima (1) l’identificazione. Le visite mediche. Le misurazioni. Per tutti. Una indagine di massa. Va stabilito un paradigma: la bellezza ariana che rinvia a una dotazione spirituale interiore; l’israelita ritratto come essere sporco, brutto e cattivo. Oltretutto “speculatore”. Parassita rispetto alle ricchezza degli altri. Seduto su un sacco di denaro. E’ un’ottica facile, binaria. Elementare. E ai bambini, infatti, è diretta. Il messaggio è chiaro: ci sono individui così. Bisogna smetterla di “non vedere”. Che cosa? Che l’ebreo è un orco. Un essere ributtante. Anzi: di più. Un pedofilo (le immagini sono pornografiche in massimo grado quando alludono) che avvicina un popolo ingenuo, bambino, che deve imparare a difendersi. [Il film M il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang è del 1931, e bene alimenta l’immaginario ariano]. Si è così già entrati nella fase in cui la figura del diverso (2) viene stigmatizzata: e i primi ad essere colpiti sono i negozi, da boicottare; ma anche coloro che intrattengono rapporti intimi con “i diversi” sono oggetto d’attenzione. Per loro la pubblica gogna. Non basta: occorre (3) separare. Via gli ebrei da scuola. Via dai mezzi pubblici. Vietato l’accesso ai teatri. Ai cinematografi. Ordinanze apparentemente insensate sortiscono ulteriori effetti discriminanti. No animali domestici per gli ebrei. Perché? Per pura volontà di dominio. Poi tocca alle (4) spoliazioni. “Chiuso per sempre negozio ebreo”, si legge in una immagine “italiana”. Da un lato l’esproprio. Dall’altra parte la rassicurazione: “Questo negozio è ariano” (e dunque non manipola la merce). Se ne deduce che la vera democrazia è la dittatura, la dittatura che riesce a salvaguardare il popolo (quello tedesco, ovvio, quello ariano; poi dal 1938 quello italico). Che va “salvato”. Non c’è da impietosirsi dinnanzi all’immagine di due bambini con la stella di Davide. Sbagliato dire “bambini”. Sono due ebrei. Vanno eliminati. Il feroce Attila (in Novecento di Bertolucci) schiacciava senza pietà il gattino contro il muro. Lo stesso capita con i piccoli ebrei. Un milione e mezzo di vittime per questa “particolare” Shoah. Da registrare c’è l’orgoglio dei fucilatori, capaci di muoversi tra pile di cadaveri: “Il Male va eliminato - confessano - Il Mondo sarà più bello e più giusto. Siamo grandi, noi, che disboschiamo l’umanità”. Ecco: qui si sta arrivando al capolinea della storia. Ma prima ci sono ancora (5) l’umiliazione (gli ebrei che con lo spazzolino da denti puliscono il selciato della piazza maggiore di Vienna), davanti al pubblico. Elemento fondamentale. Non bastano i carnefici e le vittime (e il rimando è al libro di Raul Hilberg). Poi la (6) deumanizzazione. La (7) ghettizzazione. Gli spazi si riducono. Gli ebrei muoiono. Primi i bambini. Di stenti. Malattie. Gli uomini diventano “pezzi” da caricare sui vagoni, con tanto di “bolle” di accompagnamento. Anche i metri quadri diventano infinitesimi: tanti ebrei ammassati in una stanza nel ghetto; poi, con la (8) deportazione, il decuplo e più nella baracca del campo; manca l’aria nelle celle di punizione di Auschwitz, in cui si dorme (in quattro) in piedi… Dall’ (9) annichilimento all’ (10) annullamento il passo è breve: ma Claudio Vercelli sottolinea l’ambizione nazista del delitto perfetto. La tecnologia applicata alla soppressione (i gas). E poi il corpo del reato che si dissolve. Con questa attesa proiezione. Con una conseguenza che, per fortuna la Memoria - quella dei sopravvissuti; quella di chi raccoglie il testimone - nega; disattende; sconfessa. L’omicidio di massa non si è mai consumato.
Il ricordo, quel ricordo, il dolore della Memoria, allora, sa restituire vita ai fantasmi. G.Sa
Musica e Shoah
Nel precedente numero del nostro giornale abbiamo cominciato ad investigare sui rapporti tra Shoah e musica. Concludiamo qui di seguito la riflessione.
L’altra faccia della musica
Strano a dirsi, ma nei Lager e nei campi della deportazione ci fu un’autentica esplosione di creatività musicale che divenne parte integrante della vita e dell’organizzazione di questi orrendi luoghi. Ecco perché agli studenti delle scuole superiori (l’iniziativa è stata promossa dall’Assessorato per la Cultura della Provincia) si è voluto offrire questo argomento in preparazione al “Giorno della Memoria 2010”: l’espressione artistica - e tale sempre è la musica nei campi di concentramento - soprattutto in quelli destinati agli ebrei, ai prigionieri politici comunisti o ai testimoni di Geova, che rifiutavano di sottomettersi al nazismo, serviva ad aggregare e a stemperare l’odio, anche se in alcune circostanze venne utilizzata dagli aguzzini nazisti come strumento di tortura e di disumanizzazione degli internati. Molte volte ai musicisti deportati fu imposto di comporre melodie da eseguire dopo l’appello o al ritorno dai lavori forzati. Ad Auschwitz, ma non solo, si facevano veri e propri concerti per intrattenere gli ufficiali tedeschi. In altri Lager si sollecitava la composizione e l’esecuzione di veri e propri inni di campo, come successe per gli ebrei di Buchenwald, ai quali fu imposto di eseguire il “Buchenwalder Lagerlied” di Hermann Leopoldi, che sembrava una confessione autodenigratoria sulla origine giudaica degli internati ebrei. Ancor prima d’essere esperienza spirituale, la musica nella quotidianità dei campi di concentramento e di estinzione, era lotta per sopravvivere. Chi sapeva suonare, chi sapeva comporre, chi riusciva a far parte di un’orchestra o di un complesso minore, aveva forse qualche possibilità in più per non entrare nel numero dei gasati o dei fucilati: ecco perché furono numerose le esperienze musicali in quegli enormi cimiteri che furono i campi di detenzione. C’era un aspetto di aggregazione sociale, anche se indotto dai comandanti nazisti o dall’esigenza di sopravvivere, che salvò la vita a molte persone che, facendo parte delle orchestre che si esibivano nei campi, venivano risparmiate dalle fucilazioni o dalle camere a gas.
Ma non sempre fu così: infatti è tristemente celebre il fatto dell’esecuzione del Requiem di Giuseppe Verdi su richiesta dei carcerieri nazisti a Theresienstadt; i deportati che eseguirono il concerto, all’indomani, furono spediti nelle camere a gas di Auschwitz.
Questo, pur in un veloce sommario, è stato il contenuto del progetto proposto agli studenti alessandrini, guidati dalla grande competenza del professor Francesco Lotoro, oggi il più instancabile ricercatore di musica concentrazionaria: è stata un’esperienza interessante, anche se in certi momenti impegnativa per la limitata (ma questo è l’antico problema della scuola italiana) conoscenza musicale dei giovani. Che può consentire di conoscere, per riflettere e per ricordare, in modo responsabile, ciò che, purtroppo, è stato.
La musica e la speranza
Per questo tema si potrebbe attingere, ovviamente, a una infinità di contributi. Ma colpisce, nella letteratura, una testimonianza personale - non specialistica, non musicologica - di Christoph Schminck - Gustavus (nato nel 1942) docente di Storia del Diritto a Brema (ma anche storico della vicenda di Cefalonia: in particolare rimandiamo a Assassini a Cefalonia, Roma, Edizioni Associate, 2005; e I sommersi di Cefalonia, Firenze, Il Combattente, 1995) che ricorda la storia recente, di riconversione, di un campo di deportazione - il Neuengamme - allestito dai nazisti a pochi chilometri a sud dalla sua città Amburgo.
La cui area, dopo la fine della guerra, in parte fu utilizzata (per edificare un carcere minorile), mentre tante vecchie strutture vennero abbandonate a loro stesse. Ma, anche qui, negli anni Settanta, la Memoria, fortunatamente, ebbe il sopravvento: nacquero museo e centro di ricerca; si procedette al restauro della Klinkerwerk, la fabbrica in cui i tedeschi producevano i mattoni per ricostruire la città di Amburgo che si disintegrava sotto i bombardamenti. Al Neuengamme ha sofferto un ragazzino polacco sedicenne, Walerjan Wrobbel, la cui tragica storia è stata descritta da Schmink-Gustavus in un libro. Poi trasformato in opera teatrale da una giovane compagnia di Milano, andato in scena - già più una decina d’anni fa - nella fabbrica-auditorium. Che di lì a poco ha accolto un concerto sinfonico. In cui è stata eseguita la Nona di Beethoven. Ma qui conviene aprire le virgolette. “L’ultimo tempo di quest’opera sublime mette in musica il famoso Lied an die Freude di Friedrich Schiller. Nel testo si trova la frase «Alle Menschen werden Brüder, wo Dein sanfter Flügel weilt» («tutti gli uomini son fratelli dove passa la tua mite ala»). Pensate ai brividi che provocano queste parole con la musica di Beethoven. E figuratevi di sentirle cantate nel Klinkerwerk di Neungamme.
E questa è la speranza di cui volevo parlare”. G.Sa
Cino Chiodo e il non ritorno
Sulle tracce delle stelle disperse è il titolo del libro di Cino Chiodo che, nella primavera del 2001, uscì postumo, alcuni mesi dopo la morte del poeta, a cura di Carlo Prosperi. Dieci anni ci separano dalla data della prima, manoscritta composizione del volumetto. Che rimane attualissimo. E si avvicina al tema con l’approccio di una prosa che è sempre intrisa di elementi lirici. Più di recente, attraverso i contributi dei professori Marco Dolermo (La costruzione dell’odio. Ebrei, contadini e diocesi di Acqui dall’istituzione del ghetto del 1731 alle violenze del 1799 e 1848, Zamorani, 2005) e Luisa Rapetti (Il cimitero ebraico di Acqui, EIG, 2009), il tema della presenza ebraica in Acqui è stato indagato con i modi dell’indagine scientifica (di questo e della deportazione i sopraccitati parleranno venerdì 29 gennaio, alle ore 17.30, presso la Biblioteca).
Ma è indubbio che l’approccio emotivo fornisca stimoli speciali. Oltretutto Cino Chiodo della storia delle “stelle disperse” è stato testimone. Avendo più o meno l’età di qualche giovanotto israelita, che salì sui carri piombati, e ad Acqui non fece più ritorno. Ecco, allora, un paio di pagine tratte dal volume.
Li aspettiamo ancora…
“Il rumore di automezzi e moto carrozzelle apre la strada ad una lunga fila di soldati, ormai vinti, che abbandonano la città con il passo stanco, non più marziale [la guerra è finita, è l’aprile del 1945], destando quasi un senso di pietà. La gente scende nelle strade per abbracciarsi, per piangere di gioia. Nei giorni che seguono, si attende, trepidando, il ritorno dei prigionieri, dei deportati, di coloro che sono riusciti a sopravvivere alle torture, ai forni crematori: e si contano anche i morti. Per alcuni mesi, traballanti autocorriere (Abolin e Botto-Badino ecc.) lasciano la città per recarsi alla stazione centrale di Milano, dove fanno capo i treni che riportano in Italia i sopravvissuti ad una guerra oltremodo disumana; volontari, sacerdoti (don Galliano, don Ivaldi), comuni cittadini nella confusione e nel marasma, correndo da un treno all’altro, urlano: “Qui Acqui!... Qui Acqui!...”. E poi l’abbraccio silenzioso e il pianto di quell’uomo che ti viene incontro vestito, con un’impossibile divisa dai tanti colori [ricordate i partigiani di Fenoglio?], sorreggendo un logoro tascapane, e ti abbraccia sussurrando: “Sono a casa... sono a casa... a sson ‘d Oich...”.
Nessuno degli ebrei deportati da Acqui, oppure nati in Acqui, ma arrestati in altre città del Nord e poi deportati, ritorna. La sinagoga è ormai chiusa e la polvere del tempo ricopre gli arredi e i libri sacri. Della comunità degli ebrei acquesi rimangono solo ricordi, a volte un nome sussurrato, e subito quel nome ha il contorno di un volto conosciuto: pare ti abbia lasciato solo ieri. Ora, mentre cerco di scrivere di loro, mi pare di avere davanti una vecchia fotografia in bianco e nero con i bordi di un grigio sfuocato e di vederli, questi volti, uno accanto all’altro: volti che pare siano sospesi su di una nuvola bianca che fa da sfondo alle foto di gruppo... Allora cerco di raccogliere i fili della loro esistenza, cerco di rivivere qualcuno dei giorni che ho conosciuto incontrandoli, parlando con loro; soprattutto con Vito Bachi [classe 1920; arrestato a Vesime nel dicembre 1943; trasferito a Milano e di qui ad Auschwitz, dove morì nell’ottobre 1944], di qualche anno più anziano, ma amico caro e fraterno. Mi piaceva sentire il suo parlare lento, quasi strascicato, nel raccontare sorridendo del suo lavoro. Oppure la figura magra, sempre elegante, di Dino Davide Dina [classe 1911, arrestato a Torino su delazione nel marzo 1944; non riuscì a sopravvivere ad un anno di campo di concentramento, morendo a Buchenwald il 18 febbraio 1945] verso il quale io ragazzino avevo grande soggezione quando, entrando nel negozio che vendeva cuoio [presso l’attuale negozio “Babilonia” all’inizio di Via Garibaldi], lo notavo, a volte, accanto al banco di vendita o alla bilancia per pesare i chiodi che compravano i calzolai, mentre la signora Erminia, la mamma, sonnecchiava su di una poltrona con un leggero russare, in un angolo d’ombra. E ancora ricordi: i capelli bianchi che incorniciavano il volto magro, solcato da rughe, dell’anziana Esmeralda Dina, anni ottantanove, arrestata da italiani e subito incarcerata prima a Genova e poi a Milano [partita con i convoglio 06 per Auschwitz, dove subito trovò la morte], o la gentile Elisa De Benedetti [nata nel 1865, uccisa il 6 febbraio 1944, appena scesa dal carro, troppo vecchia per servire ai tedeschi], anni settantanove, anch’essa arrestata da italiani. Incredula di quanto stava preparandosi per lei, come per gli altri ebrei acquesi che ancora erano in città, sino al momento in cui un violento bussare alla porta, in un qualsiasi mattino d’inverno del 1944 [era il 17 gennaio] non le rivela quella realtà che credeva impossibile, alla quale non vuole rassegnarsi, fidando nel suo passato di fervente sostenitrice del fascismo.
Poi quei volti si confondono nella nebbia. Nebbia che si alza da pianure dove treni neri, lunghissimi, corrono veloci. I binari si perdono nell’infinito di un orizzonte che è soltanto fuoco, fiamme di distruzione, vento di terrore. Che disperde la cenere dei morti”.
Riduzione e adattamento di G.Sa
Michele Gallizzi: Ricordare perché non si ripeta più
Ci scrive Michele Gallizzi, consigliere comunale de “La città ai cittadini”:
«Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche entravano in Auschwitz e mettevano in evidenza gli orrori che il regime nazista aveva realizzato attraverso sistemi disumani, che delineavano la personalità folle di molte persone asservite al negativismo del terzo Reich, come se il male fosse qualcosa di metafisico, deus inspiegabile di fronte a qualsiasi ragione dell’essere.
Quando i cancelli dei campi di sterminio creati dal regime di Hitler, furono aperti, i crimini di efferata barbarie vennero alla luce e sottolinearono come l’umanità possa essere a tratti governata da menti malate. Oggi si commemora il giorno della memoria che il mondo intero vuole celebrare per non dimenticare e perché questi orrori non accadano mai più. Basterà, nel tempo, la sola celebrazione del ricordo di un momento così tragico della storia dell’umanità? Basteranno le testimonianze di quei pochi sopravvissuti, dei documenti preziosi di cui la storia è in possesso o è necessario articolare questo giorno con momenti di cultura scolastica, di dibattiti politici, di mostre fotografiche e quant’altro sia necessario, ovunque, affinché quelle immagini rimangano impresse nella memoria, ma soprattutto scolpiscano le coscienze? Il vecchio continente per antonomasia, allora, era quello più scientificamente avanzato, e la Germania, cuore dell’Europa, usò la sua tecnologia e le sue intelligenze al servizio della barbarie per annichilire e distruggere intere popolazioni, primi fra tutti quello degli ebrei, ma non solo. Da quel trauma sconvolgente l’Europa e il mondo intero ebbero un brusco risveglio e si chiesero come sia potuto accadere la Shoa, ma soprattutto si domandarono cosa si potesse fare affinché il male assoluto non avesse il sopravvento sul bene. Così nel 1948 le Nazioni Unite hanno promulgato “La dichiarazione Universale dei Diritti umani” con la quale si impone il rispetto dei diritti inalienabili di tutti gli uomini di ogni razza e religione, internazionalmente riconosciuta.
Questa Carta dalla valenza universale che difende i più deboli, nata dopo quel genocidio, assume oggi una grande importanza perché proprio l’Europa, si trova esposta all’investimento dei flussi migratori di persone che qui sono arrivate dopo la caduta del muro. Auschwitz rappresentò la consapevolezza che, per ricostruire la nuova Europa, era necessario dare una collocazione identitaria, che avrebbe poi stabilito i principi di coesione culturale ed economica di un’Europa unita e culturalmente avanza come quella di oggi. Ma se il genocidio nazista, è il negativismo della storia, non dobbiamo dimenticare che il germe razzista aleggia ancora nella società europea, nonostante l’unità politica.
La società europea è una società multietnica dove si praticano religioni di diverso credo. Così in Germania come in Italia, in Francia come in Spagna, la diversità etnica è penetrata nei gangli principali del sistema, favorita dall’integrazione e dal rispetto della dignità umana, contro gli egoismi più esagerati, che non giustificano scelte politiche sprezzanti, e che squalificano il valore morale di un Paese che vuole essere civile o che si definisce tale.
Dobbiamo stare attenti. Il giorno della memoria non deve essere soltanto celebrato per non dimenticare, ma deve essere ricordato perché quello che è accaduto 65 anni fa non accada mai più, e che ogni forma di organizzazione sociale dissimilata inneggiante al razzismo venga distrutta ancor prima che nasca».
Scrive Ferdinando Musso questo ricordo della Shoa
Grognardo, i nostri “giusti”
Grognardo. Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Nando Musso: «Il 27 scorso si è celebrata la “Giornata della Memoria”, memoria della “Shoa”, lo sterminio di oltre sei milioni di persone la cui unica colpa consisteva nell’essere Ebrei; mai nella sua lunga storia di guerre e stragi l’uomo aveva compiuto un simile abominio, la distruzione programmata di un intero popolo. Vi furono però uomini che con il loro coraggio e la loro bontà dimostrarono che al Male era possibile opporsi: sono coloro che oggi chiamiamo “Giusti fra le Nazioni”.
Fra gli Italiani, sono 400 coloro che hanno avuto da Israele questo riconoscimento; due di questi sono di Grognardo, del nostro piccolo paese di soli 300 abitanti. Ma Grognardo non li ha voluti ricordare fino a che la nostra antica Confraternita, ricostituita, non ha iniziato il recupero delle nostre memorie, affiancata dalla Pro Loco e dall’Associazione Nostr Pais.
Oggi vorremmo commemorare tutti i nostri “Fratelli maggiori Ebrei”, così li chiamò Giovanni Paolo II, con un capitolo del racconto sui “Giusti grognardesi” Francesco ed Elsa Garofano che costituisce il cuore del nuovo volumetto di “Cronache di Grognardo” attualmente in stampa a cura della Confraternita e del Volontariato grognardese è il capitolo che racconta come Zalel e Golda Urman vennero al nostro paese da Genova e qui trovarono la salvezza.
Gli Urman
La brutalità con la quale sono stati deportati gli ebrei romani, 2091 quelli inviati nei lager dei quali solo 16 sono sopravvissuti allo sterminio, e le reazioni suscitate, rendono i tedeschi più prudenti; quando decidono di arrestare gli ebrei genovesi, adottano una nuova subdola modalità.
Il mattino del 2 dicembre occupano il tempio ebraico, che sarà poi distrutto, e con la minaccia delle armi inducono il responsabile della sinagoga a chiamare, una ad una, tutte le famiglie che costituiscono la comunità ebraica di Genova. L’invito è preciso: “Venite con tutta la famiglia al tempio, non mancate. Le decisioni da prendere sono di estrema importanza, ne va della salvezza di tutti”. Chi giunge al tempio viene immediatamente arrestato dalle SS, poi a gruppi trasportati alle carceri. La telefonata giunge anche agli Urman, la signora Golda va al negozio di vico Casana per avvertire il marito. Stanno per uscire e recarsi alla sinagoga, quando irrompe una loro conoscente: “non andate, dice tra le lacrime, è una trappola dei nazisti, fuggite, nascondetevi, ci vogliono deportare tutti”.
Il movimento di camion tedeschi che, sul retro del tempio caricavano gli arrestati, non era sfuggito all’attenzione della gente e presto si era diffuso l’allarme, grazie a correligionari come la signora che li aveva avvertiti. Gli Urman sono annichiliti, sanno cosa li aspetta; dalla Polonia sono loro giunte notizie che tutti i parenti prossimi che li vivevano sono stati deportati e non sanno dove, solo alla fine della guerra apprenderanno che nessuno dei 55 componenti le loro famiglie è sopravissuto ai lager di Hitler.
In quel momento entrano nel negozio due clienti: uno è una loro vecchia conoscenza, quel Teresio Musso di Grognardo che spesso passa a far quattro chiacchiere con Zalel, l’altro è un giovane, Gabriele o, come lo chiamano tutti. Gabrio, figlio di Francesco Garofano Podestà di Grognardo. Gabriele ha diciotto anni e vorrebbe per Natale un vestito nuovo ma le restrizioni della guerra non glielo permettono. Tutto è razionato ed ogni persona ha ricevuto una tessera di carta stampata, la tessera annonaria, con sopra dei bollini da ritagliare; ogni bollino consente di comprare per quel giorno, o per quel mese, ad un certo prezzo un certo genere alimentare. Per esempio un bollino da diritto ad acquistare ogni giorno 150 grammi di pane, ogni mese 600 grammi di pasta, 400 grammi di polenta ed 1 chilo di riso. Quanto ai tessuti, essi sono praticamente scomparsi dal mercato e il razionamento consente solo di acquistare delle stoffe cosiddette autartiche, ricavate da filati derivati da stracci. Teresio sa che nel suo negozio Urman ha ancora qualche taglio di buona stoffa e per questo, quando ha saputo dal padre il desiderio di Gabrio, lo ha fatto venire a Genova.
Ho vivo il racconto di quei momenti fattomi dai protagonisti: nel piccolo negozio, lungo e stretto, la signora Golda si era abbandonata su una seggiola, sul fondo del negozio, in preda ad un terrore che non le permetteva neppure di piangere; solo un lamento usciva dalle sue labbra, il lamento antico che forse che tante volte le sue antenate avranno alzato; dietro il banco, Zalel era come paralizzato, incapace anche di parlare.
La vista di persone che sa amiche sembra riscuoterlo: comincia a piangere, “cosa possiamo fare - chiede - io e mia moglie? Non abbiamo parenti o amici italiani presso i quali nasconderci e se restiamo a Genova siamo condannati.” I due grognardesi si scambiano un occhiata, si comprendono subito: “venite a Grognardo, poi in qualche modo si vedrà”.
Rapidamente Teresio Musso abbassa la saracinesca, Gabrio aiuta la signora a mettere in una borsa un po’ di vestiti, Zalel mette in tasca il poco incasso e poi via attraverso i vicoli per la stazione.
Scelgono la strada più lunga e tortuosa, attraverso i piccoli carruggi poiché difficilmente le SS vi si avventurano; per fortuna la piazza della stazione Principe è poco sorvegliata e nessuno fa caso ai quattro che sembrano una famiglia che ritorni al paese. Il treno per Acqui è composto da vagoni bestiame, senza sedili ma, racconterà anni dopo Zalel, per noi era più sicuro, poiché le guardie repubblichine non potevano passare a controllare i documenti; non sentivamo neppure il freddo che penetrava nel vagone, riscaldati come eravamo dalla speranza di salvarci. Il treno procede lentamente, le bombe hanno danneggiato ponti e binari, ma quando giunge a Visone la vecchia corriera è in attesa; è una fortuna perché ha cominciato a nevicare.
In paese scendono da Sant’Antonio, all’ingresso dell’abitato, per non dare nell’occhio e, pochi minuti dopo sono al mulino dove, ad accoglierli vi è solo Anna, la figlia più giovane. Accanto ad una grande stufa ben accesa, con in mano una tazza fumante di caffè, che caffè non è ma orzo e cicoria, l’angoscia comincia ad attenuarsi. Arrivano il mugnaio e la moglie, il figlio e l’amico spiegano in breve la situazione; gli Urman non ardiscono neppure guardare quel Podestà che dovrebbe essere un loro persecutore, poi arrivano le parole che quasi non osavano sperare. Certo, possono restare per la notte al mulino, poi li sistemerò, grazie alla carica posso farli passare per degli sfollati, ora mangiamo tutti quel poco che c’è.
Ma, racconterà anni dopo Golda Urman, quello che mi convinse che veramente esisteva per noi ancora una speranza fu un gesto di Elsa Garofano: al momento di lasciare Genova, il terrore che mi attanagliava era tanto che non avevo neppure pensato di mettermi un paio di scarpe. Avevo ai piedi le ciabatte che portavo sempre in negozio, che ora erano fradice per la neve. Elsa, senza dire parola, si sfilò gli stivaletti che aveva indosso, mi diede un caldo paio di calze e mi disse di metterli e di tenerli. Nei giorni scorsi capii che erano gli unici che avesse, poiché girava in paese con un paio di scarpe basse, e dovette attendere che il calzolaio gliene facesse un altro paio, io ho usato i suoi fino al 1945.
Quella notte e per le notti seguenti, cullati dal sussurrio dell’acqua della bialera del mulino che scorreva sotto la finestra, Golda e Zalel riuscirono a prendere sonno sentendo che anche per loro poteva esserci un futuro.
Gli Urman, come oltre venti altri Ebrei nascosti a Grognardo, si salvarono, grazie a Francesco ed Elsa Garofano che per loro avevano rischiato la vita. Ma anche dopo che Israele nel 1979 li proclamò Giusti e conferì loro la cittadinanza onoraria, il nostro paese mai li ha onorati, fino al convegno del 2007.
Eppure Grognardo, piccolo paese di 300 abitanti, dovrebbe essere orgoglioso non solo di avere fra i suoi cittadini ben due “Giusti” sui 400 riconosciuti fra tutti gli Italiani, ma anche di quanto avvenne in quei giorni di guerra e di paura. Nessuno dei nostri padri o nonni tradì, nonostante le lusinghe e le minacce tedesche, i rifugiati Ebrei, anche se la loro identità si era progressivamente conosciuta; furono nascosti, aiutati e fu permesso a tutti loro di salvarsi. In qualche modo anche l’intera nostra comunità può vantarsi si aver agito come agisce un “Giusto tra le Nazioni”.
Ora è venuto il momento di ricordare questi fatti e soprattutto i valori cristiani che sono a loro fondamento con un segno che ne perpetui la memoria. La Confraternita intende, insieme alla Pro Loco e all’Ass. Nostr Pais, erigere un piccolo monumento. Confidando che le promesse del Comune e degli altri Enti si concretizzino in un aiuto che ne permetta la realizzazione».
OVADA
Iniziative e mostre per“il giorno della memoria”
Loggia S.Sebastiano “Destinazione Auschwitz”
Ovada. Il Comune, la Provincia, la Biblioteca Civica “Coniugi Marie ed Eraldo Ighina”, l’Istituto della Resistenza e l’associazione “Figli della Shoah” di Milano, in collaborazione con l’Anpi di Ovada ed il Comitato per la difesa della libertà e all’affermazione della democrazia, organizzano, per il Giorno della Memoria 2010, una serie di iniziative cui i cittadini sono invitati a partecipare. Giovedì 21 febbraio ore 10, al Comunale, incontro con Boris Pahor, scrittore italiano, nato a Trieste nel 1913, di madrelingua slovena. Testimone coraggioso dei crimini perpetrati dal fascismo e voce vibrante di una minoranza linguistica perseguitata, durante la seconda guerra mondiale prese parte alla resistenza antifascista jugoslava. Tradito da una delazione finì deportato nei lager nazisti (Natzweiler-Struthof, Dachau e Bergen Belsen) tra il gennaio 1944 e il 1945. Autore di numerosi libri, nel novembre 2008 gli è stato conferito il Premio Resistenza per il libro Necropoli, eletto Libro dell’Anno da una giuria di oltre tremila ascoltatori del programma, dedicato ai libri, Fahreneit Radio3.
Sabato 30 gennaio, ore 17.30 alla Loggia di S. Sebastiano, inaugurazione della mostra “Destinazione Auschwitz”. La mostra ripercorre in modo approfondito le fasi della persecuzione antiebraica durante la II Guerra Mondiale, dall’ascesa del nazifascismo in Germania alla discriminazione razziale in Italia. Attraverso le toccanti testimonianze di alcuni sopravvissuti, vengono raccontati i tragici eventi della deportazione di migliaia di persone innocenti al campo di sterminio di Aschwitz–Birkenau.
Una particolare sezione della mostra è dedicata alla ricostruzione virtuale degli impianti di messa a morte dell’universo concentrazionario del campo, frutto di ricerche storiche puntuali ed approfondite che non lasciano spazio a revisionismi, minimalismi o negazionismi di ogni sorta.
La mostra resterà aperta, con la collaborazione dell’associazione Calappilia, da domenica 31 gennaio a mercoledì 10 febbraio. Orari: venerdì 5 febbraio, ore 16-19; sabato 6, ore 10-12 e 16-19; domenica 7, ore 16-19; martedì 9, ore 16-19; mercoledì 10, ore 16-19. Domenica 7 febbraio alle ore 21, alla Loggia di San Sebastiano, il Violinista ungherese Janos Hasur, presenterà il suo spettacolo “Memoria musicale”, concerto di violino e letture tratte da Yossl Rakover.
MASONE
Giorno
della Memoria
Medaglia
d’onore a tre
nostri deportati
Masone. Il Giorno della Memoria quest’anno vivrà un particolare momento di celebrazione a seguito del Decreto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con cui, in data 12 novembre 2009, ha insignito della medaglia d’onore tre cittadini di Masone “deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nell’ultimo conflitto mondiale”.
Si tratta del deceduto Giulio Pastorino, di Luigi Pastorino (Mite) e Andrea Ottonello.
La consegna delle onorificenze è iniziata simbolicamente a Roma e si completerà localmente, curata dalle Prefetture. Mercoledì 27 gennaio a Palazzo Ducale di Genova, i rappresentanti degli insigniti col vicesindaco Piero Ottonello hanno ricevuto l’alto riconoscimento.
Per sabato 6 febbraio invece, il Comune di Masone organizza la solenne cerimonia, presso il salone del Consiglio Comunale, per onorare i protagonisti superstiti, con i parenti e la cittadinanza tutta, attribuendo loro l’unanime encomio e la testimonianza della memoria condivisa.
Per non dimenticare!
CAIRO MONTENOTTE
Dal 25 al 29 gennaio in occasione del Giorno della Memoria
Una mostra per non dimenticare
Cairo M.tte - In occasione della celebrazione del 27 gennaio del Giorno della Memoria è stata inaugurata, a Palazzo di Città lunedì 25 gennaio, la mostra storica “Sterminio in Europa. La tragedia dei lager nazisti dove milioni di persone furono vittime della deportazione razziale, politica, militare e civile”. La mostra è organizzata dall’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati Politici) sotto il patrocinio del Comune di Cairo Montenotte, con la collaborazione della Consulta Giovanile e l’adesione della sezione cairese dell’Anpi. Resterà aperta al pubblico fino a venerdì 29 gennaio 2010 dalle ore 16 alle 18. Per informazioni contattare 3385812447.
La mostra, così come la rappresentazione teatrale dal nome “Il Treno e il Teorema” fanno parte delle iniziative che il Comune ha patrocinato per la celebrazioni del “Giorno della Memoria “ ricorrenza che è stata istituita per legge nel 2000.
“Queste iniziative - dichiara Alberto Poggio Consigliere Comunale e Presidente Consulta Giovanile - sono state prettamente indirizzate verso i giovani su proposta e indicazione della Consulta Giovanile di cui sono il Presidente; un percorso questo che continuerà anche per le iniziative del “25 Aprile”. Porgo un ringraziamento ai docenti che hanno accolto il nostro invito e ai ragazzi presenti.”
Lunedì 25 gennaio il teatro comunale ha accolto 350 ragazzi in totale rappresentanti dell’IPSIA-ITIS- Patetta - IAL- e scuole medie 4-5 di Cairo.
NIZZA MONFERRATO
Giovedì 28 e venerdì 29 gennaio al Foro Boario
Le giornate della memoria nel ricordo della shoah
Nizza Monferrato. In occasione della Giornata della memoria, l’amministrazione nicese ha organizzato una rassegna di eventi dedicati al ricordo dell’Olocausto, con incontri dedicati agli studenti e altri aperti al pubblico.Molto ricca la giornata di giovedì: in mattinata i ragazzi delle scuole faranno visita al Cimitero della Comunità Ebraica di Nizza, con la guida del Rav Alberto Somekh, Rabbino capo della Comunità Ebraica di Torino.
Alle 10,30 presso il Foro Boario sarà inaugurata la mostra fotografica sull’Olocausto in collaborazione con l’associazione “Casale Ebraica”. Seguirà la proiezione del documentario Volevo solo vivere di Mimmo Calopresti, a cura dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea di Asti.
Alle 15,30 è in programma lo spettacolo teatrale L’Olocausto con gli occhi dell’innocenza dal progetto “Sulle ali della libertà” dedicato ai bambini di Terezin, a cura degli alunni della scuola media, corso a indirizzo musicale, dell’Istituto Comprensivo C.A. Dalla Chiesa di Nizza. Seguiranno le proiezioni del documentario Memorie, a cura del Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, quindi il film Train de Vie di Radu Mihaileanu.
Appuntamento per tutti in serata, alle 21 sempre presso il Foro Boario, con Degne di note, uno spettacolo di letture delle “parole indelebili di scrittori, poeti, deportati, di chi c’era e di chi ne ha raccolto il dolore”.
Ad accompagnare le letture saranno i musicisti Giovanna Vivaldi al violoncello e Chris Iuliano al pianoforte, con un repertorio a base di Mendelssohn, Shostakovich, Bloch, Chopin, Tchaikovsky, Bruch, Faurè, Lalo, Williams. La serata di venerdì 29 gennaio a partire dalle 21 sarà invece dedicata a un viaggio nelle atmosfere musicali dell’Europa dell’Est, grazie all’ensemble Tri Muzike.
Fisarmonica, chitarre, fiati e voce femminile compongono una formazione nata in Lombardia nel 1997, che raccoglie musicisti provenienti da varie esperienze, tra cui alcuni collaboratori di Moni Ovadia, e che con i suoi dischi si è fatta conoscere in tutto il mondo. Il repertorio proviene dalla tradizione popolare ebraica, greca e balcanica, in una contaminazione senza dubbio intrigante ed efficace. L’ingresso a tutti gli eventi è libera. (F.G.) |