Acqui Terme. Le iniziative acquesi legate alla Giornata della Memoria sono continuate anche sabato 6 febbraio.
Luogo deputato sempre l’ex ghetto, a pochi metri da quella che una volta era la Sinagoga, inaugurata nel dicembre 1888.
Davanti alla sinagoga
“Ricordati di fronte a Chi stai” ammoniva, all’interno del tempio, una scritta sul frontone sorretto da due colonne.
“Ricordati di fronte a chi stai” idealmente ammonisce ancora una invisibile scritta.
Che ridà la parola a quel luogo di preghiera.
Sì, perché la comunità ebraica da noi è stata calpestata due volte.
La prima tra 1944 e 45, con le persecuzioni e l’annientamento di tanti cittadini israeliti acquesi nei campi.
Una seconda all’inizio degli anni Settanta. Attraverso la speculazione edilizia. Attraverso la distruzione (notturna, “mirata”) del tempio. Un luogo di cultura che oggi ci manca.
E i cui arredi si possono rintracciare nella Sinagoga di Alessandria, ma anche in Israele.
Dove si trova la seicentesca porta d’accesso al matroneo, stata trasformata in Arca Santa, prima presso la scuola pubblica religiosa Iad Shabtai, e oggi presso l’Oratorio dell’Istituto per la storia della letteratura Haberman, sempre in Gerusalemme.
Davanti alla sinagoga, la Compagnia “La soffitta” – “dei giovani” con la regia di Lucia Baricola ha dato vita ad una intensa rappresentazione cui hanno preso parte Lorenza Parisi, Stefano Verbena, Federica Rapetti, Giuliano Siccardi, Lucrezia e Lorenzo De Petris, Orlando Campioni. Simone Barisione, Cecilia Arata, Margherita Assandri e Fabio Aprile.
Con i giovani interpreti, studenti delle nostre scuole, che davano sembianza a ebrei e agenti nazifascisti.
Primo scenario della rappresentazione (ha avuto inizio alle 17.20 circa) sono state Via Garibaldi e Corso Italia, con la “cattura”.
In via Saracco, davanti alle colonne dell’ex tribunale, l’ideale palco, con un pubblico consistente che superava abbondantemente le 120 unità.
Protagonista del pomeriggio la poesia. Con molte liriche tratte dal volume The Auschwitz Poems pubblicate dal Museo Statale di Aushwitz Birkenau nel 1999, composte durante la prigionia, o successivamente ad essa, da reclusi o dai loro parenti (e che si possono ritrovare sul sito la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/ poesie.htm).
“Un’altra notte. Torvo il cielo si chiude ancora - scrive Tadeuz Borowski - sul silenzio mortale volteggiando come avvoltoio.
Simile ad una bestia acquattata, la luna cala sul campo, pallida come un cadavere […] Notte. Notte senza fine. Nessuna alba. I miei occhi sono avvelenati dal sonno. La nebbia cala su Birkenau come il giudizio divino sul cadavere della terra”.
E’ un inferno moderno, “uomini bruciano altri uomini”, si evoca Dante. E la vita del campo scorre nei versi: dedicati all’appello del mattino, alle gratifiche per il Sonderkommando, al violinista selezionato per l’orchestra, alla “valle delle ossa secche”, ai “capelli morti”, alle scarpe vecchie, ai vecchi occhiali, ai denti finti che sono l’ultima memoria di migliaia di individui.
Marco Spyry parla senza mezzi termini di una assenza fatale di Dio, di una sua “vacanza” che lascia il campo al disordine, alla catastrofe dei popoli e dei valori umani.
Canto singolo e corale di combinano in un inno funebre che viene elevato “di fronte a un cancello dove fu crocifissa la speranza”.
Il cancello del lager.
Quello della nostra sinagoga.
Il cancello che serra il cuore. Perché questi sono i tempi in cui la pietà è morta.
“L’uccisione dei bambini fu il primo atto del programma di sterminio dei disabili per eutanasia.
Quando, nell’agosto 1941, Hitler, su pressione dell’opinione pubblica e delle Chiese cattolica e protestante, ordinò l’interruzione della prima fase dell’eutanasia degli adulti disabili, i bambini non rientrarono in quest’ordine, e le uccisioni infantili continuarono sino alla fine della guerra estendendosi dai primi anni di vita all’adolescenza”.
Anche in questo caso i documenti distrutti rendono difficile il calcolo. C’è chi parla di cinquemila vittime. Ma in realtà c’è ragione di credere che siano state molte di più. (G. Sa)
Mostra per la pace: i Giusti dell’Islam
Acqui Terme. Di convivenza tra i popoli del mondo.
Di armonia tra le religioni. Di false verità, di pensieri convenzionali (un odio eterno, giurato, costitutivo, radicato da sempre tra ebrei e musulmani). Di questo si è parlato nella mattina del 9 febbraio presso la Biblioteca Civica di Via Maggiorino Ferraris.
Era il quarto appuntamento, quello finale e conclusivo, del ciclo promosso in città nell’ambito della Giornata della Memoria 2010, per favorire un corretto, antiretorico approccio degli studenti acquesi ad un recupero memoriale che non scadesse in sterile liturgia.
In ricordo stereotipato.
Un obiettivo importante ora che i testimoni diretti, i sopravvissuti dei lager e della seconda guerra mondiale, per ragioni anagrafiche, divengono sempre di meno; e che - contemporaneamente - i rigurgiti antisemiti, o semplicemente xenofobi, riemergono tanto con le scritte di Via Tasso, a Roma, quanto nelle terre dell’est, ecco i “Lupi bianchi”, attraverso nuove violente (e impunite) organizzazioni neonaziste.
E anche sui muri acquesi, talora, qualche mano giovane si lascia andare alle vecchie abitudini discriminatorie.
L’odio verso gli Ebrei risorge. Non è però una questione “tedesca”. Non è una questione confinata nel passato.
(“In futuro ci troveremo a fare Giornate della Memoria del nostro presente? Degli attentati suicidi dell’Afghanistan? Delle ritorsioni agli attentati arabi? Delle torture di Guantanamo?).
La deriva, la tentazione della deriva può essere ora. Adesso. La tentazione, il rischio di cancellare chi, nel presente, è vicino a noi. E ha pelle diversa. Abitudini e credo differente.
Ecco, allora, le ragioni di una mostra dedicata a I Giusti dell’Islam, e presentata, con una intensa lezione, da Giorgio Bernardelli (già giornalista “Avvenire”, oggi al Pontificio Istituto Missioni Estere, redattore della rivista “Mondo e Missione”, esperto di culture e religioni del Medio Oriente) ad una rappresentanza degli allievi degli istituti superiori “Parodi” e “Torre”.
All’incontro ha preso parte anche il presidente della comunità islamica locale Mohamed El Hlimi.
Tra passato e presente
Si comincia con i numeri. Quello delle vittime del popolo d’Israele: sei milioni (dato statistico; simbolico; di massima), ma con il Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, che si è impegnato a ricordare, nei nomi, nelle rispondenza anagrafiche, tutte le vittime (sono, ad ora, 3 milioni 300 mila).
Quindi i Giusti, i salvatori, quasi 23 mila, di 44 nazionalità. 450 italiani.
E dall’elenco non sono esclusi i musulmani.
Quelli che tanti vorrebbero nemici sono stati fratelli.
E, sorprendentemente, la frase “chi salva una vita salva il mondo intero” (divenuta celebre grazie al film di Spielberg dedicato a Oskar Schindler) si può rintracciare tanto nel Talmud, quanto nella Sura 5 del Corano. E’ di qui che Giorgio Bernardelli attacca l’argomento, in un gioco continuo tra presente (la convivenza difficile, qualcuno direbbe impossibile tra Israele e i palestinesi), passato prossimo (le storie dei Giusti) e passati più o meno remoti. Che scavano solchi profondi: come la battaglia di Medina del 627; come l’azione del gran muftì di Gerusalemme Haji Amin Husseini, che tentò di arginare in ogni modo l’immigrazione ebraica e poi reclutò, negli anni Trenta, battaglioni musulmani filo nazisti in Bosnia. Son odi che, poi, basta un attentato, un razzo che colpisce una città a rinverdire. Ma c’è anche dell’altro.
Zejneba donna coraggio di Sarajevo, col padre Ahmed; il diplomatico Dervis Korkut; la famiglia Bicaku che in Albania ospitò 26 ebrei; l’iraniano Abdol H. Sardari (segnalato due volte al Yad Vashem, che non ha accolto la domanda, rinunciando a un gesto non solo di giustizia, ma anche di distensione): al di là delle singole storie, il valore sta nel significato. Che riporta all’attualità.
E possibile una riproposizione di quel passato? Del passato virtuoso. La cronaca dice di sì.
Il 3 novembre 2005 il piccolo palestinese Ahmed, 12 anni, è ucciso per sbaglio da un soldato israeliano. Portato ad Haifa, in ospedale muore. Gli organi espiantati portano la vita a uomini donne e bambini della nazionalità del soldato che ha ucciso. Ad israeliani.
Succede. E anche l’Imam di Jenin, “la città dei terroristi, della propaganda dell’odio” cui la famiglia palestinese si rivolge per un parere, è d’accordo.
Prove “estreme” d’integrazione.
Nonostante il muro. Costruito per due terzi. Efficace (perché gli attentati sono scemati). Ma destinato all’incompiutezza. Perché non sarà mai possibile spostare 300 mila coloni. La soluzione dei due Stati non è proponibile. “I due popoli non possono stare uno senza l’altro” dice Bernardelli, che proprio nel giorno in cui il nostro giornale sarà in edicola partirà per Israele.
E allora la speranza viene dagli esponenti musulmani che raccontano la Shoah traducendo i libri di Primo levi; dal confronto, certo serrato, ma civile, tra ragazzi ebrei e musulmani.
Il futuro? Gettare ponti oltre il muro. (G.Sa)