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Così è nato il premio
Acqui Terme. La composizione del mosaico del Premio letterario "Acqui Storia", l'unico tra i più importanti per la pubblicistica storica, è iniziata nel 1967. L'idea maturò, nel retrobottega della farmacia di piazza Italia, di cui era titolare il dottor Piero Galliano, dopo una manifestazione effettuata nella città termale a ricordo dei Caduti della Divisione Acqui trucidata a Corfù. Galliano, al tempo, era alla guida dell'Azienda autonoma di cura e soggiorno. La piccola stanza, satura di medicinali, ma non mancava una bottiglia del migliore spumante, era considerata una "dependance" dell'ufficio di presidenza dell'Azienda autonoma e vi si ritrovavano amici, autorità di ogni settore pubblico, privato e politico, personalità della cultura. Uno degli assidui frequentatori del retrobottega era il dottor Ettore Tasca, di professione primario in ginecologia, appassionato politico ed amministratore pubblico, all'epoca era presidente dell'EPT di Alessandria, ente che rappresentava la maggiore espressione del settore promoturistico provinciale. Entrambi erano alla ricerca di un'iniziativa di livello culturale, di un premio di degno livello che non si andasse ad aggiungere alla lista dei tanti riconoscimenti che proliferavano nella Penisola. Tra quelle mura, con Galliano e Tasca, erano ospiti Marcello Venturi e Cino Chiodo, quest'ultimo sino al 1972 ricoprì l'incarico dei segretario del Premio. Iniziò con questo tassello il cammino dell'Acqui Storia, iniziativa che trovò l'immediata collaborazione di Franco Antonicelli, di Alessandro Galante Garrone, di Filippo Sacchi e prese vita una iniziativa non solo cittadina, ma un avvenimento la cui affermazione nell'ambito delle attività culturali locali non è stato sempre privo di difficoltà. Il 23 giugno 1968 il tipografo Bergadone di Torino stanò 500 copie del bando di concorso e altrettante buste con il logo, ancora attuale, "Premio Acqui Storia". A settembre, sempre del '68, avvenne l'assegnazione del primo premio al vincitore, Ivan Palermo, per l'opera "Storia di un armistizio" e così l'immagine prevista nel retrobottega divenne realtà. Nella macchina organizzativa, sin dagli albori dell'evento, operò con dedizione Franca Governa Canepa. La passione di Galliano, Tasca, Chiodo e Venturi e di chi in seguito prese in mano la manifestazione ha permesso di superare anche i momenti di crisi. I titoli premiati in 37 anni di attività del Premio sono la migliore pubblicità per qualificare l'avvenimento. Trentasette anni di Acqui Storia, altrettanti anni di cultura, un'iniziativa che ha reso famosa la città, oltre che per le sue acque, i suoi fanghi ed i suoi vini. Non si può quindi parlare del Premio senza ricostruirne le origini, senza scoprire quali eventi e personaggi ne furono i primi attori, senza ricordarne anche i piccoli fatti poco o nulla noti al grande pubblico. Quando il Premio superò brillantemente la boa dei venti anni il dottor Tasca scrisse su L'Ancora: "Credo che, sia i fondatori che coloro che vi hanno lavorato e che finanziariamente l'hanno reso possibile, meritassero qualche segno di riconoscimento, sono significative l'attenzione e la partecipazione del pubblico, questa manifestazione di cultura va quindi consegnata ad esso perché la consolidi in un permanente patrimonio per la città". Tornando al 1967, è utile ricordare che Acqui Terme rese solenne omaggio ai novemila Caduti della Divisione Acqui erigendo, per iniziativa dell'Azienda autonoma e stazione di cura e soggiorno, un monumento, situato sui giardini pubblici di corso Bagni, opera dello scultore Pegonzi. Presenti il sindaco Filippetti, il presidente dell'Azienda autonoma Galliano e numerose autorità, il cappellano militare Luigi Ghilardini, uno dei pochi sopravvissuti all'eccidio, tenne il discorso ufficiale ricordando che "l'opera resterà a supremo ricordo di quei soldati d'Italia, della loro onestà, della loro fede e del loro giuramento". Il sindaco Filippetti, rivolto al dottor Galliano disse, tra l'altro: "Signor presidente dell'Azienda della stazione di cura, a nome di tutti gli acquesi, con animo grato, ricevo da lei la consegna di questo artistico significativo dono che, mentre abbellisce la nostra città, resterà nei secoli ad eternare la memoria di quelli che ben possono definirsi i primi partigiani d'Italia nella lotta per la libertà". Nel pomeriggio di sabato 30 ottobre verrà consegnato a Mike Bongiorno il riconoscimento "Testimone del tempo". Per il protagonista storico della televisione, la presenza ad Acqui Terme rappresenta un ritorno in quanto, verso la fine degli anni Cinquanta fu ospite del dottor Galliano e della città termale in occasione di un Raduno di Auto storiche. Piero Galliano, persona intelligente, stimata, di larghe vedute e di grande comunicazione, quale presidente dell'Azienda autonoma, regalò ad Acqui Terme oltre al Premio Acqui Storia altre manifestazioni che fecero epoca a livello nazionale come, ad esempio, il Congresso della canzone italiana, avvenimenti che portarono nella nostra città divi quali Sofia Loren, Bramieri, Carosone, Rossano Brazzi, Mogol, Johnny Dorelli.
(C.R.)
Cefalonia: quando il mito confonde
Acqui Terme. Su certi argomenti la Storia sembra proprio trovarsi in difficoltà. Non è solo questione di contemporaneità o, come diceva Svevo, "di occhi presbiti". Certi fatti, pur a sufficienza lontani nel tempo, restano difficilmente analizzabili. Dapprima provocano afasia, silenzio; poi una sorta di emorragia scrittoria, che unita al concorrere delle letture strumentali, intorbida ulteriormente l'evento. Un esempio? Quello della Grande Guerra, che fu svelata, per quello che era, all'opinione pubblica italiana, dal film, con Sordi e Gassman, girato dai Mario Monicell nel 1958.
Un altro? La shoah.
Forse che anche su Cefalonia e sul suo controverso magma (che si estende anche alla vicenda resistenziale) si possa voltar pagina?
È presto per dirlo. Certo sembra che dal libro di Gian Enrico Rusconi, Cefalonia. Quando gli italiani si battono, possa venire un contributo originale.
Vediamo perché.
Il mito dell'olocausto...
Cosa accomuna Cefalonia allo sterminio, alla persecuzione?
Il paragone sembra ambiguo, nel secondo termine, ma si tratta, come infatti è, di uno scrupolo. Se di sterminio si parla non può che essere quello ebreo. Con buona pace delle stragi precedenti e successive, note ed ignote.
È la forza del mito. E se, per molto tempo, anche la soluzione finale fu espulsa dalla storia, per diventare luogo di memoria "particolare", di commemorazione, di retorica, di dogmi (bando alla poesia dopo Auschwitz, diceva Adorno) lo stesso destino venne riservato - dopo un limbo di qualche anno, in verità - alla vicenda italiana sull'isola greca. Cefalonia, aprioristicamente, poté diventare culla della democrazia con il referendum, luogo di battesimo dell'antifascismo, della Resistenza di un'Italia, nel 1943, già repubblicana (!). Ma anche luogo del disonore, della morte della patria, dell'insubordinazione eletta ad eroismo. Al punto che, tra letture ideologiche di sinistra e di destra, l'uomo di oggi finisce per percepire una fitta nebbia che ogni nuova polemica contribuisce a rendere impenetrabile (istruttiva, ad esempio, una visita al sito www. cefalonia.it).
Anche la riscoperta asseconda una tendenza che accomuna, nella storiografia, i due olocausti: quella che vede passare il fuoco dell'interesse dai protagonisti individuali (i tecnici, i responsabili dei lager; i comandanti dello stato maggiore tra Brindisi, Atene e Cefalonia; gli ufficiali disobbedienti) a realtà ritenute prima marginali (le minoranze, i bambini, le donne; i soldati lasciati senza ordini).
Comune anche il fattore sprovvedutezza, l'incredulità con cui gli eventi giungono al capolinea tragico: quanti ebrei credevano, almeno in Italia, nel 1942, di rischiare la vita con il Fascismo? Quanti, l'otto settembre, erano in grado di subodorare l'epilogo della carneficina? Per ragioni diverse sembra che l'oscenità assoluta abbia compromesso il processo di ricostruzione storica: Claude Lauzman, autore di Shoah, sulle orme di Adorno ("scrivere una poesia dopo Auschwitz è atto di barbarie") teorizzò l'indicibilità dei fatti (indicibilità in cui, invece, non crede Primo Levi). Per Cefalonia l'indicibilità è sottintesa: i vari insabbiamenti e poi il silenzio turbato (per molto tempo) solo da poche voci costituiscono dei dati oggettivi: anche l'orrore troppo vasto, esagerato, clamoroso non favorisce il riesame critico.
Allora anche il termine olocausto diventa pericoloso. Il Dizionario curato da Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, alla voce sopracitata, recita trattarsi di "sacrificio supremo alla divinità, in cui la vittima veniva interamente arsa". Ma questo riferimento trascendente non rischia di relegare ancor più nel mito ciò che dovrebbe essere compreso in terra dall'uomo?
Si può uscire dal mito e passare alla storia? Si può ritrovare la strada nel tempo sacro del lutto? Si, basta ribaltare la conoscenza che si ha dell'evento, impossessarsene di nuovo (e questo è possibile anche in un'opera divulgativa, ma sull'etichetta potrebbe aprirsi un discorso infinito) come quella di Gian Enrico Rusconi, che permette una appropriazione (ed è più di un inizio) di questo passato scomodo. Certo, su Cefalonia, la parola definitiva neppure Rusconi può scriverla. Ma, anzi, proprio l'atto di "cancellare la lavagna", di riazzerare e ricalibrare gli eventi nel loro sviluppo sincronico e diacronico, scegliendo poi la via dell'equilibrio tra le tante "letture" (ora in buona fede, ora ideologiche, ora viscerali, revisionistiche...), è già risultato assai ricco. Degno di un vincitore del Premio "Acqui Storia".
(Giulio Sardi)
Giurati e supporto logistico
Acqui Terme. Il Premio Acqui Storia si pregia da sempre di avere una giuria formata dai personaggi massimi della cultura tra cui docenti universitari, critici letterati, giornalisti e scrittori, cioè insigni personaggi che portano ad Acqui Terme la loro esperienza.
Dal 1996 il Premio è diviso in due sezioni, ognuna delle quali dotata di una propria giuria.
I giurati impegnati nella 37ª edizione, con in programma la consegna dei premi sabato 30 ottobre, sono per la sezione storico scientifica Cesare Annibaldi, Antonio De Francesco, Umberto Levra, Andrea Mignone e Guido Pescosolido. Per la sezione storico divulgativa, Ernesto Auci, Roberto Antonetto, Pierluigi Battista, Riccardo Chiaberge, Elio Gioanola e Alberto Masoero. La giuria dei lettori, istituita per evidenziare la partecipazione degli acquesi a quello che viene definito il fiore all'occhiello delle manifestazioni cittadine, ha come rappresentanti Adriana Ghelli e Nicoletta Morino. Per la realizzazione dell'avvenimento opera l'amministrazione comunale, con il patrocinio della Fondazione cassa di risparmio di Alessandria, la Provincia di Alessandria, la Regione Piemonte e le Terme. Il Comune ha istituito un apposito servizio, un ufficio che prende il nome dall'Acqui Storia. È composto da una segreteria che, coordinata "in primis" dal sindaco Danilo Rapetti, si avvale della preziosa collaborazione della responsabile della segreteria medesima del Premio, Franca Canepa ben coadiuvata da Alessandra Voglino. La loro opera, non facile, ma effettuata con passione e professionalità, inizia ogni anno a marzo con la diffusione del bando di concorso. Prosegue con l'organizzazione di riunioni della giuria, contatti con personaggi e "media", con il ricevimento e la catalogazione dei volumi inviati dai partecipanti al concorso. Da considerare, come nel caso delle giornate conclusive, le difficoltà per realizzare, al meglio, i momenti relativi alla finalissima con l'accoglimento e la predisposizione degli ospiti, senza dimenticare l'opera di programmazione della giornata. Se l'Acqui Storia, nel tempo, è riuscita a richiamare l'attenzione del grande pubblico, ed anche quello di rappresentare un veicolo per iscrivere la città termale nell'elenco dove cultura e turismo giocano un ruolo interessante, il merito è pure da attribuire a chi opera a livello di servizi comunali, parliamo dell'assessorato alla Cultura, dell'assessorato al Turismo.
(C.R.)
Educazione alla pace e all'intercultura
Acqui Terme. Giovedì 21 ottobre (al Liceo Classico, incontro con la cittadinanza) e il giorno seguente, nella sala multimediale dell'Ex Kaimano (incontro con gli studenti delle scuole superiori acquesi) il giornalista Karim Metref ha presentato una testimonianza filmata riguardante la situazione in Iraq. Al video (una raccolta di interviste rilasciate da personalità scite, sunnite, cristiane, artisti, gente comune, amministratori del governo provvisorio...) Karim Metref ha poi unito le impressioni derivate dalla permanenza, per sei mesi, quale operatore ong, nella città di Baghdad.
Sul significato di questa iniziativa, registriamo il commento inviato al giornale dalla Commissione distrettuale di aggiornamento degli insegnanti di Storia.
Come commissione dei docenti di storia abbiamo scelto di partecipare all'organizzazione all'incontro con Karim Metref, anzitutto perché riteniamo che in questo frangente storico così delicato e tragico, gli insegnanti ed in generale tutti gli adulti abbiano un dovere di capire meglio cosa succede.
Anche gli adulti hanno bisogno di formarsi e di elaborare i pensieri: sovente noi ci preoccupiamo dei giovani e facciamo bene, ma a volte il miglior servizio che possiamo dare ai giovani è capire meglio cosa pensiamo noi adulti e perché viviamo e facciamo e pensiamo in modo piuttosto che in un altro. Potrebbe anche capitare che loro ci facciano qualche domanda di più e magari noi avremo qualche risposta di meno. L'altro versante educativo (che tocca la scuola ma anche le famiglie) è quello che riguarda propriamente l'educazione alla pace e alla legalità: oggi queste due attenzioni educative hanno ormai alcuni anni di esperienze e di proposte serie, ma sono quanto di meno scontato e facile da realizzare: esse si calano in una situazione che è del tutto controcorrente, sia tra gli adulti, sia tra i ragazzi, in cui si oscilla tra il disincanto e l'indifferenza con qualche punta di ostilità.
Ovviamente accenno a questo non certo per trovare un motivo a lasciar perdere (allora non ci sarebbero stati gli incontri del 21 e del 22 ottobre con Karim Metref) quanto per segnalare un dato oggettivo, rispetto a cui tutto il mondo adulto ha forti responsabilità. Gli slogan facili non convincono e non servono, se non per confermare quelli che sono già i nostri sentimenti e le paure profonde. Per questo abbiamo bisogno di capire meglio. Non sempre è facile capire, sia perché il livello di manipolazione è alto: ci arrivano quantità enormi di informazioni, ma in realtà noi sappiamo molto poco di come stanno le cose realmente e questo vale al massimo grado proprio per le guerre, perché gran parte della comunicazione passa attraverso strumenti come giornali e tv che non prevedono alcun dialogo, alcuna percezione diretta e che per entrare nei nostri pensieri e sentimenti sovente scelgono la strada della pesantezza gratuita, in cui non c'è pudore per la morte e sofferenza altrui e quindi forse neanche per la nostra coscienza.
Dopo questo costruttivo incontro, la Commissione dei Docenti di Storia annuncia che è attualmente in preparazione un convegno sull'inserimento scolastico degli studenti di origine straniera nella nostra città e distretto. Esso che si terrà il 26 novembre 2004, sempre presso la sala multimediale ex Kaimano, gentilmente messa a disposizione dall'Amministrazione Comunale.
( V.R.)
Custoza: una Caporetto del'Ottocento
Acqui Terme. Un "pezzo" del premio "Acqui Storia" in Pisterna: e gli ambienti de "La Loggia" hanno immediatamente suscitato l'ammirazione di Marco Gioannini e di Paolo Massobrio, chiamati a presentare il loro volume su Custoza 1866 (già, perché, come dovrebbero ben sapere gli studenti, già nel 1848, sulle colline presso il Mincio, si era consumata una non meno cocente sconfitta). Ma fu davvero una sconfitta quella del '66? Di sicuro fu una battaglia inutile: le diplomazie internazionali (e il merito fu di Napoleone III, che a tutti i costi voleva evitare un'alleanza dell'Italia con la temuta Prussia) avevano deciso ormai che il Veneto all'Italia sarebbe andato, guerra o non guerra. Dunque non un evento straordinario dal punto di vista politico (un Giolitti, ci fosse stato, la guerra proprio non l'avrebbe dichiarata), e neppure da un punto di vista militare: la combattono generali orfani di Napoleone. Custoza diventa, allora, come un libro d'antan, dalle pagine ingiallite, il re che marcia alla testa dell'esercito, le cariche di cavallerie come da manuale, ma anche tanta confusione ed errori da una parte e dall'altra. [Semmai, nel 1866, le innovazioni le proposero i prussiani: sfruttando il mezzo telegrafico "il quartier generale di re Guglielmo rimase a Berlino fino alle prime ore del 30 giugno e solo di poi si trasferì sul campo di battaglia boemo, sebbene qui si fosse già vivamente combattuto fin dal 27 giugno": la testimonianza è citata dal barone Colmar von der Goltz in Condotta degli eserciti, Benevento, 1902 - ndr].
Quella macchia sulla storia nazionale
Ma, allora, perché riesaminare criticamente Custoza? L'ha spiegato Marco Gioannini: in quel sentirsi vinti, nell'incapacità di risollevarsi dopo una sconfitta "ai punti", nell'impasse che segna la campagna all'indomani dell'evento che diviene tragedia, c'è un punto di rottura simbolico che l'opinione pubblica del tempo percepisce in modo chiaro. È la perdita dell'innocenza di una nazione che sente che nel percorso storico qualcosa si è rotto. E dire che il Risorgimento qualche nefandezza l'aveva già proposta (le repressioni garibaldine in Sicilia; il brigantaggio e l'oppressione fiscale, soprattutto con la tassa sul macinato; le dure repressioni a Torino quando la capitale era stata trasferita a Firenze). E poi, se l'esercito è specchio della nazione, in questo si possono riconoscere davvero i tratti dominanti della società italiana.
Di Napoleone ce n'è uno solo...
Giulio Massobrio compara Marengo (1800) a Custoza per individuare più di una affinità. Due battaglie che sovvertono le attese: vince chi doveva perdere; "l'imprevisto" condiziona francesi e italiani, attaccati di sorpresa (ma Bonaparte sa reagire dopo lo sbaglio iniziale; a Custoza questo invece non avverrà tra i nostri generali).
Soprattutto, concreto è un pericolo: chi ha il potere lo può perdere. Anche a Parigi aspettano un tracollo del Bonaparte per disfarsene; in Italia sono in tanti a temere per la caduta della monarchia, in caso di disfatta. Così certi episodi hanno esiti paralizzanti: succede quando Umberto, l'erede al trono, viene ferito; così la mezza sconfitta viene accetta, pur di non rischiare altro. Marengo e Custoza fanno nascere due miti: c'è, da un lato, l'invincibilità del tricolore francese; ma, dall'altro, anche la percezione di una incompiutezza, di una incapacità strutturale ad essere nazione per l'Italia, che appare nulla più di una espressione geografica, ancora manzonianamente "dispersa": stato maggiore diviso, comandi invidiosi l'uno dell'altro, incapacità di "fare squadra". Il mito negativo si impadronisce con forza della realtà (e dire che le truppe sono all'altezza) e il riesame critico diventa così difficile I dati statistici rendono però una situazione diversa. Se è vero che i prigionieri italiani sono 20 volte il numero di quelli austriaci (deduzione: gli italiani codardi, che si arrendono), il numero dei dispersi (leggi, almeno per la gran parte, disertori) propone cifre contraddittorie: oltre 2600 austriaci approfittano della conoscenza dei luoghi (il Veneto è Austria) per fuggire e nascondersi, mentre solo 450 italiani abbandonano la lotta (dato comprensibile se si pensa che i "piemontesi" combattono "fuori casa", in territorio sconosciuto). Custoza allora diviene un luogo ideale di contraddizione: tra ciò che accade e quanto è tramandato, tra eroismi e insubordinazioni aperte, con i garibaldini ancora una volta mal sopportati, e i "nemici" interni - quelli della carta stampata troppo intraprendente - messi a tacere dal Nuovo Codice Militare che prevede dure sanzioni per chi diviene responsabile di vilipendio delle Forze Armate. Da un lato le censure, dall'altro una febbre revanscista che, come un filo rosso, lega Custoza (e poi Lissa) a Dogali & Saati 1887, ad Adua 1896, sino alla vittoria mutilata e al 10 giugno 1940.
Nel breve dibattito che chiude la conferenza, piccoli cammei che ritraggono tre protagonisti di quella campagna. Il tenente Teodoro Ernesto Moneta (poi giornalista e Nobel per la Pace nel 1907), il palermitano generale Giuseppe Salvatore Pianell (un borbonico che diviene fedelissimo della casa Savoia, soprattutto persuaso "che ciò che gli Inglesi e i Francesi vengono a fare a casa nostra, lo possiamo fare noi stessi") e il generale Giuseppe Govone, da Isola d'Asti, ma poi di residenza albese. Quasi un nostro conterraneo.
Fu ministro della guerra, ma anche un grande benefattore, perché non voleva che si pensasse la politica arricchisse gli uomini che di quella eran protagonisti. Così capitava nell'Ottocento: erano proprio altri tempi.
(Giulio Sardi)
Acqui Storia e dintorni: bon ton all'acquese
Acqui Terme. Sarà solo una questione di stile, di forma, ma più di un cittadino, sottovoce, in sordina, ha cominciato a far circolare qualche perplessità. Che abbiamo l'obbligo professionale di raccogliere, sia chiaro, non per "disfattismo", non per "spirito partigiano", ma per imparziale "dovere di cronaca".
Veniamo al dunque.
Simpatici / antipatici
Cose da poco, certo, ma pare singolare che Riccardo Chiaberge (o la sua casa editrice, Longanesi) abbia partecipato con un suo volume al Premio "Acqui Storia", oltretutto nella stessa sezione, quella Storico divulgativa, di cui lo stesso Riccardo Chiaberge è componente di Giuria. L'opera non ha vinto, non è entrata in finale, ma - per un fortunato destino - tra le oltre settanta del concorso, si è guadagnata una serata (martedì 19 ottobre) tutta per sé tra gli eventi de "Aspettando l'Acqui Storia". È andata male, invece, agli altri finalisti (ad eccezione della coppia Massobrio/Gioanelli, che sabato hanno presentato a "La Loggia" il libro su Custoza), ma anche al libro di Vanghelis Sakkatos, presentato all'inizio del mese: controllate le locandine e gli inviti: il logo del "Premio Acqui Storia" sui manifesti proprio non compariva. Forse che il profilo ideologico dello storico greco (che ad Acqui parlò di Resistenza e di lotta partigiana) e il suo curriculum suonassero "sospetti"? E dire che anche quel volume all' "Acqui Storia" aveva partecipato. Invece, al libro di Riccardo Chiaberge "Salvato dal nemico" è stata accompagnata, addirittura, una fascetta che portava la dicitura che segue: "Selezione Premio Acquistoria XXXVII edizione". Oh bella, dice qualcuno: ma allora ci sono più "classifiche", nel premio 2004? "Selezione", alla lettera, crediamo bene, sia da intendere "selezionato", segnalato". E chi l'ha scelto? Probabilmente una giuria. Se, invece, "selezione", significa solo che il volume, unitamente agli altri settanta (circa) ha partecipato al Premio, si viene a compiere un inganno (piccolo piccolo, chissà, per sbadataggine, per fretta, oppure per inconscie pressioni pubblicitarie) nei confronti dell'ignaro lettore, che crede di avere tra le mani un'opera che per qualche motivo si distingue dalle altre. (NB: per partecipare al Premio, come recita il bando, occorre un unico requisito: che l'opera tratti di "argomenti di storia contemporanea dei secoli XIX e XX").
Altre sono le curiosità segnalateci: anche una serata promossa dal Gruppo dei Lettori del "Premio Acqui Storia" non ha avuto dal Premio alcuna forma di patrocinio (tanto che lo stesso giorno, pare, Segreteria "Acqui Storia" e Segreteria "Lettori" - quest'ultima a proprie spese - si sono trovate ad imbustare due diverse missive: la prima invitava alle presentazioni di Chiaberge e Massobrio/Gioanelli; la seconda alla serata dedicata a Baghdad, che vedeva protagonista, però, un membro di una "organizzazione non governativa", un giornalista algerino che - come molti di quella terra - parla in lingua araba, è (probabilmente) di religione musulmana e, in più, orribile a dirsi, è stato "pericolosamente" a Baghdad. (Quanto all'avverbio è chiaro che due sono i modi per intenderlo. Se ci si può riferire al rischio della vita di questo operatore, che nella capitale irachena ha riorganizzato una struttura scolastica per i bambini, non c'è dubbio che qualcun altro lo possa aver scambiato, da noi, per un pericoloso integralista...: corre voce che in certi uffici di Palazzo Robellini, forse più che a Palazzo Levi, la serata con Karim Metref fosse particolarmente sgradita...).
Chi continua a godere della simpatia acquese, invece, è Alessandro Cecchi Paone, conduttore della serata finale: vincitore della "Premio per la Storia in TV" nel 2003, nell'imminenza delle Elezioni Europee (e in queste candidato nelle liste del centro desta) alle Nuove Terme (era il 25 maggio) non solo aveva presentato il suo volume Solo per amore. Famiglia, sessualità e procreazione nel mondo globale, ma si era rivolto esplicitamente, nelle vesti di uomo politico, alle elettrici presenti in sala. Grande disponibilità a giugno 2004 con le acquesi, ma assai poco con gli studenti nell'ottobre 2003, nel tradizionale incontro, con le classi quinte delle nostre superiori. Con qualche imbarazzo, in quella occasione, l'Assessore Vincenzo Roffredo aveva confessato agli insegnanti che il conduttore de "La Macchina del Tempo", assai atteso dalle classi, aveva preferito, in quella mattina, dedicarsi alle cure termali (offertegli dall'albergo) anziché rivolgersi ai nostri studenti... Così va il mondo.
(red.acq.)
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