Lo stile di Cecchi Paone e di Mike
Acqui Terme. Sempre più spettacolo per il Premio "Acqui Storia". Il che crea qualche sospetto, quasi che anche i libri di storia debbano saper sempre tirar fuori - per ottenere visibilità, e magari anche vendere, o vincer premi - risultanze pirotecniche, rovesciando a tutti costi le conoscenze acquisite.
Storia, insomma, che non solo rischia di diventare (e si badi: dopo la guerra fredda) serva della ideologia, ma anche della "poetica" del piccolo schermo, dei suoi ritmi e dei suoi virus, quasi che occorra sempre sorprendere il lettore con "revisioni" particolarmente "calcate" e condite da trovate ad effetto.
Un compromesso? Una perdita di autonomia?
Non è robetta da poco: ha delle conseguenze anche sulla didattica. È giusto o no che i docenti, a scuola, diventino "teatranti" per interessare, a tutti i costi, le classi sempre più apatiche?
Torniamo all'Ariston
Sabato 30 ottobre. Ore 17,30.
Nella conduzione della cerimonia di consegna dei riconoscimenti, nel primo quarto d'ora di Alessandro Cecchi Paone si coglievano chiari indizi di questa "tendenza" spettacolare che i tempi nuovi portano.
Ecco la cronaca di alcune "eversioni" da quello "stile classico" che si dovrebbe accompagnare naturalmente ad un evento del genere.
Il presentatore, dapprima, ricorda la sua precedente visita (a maggio, in qualità di conferenziere- candidato; cfr. il numero passato de "L'Ancora" dedicato al Bon ton): "non ce l'ho con voi, anche se sono stato trombato...".
Non è che l'inizio di una conduzione piuttosto disinibita, che sfiora, talora, "la mala education" e trova punte cabarettistiche (e, beninteso, deprecabili) quando il prof. Adriano Icardi ricorda la morte di Cesare Mozzarelli, quella di Norberto Bobbio, quella del presidente Sacchi, i quasi diecimila di caduti della Divisione Acqui...
Cecchi Paone non ce la fa a trattenersi: presto evocata la vicina ricorrenza dei morti, chiede delle condizioni di salute di Marcello Venturi (ricordato come fondatore del Premio ) e poi esordisce, quasi ad esorcizzare il fato negativo, con un sorprendente "...tocchiamoci..." con tanto di mano galeotta sotto la cintura.
Dieci minuti di "ordinaria follia" (o un segno della postmodernità, con l'intrusione del comico nel serio e viceversa: per fortuna non c'è la Carrà...).
Ma quando una delle "hostess" [sic] tarda a portare i premi il commento - ahinoi ripreso più tardi da un nostro politico - sarà, un malizioso "...pensavo si fosse "infrattatata" con qualche mio collaboratore...".
Frasi tutte non degne dell' "Acqui Storia".
Poi, quasi al modo del personaggio pirandelliano di Ciccino Cirinciò (cfr. la novella La maschera dimenticata) la presentazione imbocca il binario di una serietà impeccabile: interviste ben calibrate, tempi giusti, aplomb accademico, professionalità da studio de "La Macchina del Tempo" (e nessuna tentazione quando Guido Pescosolido legge il ricordo ufficiale del collega Cesare Mozzarelli recentemente scomparso).
È anche bravo - dopo - Cecchi Paone.
Ma immenso, per la capacità di comunicare - ecco cosa vuol dire stare sul palcoscenico - appare Mike Bongiorno, che proprio non ci mette niente a capire quale sia il "contesto" (occorre invocare Apollo, le Muse, mica Dioniso o il suo chiassoso corteo). Bongiorno incanta la platea, ricordando la sua giovinezza a San Salvatore, le visite ad Acqui, l'esperienza partigiana, i primi passi alla Radio, in America, e poi gli esordi televisivi italiani nella vicina Torino...
Parla semplice semplice; incornicia il suo intervento con un "Allegria!" cui gli anni hanno tolto smalto, ma che nelle orecchie degli ascoltatori riecheggia uguale uguale a quello della tv negli anni Settanta. La lezione di un maestro. Anche di stile. Non per nulla è lui il Testimone del Tempo 2004.
(G.Sa)
Il rammarico del prof. Icardi
Acqui Terme. Interviene il prof. Adriano Icardi sull'episodio che lo ha visto protagonista nella serata finale dell'Acqui Storia: "Vorrei esprimere il mio rammarico e la più totale disapprovazione, relativamente all'infelice e frivola interruzione, che io giudico un atto di grande maleducazione, del presentatore della serata, Alessandro Cecchi Paone, il quale ha invitato a fare gli scongiuri, in modo sicuramente poco fine e irrispettoso, in seguito alle mie dichiarazioni in ricordo di Cesare Mozzarelli, che l'amministrazione comunale avrebbe dovuto già essersi premurata di citare, e di grandi figure di intellettuali come Nuto Revelli e, soprattutto, Norberto Bobbio, il più grande filosofo del Novecento, che ha portato il Premio Acqui Storia, sotto la sua presidenza, a livelli internazionali.
Credo che questo sia stato, da parte mia, un dovere dal punto di vista etico e culturale, nei confronti di autorevoli personaggi, che hanno fondamentalmente contribuito a rendere grande questa manifestazione".
Come si fa a raccontare la Storia?
Su questo tema si sono incontrati storici, editori e pubblico (per la verità scarsino) nell'incontro tenutosi alle 15,30 di sabato 30 ottobre presso una sala delle Nuove Terme.
Per Gian Enrico Rusconi riproblematizzare il caso storico significa, innanzitutto, trarre un modello interpretativo dal valore universale, una regola generale. Non secondaria la componente etica (una eredità viva nella Torino di Bobbio e Galante Garrone) che però non deve essere enfatizzata; allo stesso modo il momento etico è implicito alla base di ogni ricerca.
Per Gaetano Quagliariello ogni ricerca è processo di semplificazione della complessità (e quindi necessariamente imperfetta) che ha bisogno di "una narrazione a geometria e temporalità variabile". In alcuni casi (quelli del momento delle scelte) è importante narrare il minuto, il secondo. Per altri basta la schematizzazione riassuntiva: il bravo storico, quindi, deve saper cogliere tra i contenuti di diverso grado d'importanza, e poi tradurli nella forma adeguata (un po' come capita al romanziere che alterna i dialoghi in discorso diretto ai sommari degli avvenimenti).
Per Guido Pescosolido rimane ancora valido l'insegnamento di Rosario Romeo ( 1987) che, nel momento dell'assegnazione della ricerca della tesi di laurea, gli raccomandò semplicemente: "Devi raccontare semplicemente come è andata, evitando di fare prediche e raccontando nel modo più conciso e facile possibile".
L'Acqui Storia degli studenti
Acqui Terme. Sabato 30 ottobre. Sala maggiore delle Nuove Terme. Ore 11. Gli studenti e l'Acqui Storia: come ricorda anche il Sindaco Danilo Rapetti, un momento importante, quello dell'incontro con i vincitori del Premio, anche perché i tempi sono sufficientemente ampi per permettere ampie esposizioni e domande.
Sono due giurati (alle efficaci parole di Antonio De Francesco seguono quelle di Elio Gioanola, non molto a proprio agio, che esordisce addirittura con un imbarazzante "su questo libro non sono molto preparato") ad introdurre brevemente le opere, che poi vengono presentate dai rispettivi autori.
Essi, avendo dinanzi una platea costituita da studenti della scuola media superiore, non trascurano di soffermarsi sugli aspetti metodologici.
Scrivere di storia
Rusconi ribadisce la validità della "storia controfattuale", delle ucronie, della storia fatta con i "se", che non è solo una palestra della logica e dell'intuizione fine a se stessa, ma un aiuto concreto per comprendere i fatti realmente accaduti. Se il divenire è, per dirla con Italo Calvino, una successione di strade che si biforcano (al modo del Furioso), occorre valutare anche quelle vie non percorse, che i soggetti della storia hanno comunque deciso di scartare. Ma proprio quelle scelte, non volute, spesso erano state prima valutate criticamente, e proprio da questo giudizio di impercorribilità viene a concretarsi il fatto reale.
Da Gaetano Quagliariello l'insegnamento di una scrittura che è metodo per chiarire, già nel suo nascere, sui primi appunti, gli obiettivi della ricerca. "Si scrive e si ragiona su un percorso di apprendimento, che si radica sulle conoscenze acquisite dalla storiografia e mette - nelle stesso tempo - in discussioni tali basi".
Ma è la "prima" scrittura, l'atto stesso di fissare l'idea, ad aiutare lo storico nell'articolazione dei ragionamenti. È così che il libro prende la mano allo storico: capita così anche per il volume dedicato a De Gaulle e al Gollismo, che nelle intenzioni de Il Mulino (che lo commissionò) inizialmente doveva occupare poco più di centocinquanta pagine, e che poi è diventato un tomo davvero monumentale, di oltre 850 (che ha necessitato oltre 11 anni di ricerche e riflessioni).
La "Acqui" nel segno della dignità e dell'onore
Entrando nello specifico dei contenuti, Gian Enrico Rusconi ribadisce la necessità di uscire dalle cornici delle mitologie e degli scandali. Sulle prime non ci soffermiamo (rimandando invece all'articolo de "L'Ancora" della passata settimana); sui secondi rammentiamo quello del "tutti a casa", quello costituito - per alcuni - dalla trattativa italo tedesca che precorre l'eccidio, quello del numero spropositato delle vittime nel martirio.
Un nodo critico è risalire alle sue cause. Lo storico lo scioglie recuperando la componente dell'onore militare, che si traduce nei soldati di Cefalonia in "fare civile", in una scelta etica.
Gli italiani non cedono le armi, vogliono tornare in patria, ma con l'onore di soldati. Nessuno si sottrae alle proprie responsabilità. Neppure il generale comandante Antonio Gandin (che, ricordiamo, con i tedeschi aveva maturato lunga consuetudine notevole e apprezzamento, tanto da passare per filogermanico) cui, il giorno 13 settembre, viene offerta l'uscita di sicurezza di un volo a Vienna, per un colloquio con Mussolini.
I tedeschi, con le loro valorose truppe alpine, invece, pur non subendo l'ideologizzazione condizionante che era propria della SS (anzi, molti sono nel comando gli antihitleriani) diventano carnefici, ossessionati dalla equazione Italiano = traditore (che ha straordinario credito anche presso gli inglesi) e, soprattutto, dalle conseguenze che la "ribellione" avrebbe potuto avere, da un punto di vista strategico, se si fosse estesa anche alle altre divisioni italiane.
Alla luce di queste poche considerazioni emerge, da un lato lo scarso peso che l'ideologia ha nella vicenda (ma le letture "di destra" e "di sinistra" saranno invece fortemente condizionanti nel "racconto" di Cefalonia); dall'altro l'importanza di questo momento nel processo di affermazione di una identità italiana. Dall'ambito militare (e oltretutto da un esercito assai meno "democratico" rispetto a quello di oggi) viene espressa, con il recupero della virtù dell'onore militare, una qualità che viene a connotarsi di significato politico, che segna un modo di essere Stato e di sentirsi parte di questo. [E questo indipendentemente dalla effettuazione (o meno) del cosiddetto referendum (su cui Rusconi nutre fortissimi dubbi].
L'affermazione della volontà di combattere è tanto più significativa - secondo Rusconi - se si pensa alla scarsa connotazione identitaria della nostra politica (ricca di compromessi, contraddittoria, debole sul piano interno ma anche su quello internazionale) durante il Novecento.
È nel parlamento e nelle segreterie dei partiti che vanno identificate le cause quella "gamba zoppa" che induce a rovesciare l'affermazione di Massimo d'Azeglio. "Gli italiani - sorprendentemente - ci sono; occorre invece costruire il loro Stato".
De Gaulle e quella sua "terza via" della politica
All'indomani della firma, a Roma della Costituzione europea, il volume su De Gaulle costituisce una ghiotta occasione per ripercorrere la storia del continente nel XX secolo: il primo conflitto mondiale (De Gaulle è presto fatto prigioniero, quando tale condizione equivale quasi a quella di disertore), e la percezione che la Maginot, trincea d'acciaio e cemento, poco potrà fare contro le divisioni corazzate che i tedeschi stanno costruendo; la seconda guerra (e l'esilio in Gran Bretagna quando il 98% dei francesi sono con Petain) la guerra fredda, la decolonizzazione, la rottura tra Cina e Russia.
È questo il taglio che Quagliariello sceglie per avvicinarsi ad un personaggio, che è riuscito persino ad oscurare - lui salvatore della Francia nel 1940 e poi nel 1958 - la fama di Napoleone I. Anche qui i pericoli vengono dalla mitizzazione: invece l'autore cerca di restituire un uomo in carne ed ossa, con passioni e sentimenti, e che vive con le esaltazioni anche le più che comprensibili paure.
E proprio nel giugno 1940, che è l'annus horribilis per la Francia, con il proclama del 18 giugno De Gaulle coltiva il progetto di dar concretezza ad una utopia. Occorre resistere, pur sconfitti, perché il vento nella guerra può sempre cambiare: la Russia può rivoltarsi contro la Germania: gli USA non resteranno neutrali all'infinito.
Se Mussolini si accontenta del presente, il generale francese (che molti condannano, giudicandolo al soldo di Churchill, privo di autonomie) per necessità, si affida al futuro, accettando di veder la flotta francese distrutta dagli Alleati.Ma la sparuta, insignificante resistenza (che De Gaulle accetta di guidare in assenza della politica che si defila) consentirà alla Francia di rientrare in guerra "dalla parte giusta", di conquistare un seggio importante all'ONU e di occupare, quale nazione vincitrice, una zona della Germania sconfitta.
E poi di condurre una politica identitaria "forte" e indipendente dalle/a superpotenze/a (come del resto la crisi irachena ha ampiamente dimostrato). Sul piano interno, invece, il Gollismo che con il suo Rassemblement du Peuple Francais (nato nell'immediato secondo dopoguerra) tese a superare in nome dello Stato - le posizioni dei partiti di destra e sinistra, contribuì a resuscitare, paradossalmente, proprio i partiti di entrambi questi schieramenti.
Tanto, che dopo Pompidou e Chirac (eredi di De Gaulle), la terza via del gollismo, che connota in maniera straordinaria la Quinta Repubblica, verrà riassorbita nello schieramento conservatore.
Due libri, una conclusione
Rimane, con De Gaulle, il dato di una eccezionale longevità politica del personaggio, e di una particolare interpretazione del nazionalismo (in questo caso il gollismo) che manca alla politica italiana. Incapace di trovare - ma forse anche di accettare - nei momenti di crisi il contributo positivo degli "homines novi" (oppure tanto condizionante da "ingrigire" tutti coloro che si gettano nell'arengo politico). Letti trasversalmente i due volumi finiscono così per condurre ad una conclusione univoca: l'esigenza, in Italia, di una "riforma" nella vita dello Stato, di una sospirata "Seconda Repubblica". Per la quale non è possibile, realisticamente, immaginare chi sarà - in un futuro che è facile pensare assai lontano - il costruttore.
(Giulio Sardi)
La cena di gala per l'Acqui Storia
Acqui Terme. La sala delle colonne del Grand Hotel Nuove Terme, con inizio verso le 20 di sabato 30 ottobre, ha ospitato, in onore ai vincitori, la cena di gala predisposta per la conclusione ufficiale della trentasettesima edizione del Premio Acqui Storia.
Per l'atto conclusivo del premio letterario hanno cucinato chef del fior fiore della ristorazione acquese. La cucina dell'Hotel Nuove Terme ha proposto uno sformatino di cardi gobbi con crema vellutata di acciughe, quindi il Ristorante "La Schiavia" ha risposto con canelloni di fonduta gratinati al forno.
Ancora di scena "chef Renata" de "La Schiavia" con un carrè di vitello disossato al timo selvatico.
Per il dessert, semifreddo al torrone di Visone con salsa di cioccolato firmato dai cuochi del Ristorante "Ciarlocco" e, per finire, piccola pasticceria.
I vini abbinati al menù sono stati selezionati dall'Enoteca regionale Acqui "Terme e vino", cioè Piemonte Chardonnay 2003, Dolcetto d'Acqui 2003, Barbera d'Asti 2001, Brachetto d'Acqui 2003.
Vini doc e docg prodotti dalle migliori aziende vitivinicole locali.
Al Galà hanno partecipato tante personalità del mondo della politica, della cultura e delle istituzioni, con in prima fila i festeggiati, cioè i vincitori del Premio Acqui Storia e quelli del riconoscimento "Testimoni del tempo", le giurie delle due sezioni in gara, con ospite d'onore Alessandro Cecchi Paone.
Mike Bongiorno, al termine della cerimonia di premiazione all'Ariston, si è intrattenuto all'Hotel Nuove Terme per uno spuntino e degustazione dei nostri migliori vini, prima di ritornare a Milano.
(red.acq.)