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Le recensioni ai volumi del 38º Premio Acqui Storia

I migliori anni della nostra vita

di Ernesto Ferrero - Ed. Feltrinelli

 
Quando si leggono le pagine con cui Ernesto Ferrero ripensa ai migliori anni della nostra vita si entra in un mondo magico abitato ormai da ombre di ricordi, ma tuttavia vivo e pulsante di presenze umane e reali.
È assai difficile presentare un libro come questo, perché il vero senso e il vero protagonista continuamente si fa afferrare per poi sfuggirci.
Un mondo tutto particolare quello della casa editrice Einaudi; l'autore ne cerca il segreto attraverso la presentazione di una galleria di personaggi che hanno fatto la storia della cultura italiana dai primi anni Sessanta alla morte di Pasolini, fine di un'epoca di speranze e di attese.
Seguiranno poi gli anni di piombo e il predominio della dura realtà di un mondo spietato. Era assai difficile presentare personaggi così emblematici senza il sostegno di un modo retorico e quindi pletorico, ma Ferrero è perfettamente riuscito, sul filo della memoria, a parlare di loro con tono familiare senza che l'uomo di cultura famoso fosse per nulla messo in ombra da una presentazione affettuosa e quasi dimessa, che ci avvicina indelebilmente alla figura di cui Ferrero parla in un modo vivo e reale... Alla lettura dell'opera fin dalle prime pagine ci si sente in una grande famiglia i cui componenti diventano nostri amici e con i quali non sembrerebbe difficile colloquiare.
Ogni capitolo è un "romanzo" a sé; porta il lettore a stabilire un particolarissimo contatto con il personaggio presentato: i meriti e la sua fama si fanno evanescenti come in una dissolvenza ma con noi rimane la persona umana nella sua viva interezza. Fra i tanti ritratti, difficile è sceglierne qualcuno in particolare, ma alcuni nomi, cari a chi ha qualche dimestichezza con la prosa del secondo Novecento, si impongono a qualche puntuale riferimento: Natalia Ginzburg, Pavese, un tragico ritratto di Fenoglio, oppure l'indimenticabile "furore mai spento negli occhi di Revelli Benvenuto detto Nuto".
La presentazione di Calvino, nel capitolo "L'ho riconosciuto dal silenzio", può essere esemplificazione della tecnica che Ferrero utilizza per metterci in rapporto con l'autore. Tutti, a scuola o per personale diletto, abbiamo conosciuto e amato Calvino. Siamo sempre rimasti, inaspettatamente, coinvolti dalla fantasia della narrazione e dalla puntualità della descrizione che mai assume il tono dell'elenco: da "Il sentiero dei nidi di ragno", al "Marcovaldo", alle "Cosmicomiche", alle straordinarie "Città invisibili". Ferrero ci dà un'immagine illuminante. "Era brusco, Calvino, di poche parole. Per timidezza, per l'abitudine al silenzio. Raggiunta la fama preferisce non commentare se stesso. È più contento quando deve rispondere ai ragazzi delle scuole. Gli scrivevano a centinaia, rispondeva a tutti".
Quando leggiamo l'opera di Ferrero siamo gratificati da una lingua italiana pura, oggi così spesso tradita o abbandonata per i termini stranieri appiccicati come francobolli.
Frastornati come siamo da clamori, da paroloni ridondanti, al contatto con un libro scritto bene come questo, ci sentiamo vivificati da un'aria nuova e pura. Potrebbe sorgere una domanda: è un libro di storia? Sì, una storia "sui generis" senza scontri armati e senza paci apparenti, una storia "altra", che ci comunica valori profondi e dimenticati, ma di nuovo presenti alla lettura, anche se pensare a quel mondo che non esiste più ci si sente come spersi nella nebbia della tristezza.
L'"introibo" dell'opera è una considerazione sulla felicità: "Abbiamo della felicità un'idea timida e intermittente. Parlarne è difficile, come parlare di Dio. Ogni parola la immiserisce, ne dissolve l'incanto. Impossibile classificarla, quantificarla.
Al massimo possiamo tentare delle perifrasi, delle allusioni, nominandola con cautela. Ne parliamo soltanto al passato, quando ci ha abbandonato, forse per punirci di non esserci accorti della sua presenza. Dice un verso di Cardarelli: Felicità, ti ho riconosciuta dal passo con cui ti allontanavi.
La conclusione nelle due ultime pagine è un vero compendio e la spiegazione più chiara del significato del libro. Ritornano vivi alla memoria i personaggi della grande "famiglia" Einaudi, nucleo di intensi rapporti.
E l'autore conclude: "Non manca niente alla nostra felicità, in via Biancamano".

Adriana Ghelli

 

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