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Le recensioni ai volumi del 38º Premio Acqui Storia

Il popolo Bambino

di Antonio Gibelli - Ed. Einaudi

 
Acqui Terme. In mezzo a tanti secoli, definiti metaforicamente dagli storici (davvero un bel repertorio: c'è quello "di ferro", quello "di Luigi XIV", quello "dei Lumi"; si sono i secoli "lunghi", come l'Ottocento, e quelli "brevi" come il successivo), dopo aver letto l'ultima opera di Antonio Gibelli, che ha titolo Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò (Einaudi, 25 euro), verrebbe da aggiungere una nuova definizione.
Davvero il Novecento è un "secolo di fanciulli". E la denominazione pare funzionale per più motivi.
Da un lato la crescita demografica - a seguito dei successi della medicina e del conseguimento, per strati sempre maggiori della società, di un sempre migliore standard di vita - ulteriormente incentivata dalle politiche di alcuni regimi.
Dall'altro la "scoperta", da un punto di vista politico, di una frangia di popolazione, prima considerata trascurabile, sulla quale piano piano vanno ad affinarsi strategie diaboliche di condizionamento.
Da un altro lato ancora - ormai è costume sempre più accentuato nel modello sociale contemporaneo - il rifiuto dell'assunzione delle responsabilità, intimamente connesso al rigetto del valore del sacrificio.
Ecco dunque il XX secolo, su cui pare tramontare la definizione "breve" di Eric Hobsbawm, e su cui si alzano i vagiti di un'epoca "bambina" (ricordate Pascoli e i Crepuscolari?).
Quella che ha tra i suoi protagonisti - ed è la prima volta - chi non è ancora adulto.
Quella che appare infante poiché si sostanzia in una massa ingenua che sperimenta, a cominciare dagli anni Dieci, gli effetti di un'azione pedagogica di massa che continua sino ai nostri giorni (e a proposito degli adulti bambini potrebbe essere interessante quanto riferisce, ad esempio, sul versante della psicologia, lo specialista, ma anche divulgatore, Giulio Cesare Giacobbe).
Antonio Gibelli, docente di storia contemporanea presso l'università di Genova, che ha conseguito il successo nel Premio "Acqui Storia" 1999 con il volume La grande guerra degli Italiani (edito da Sansoni), porta a compimento, con questo densissimo saggio, un lavoro davvero monumentale, delle cui premesse anche gli acquesi furono edotti. Proprio in occasione di una conferenza, dallo storico a Palazzo Robellini (di cui "L'Ancora" propose la cronaca), uno dei temi più affascinanti, tra quelli sviluppati, riguardò l'utilizzo dell'infanzia nelle rappresentazioni di propaganda destinate al fronte interno.
A distanza di sei anni gli esiti della ricerca sono davvero rilevanti, anche perché vanno a cogliere non solo un ampio intorno cronologico, ma dissodano il campo in profondità, attingendo a letteratura (Pinocchio, Pistacchio, Guglielmone, Giuppino e Pulcinella...), canzoni e filastrocche innocenti solo in apparenza, scuole "ufficiali" (quelle regie, per intenderci) e quelle dello scautismo e poi dell'inquadramento fascista. E la "dimensione pubblica" dell'infanzia amplifica decisamente la sua influenza sia negli anni di conflitto (quando gli scolari scrivono e lavorano per star vicini ai soldati al fronte), sia quando, concluse le ostilità, i ragazzi diventano protagonisti delle commemorazioni degli eroi.
E il lettore, da solo, potrà anche individuare ulteriori percorsi. Prendiamo il tema delle continuità tra Italia liberale e Ventennio: ecco la partecipazione dei bambini ai riti funebri; il culto dei martiri, la raffigurazione della guerra come impresa gagliarda, energetica e corroborante; la nascita del teatro di massa già nel 1917; la diffusione precoce dei "ricostituenti" per la cui pubblicità non si indugia a parafrasare l'Inno di Mameli: "E i bimbi d'Italia saranno Balilla, perché bevver tutti sino all'ultima stilla...".
Tra le innumerevoli testimonianze raccolte da Gibelli e dalla sua equipe di ricerca, anche contributi della nostra terra. Segnaliamo, allora (p. 321), la lettera al Duce di una Giovane Italiana di Nizza Monferrato che chiede di poter combattere ("Anch'io Duce voglio difendere la Cara Patria con tutta la mia forza e coraggio. Vorrei avere anch'io il mio fucile con la baionetta in canna e sparare contro quei 'barbari Inglesi' che vogliono farci del male [...] e lanciarmi nei più aspri combattimenti, che saprò affrontare con sicurezza e orgoglio di Vincere e Vinceremo") e quella, di tutt'altro segno, di Carlo Pastorino, masonese, ma per lunghi anni docente presso il nostro Ginnasio, autore di un libro fondamentale per comprendere la Grande Guerra.
Si tratta, ovviamente, de La prova del fuoco (edito per la prima volta nel 1926, dopo lunga elaborazione): ecco allora i soldati "fanciulloni imberbi, dagli occhi imbambolati, propri degli adolescenti; [fanciulloni] che nei momenti più difficili si facevano da presso quasi che io avessi potuto essere la loro difesa e salvezza...".
Altro che "impresa gagliarda, e corroborante". Com'è diversa la guerra, se da essa si distraggono le lenti della retorica.

Giulio Sardi

 

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