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Le recensioni ai volumi del 38º Premio Acqui Storia

Il caso Moro

di Agostino Giovagnoli - Editore Il Mulino
 
Via Fani, 16 marzo 1978, ore 9: sequestro di Aldo Moro, uccisione di quattro uomini della scorta. È la notte della Repubblica.
Nel percorso del libro, che inizia dalla strage di Via Fani e si conclude con la morte di Aldo Moro, viene rispettata con rigore un'illuminante cronologia, capace di chiarire le dinamiche profonde del sequestro. L'autore, attraverso una prosa chiara ed accattivante, disegna scenari, traccia contrapposizioni e azzarda confronti; soffermandosi sul dibattito storiografico, le porte socchiuse e le questioni impenetrabili, tenta di sciogliere i maggiori nodi della vicenda.
Si disse che Moro fosse stato rapito perché supremo moderatore dei Partiti italiani, da tempo tessitore del dialogo col Partito comunista; in realtà le Brigate rosse intendevano colpire la DC, mentre il PCI rappresentava un concorrente da battere. Il sequestro Moro avrebbe acceso la scintilla della rivoluzione in Italia, che sarebbe spettato a loro guidare.
Nel dipanarsi della vicenda Moro sono molteplici gli aspetti, i risvolti indagati nel libro: le iniziative volte ad evitare la guerra civile, il ruolo importante a sostegno delle istituzioni ed in aiuto della società italiana svolto da Paolo VI, le difficoltà di fare politica nell'emergenza, l'inquietudine determinata dal dilemma se coinvolgere o contrastare i comunisti, la svolta socialista.
Particolarmente interessanti ed emotivamente avvincenti risultano i capitoli inerenti le lettere di Moro, le richieste d'aiuto dello statista alle istituzioni e alla famiglia a cui seguirono iniziative atte a difendere lo stato e a salvare l'ostaggio mediante una "fermezza flessibile". Ed ancora il documento che metteva in dubbio l'autenticità delle lettere. L'ora tragica portò alla luce l'impotenza dello stato, la crisi dei servizi segreti, l'impreparazione delle forze dell'ordine, facendo affiorare la consapevolezza che la questione terrorismo era stata incompresa e sottovalutata.
Ma da dove venivano le Brigate Rosse? La loro origine diventò argomento di dibattito all'interno della sinistra; Berlinguer si fece strenuo sostenitore dell'estraneità del PCI.
La ricostruzione storica restituisce alle Br il ruolo che hanno avuto, facendo emergere responsabilità e limiti. Ai terroristi sfuggirono molti aspetti della complessa politica italiana del tempo, si comportavano in modo autoreferenziale e fecero prevalere la logica della violenza sulle ragioni della politica. Ciò che agli occhi degli altri apparve feroce e disumano, per i brigatisti non era solo giustificato dalla convinzione di essere in guerra, ma persino nobilitato dalla solidarietà verso i compagni che "combattevano rischiando la vita".
Dopo l'assassinio di Moro cominciò la parabola discendente delle Brigate rosse.
Durante il sequestro la capacità italiana di resistere alle tensioni della guerra fredda raggiunse, forse il suo culmine. A tuttora non esiste ancora la prova capace di dimostrare che il cedimento alle pretese dei brigatisti avrebbe salvato la vita al prigioniero; su questo punto gli stessi protagonisti delle trattative sono divisi.
Resta, perciò, aperto l'interrogativo se si poteva fare di più, di meglio e soprattutto più in fretta all'interno dello spazio molto ristretto dell'iniziativa autonoma dello Stato, nella fermezza o nella clemenza senza cedimenti.
Mentre invito a leggere il presente volume, termino riportando l'amara considerazione di Pietro Ingrao, che merita, a mio avviso, una riflessione approfondita.
"Non fummo capaci di avere compassione, di compenetrarci nella tragedia di un uomo".

Nicoletta Morino

 

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