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Le recensioni ai volumi del 38º Premio Acqui Storia

Gli internati militari in Germania 1943-1945

di Gabriele Hammermann - Ed. Il Mulino

 
A partire dal maggio 1943, dopo le pesanti sconfitte subite dai tedeschi e l'aumento delle divergenze all'interno dell'Asse Roma-Berlino, la Germania avviò importanti iniziative militari (il cosiddetto piano Achse) in previsione dell'uscita dalla guerra dell'alleato italiano; il 25 luglio, con la caduta di Mussolini, provocata dagli ambienti ostili alla Germania tra gli alti gradi dell'esercito, del partito, dell'alta finanza e di Casa Savoia, Hitler considerò subito un tradimento le decisioni italiane, identificandone la figura centrale e il simbolo nel nuovo Capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio.
L'intenzione di Hitler, in merito al disarmo dell'esercito italiano, era inizialmente quella di lasciar tornare a casa quelli che non intendevano continuare a combattere, ma la decisione dei vertici tedeschi fu di ben altro genere; già il 26 luglio, infatti, Himmler fece presente "l'opportunità di utilizzare anche costoro per i fini bellici tedeschi": a tale scopo sarebbero stati impiegati come forza lavoro in Germania. La necessità per l'economia di guerra tedesca della cattura del maggior numero possibile di soldati italiani era motivata dalla drammatica carenza di manodopera che si verificò a partire dal 1943; i soldati e i sottufficiali italiani fatti prigionieri furono quindi avviati al lavoro principalmente nell'industria pesante e degli armamenti, nell'edilizia e nell'industria mineraria, andando ad occupare gli ultimi gradini di una gerarchia sociale definita da criteri politici, economici e razziali e ricevendo un trattamento di poco migliore rispetto ai prigionieri di guerra sovietici e ai "lavoratori dell'Est".
La ricercatrice Gabriele Hammermann, che ha studiato nelle Università di Monaco e Treviri e presso l'Istituto storico germanico di Roma, nel suo libro, rileva come l'opinione pubblica italiana e tedesca abbiano a lungo ignorato la storia dei militari italiani catturati dai tedeschi dopo l'armistizio di Cassibile, reso noto la sera dell'8 settembre 1943, e cerca in primo luogo di sopperire alla mancanza di uno studio che analizzi la politica relativa all'impiego della manodopera costituita dagli internati militari italiani (IMI), confrontando le direttive emanate in questo senso da Hitler e dal gruppo dirigente del Reich con le misure adottate dalla Wehrmacht e dagli "uffici armamenti" ed esaminando anche i margini di manovra delle singole imprese e dei responsabili dei lager.
Degli oltre 600.000 componenti del Regio esercito finiti nelle mani dei tedeschi, in particolare, esula pertanto la vicenda dei circa diecimila militari italiani inviati ai campi di concentramento, subito dopo la cattura, in seguito alla resistenza opposta, o dopo la conclusione del periodo di permanenza forzata presso i campi di "rieducazione lavorativa".
Mentre le funzioni dei prigionieri italiani vennero fissate nelle loro linee essenziali già prima della firma dell'armistizio, la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi (12 settembre) e il successivo insediamento nell'Italia settentrionale di un governo fascista repubblicano con la Repubblica Sociale Italiana diedero origine a fasi distinte dello status dei prigionieri stessi: "prigionieri di guerra" nel lasso di tempo tra l'armistizio e il periodo immediatamente precedente la nascita della RSI, "internati militari" dalla fine di settembre del 1943; lo status diventò poi quello di "lavoratori civili" dall'autunno del 1944, quando la trasformazione venne vista come inevitabile per elevare la produttività degli internati e fu decisa quasi contestualmente all'adozione delle misure in vista della "guerra totale".
Nel libro si sottolinea che solo i soldati e i sottufficiali vennero impiegati come manodopera, mentre gli ufficiali, in base alla Convenzione di Ginevra, furono esentati dal lavoro; inoltre, all'interno del sistema dei campi per prigionieri di guerra restavano distinti diversi tipi di lager in funzione del grado di servizio: gli "Stalag" erano riservati ai militari di truppa e ai sottufficiali, mentre gli "Oflag" erano destinati ad ospitare gli ufficiali.
La percentuale dei militari italiani assegnati al settore edile e all'industria pesante risultò più elevata rispetto ai lavoratori provenienti da altri paesi, mentre la loro presenza nel settore agricolo e in quello minerario fu decisamente inferiore.
Il libro risulta un'opera completa, anche per le testimonianze dirette, per quanto riportato circa le sofferenze degli internati militari per le carenze alimentari, l'inadeguatezza del vestiario, le condizioni sanitarie e l'assistenza medica nei lager, i rapporti con la popolazione tedesca, il sistema punitivo (in particolare per i casi di tentativo di fuga e di rapporti dei prigionieri con donne tedesche), i contrasti sorti tra le autorità germaniche sulle questioni del trattamento e la sorveglianza degli internati.
La Hammermann, che ricopre la carica di vice-direttrice al Memoriale di Dachau ed è autrice anche di contributi sui "campi speciali" sovietici nella Germania Est fra il 1945 e il 1950, estende la trattazione, per esempio, anche al problema degli scambi epistolari con le famiglie, alle strumentalizzazioni della propaganda nazista attuate verso gli IMI (ai quali venivano persino appositamente distribuiti i giornali "La voce della patria" e "Il Camerata"), con una formidabile disamina degli aspetti psicologici (isolamento, spersonalizzazione,..) della vita dei prigionieri; vengono inoltre analizzate le stime contrastanti sul numero di prigionieri morti durante la detenzione (in ogni caso non meno di 25.000) e la situazione che si creò con la conclusione della prigionia e della guerra.
Per questi ultimi aspetti risulta che "gli internati accolsero la liberazione a opera degli Alleati occidentali e delle forze armate sovietiche in modo diverso": infatti, mentre l'arrivo dei primi significava la fine della guerra, le truppe dell'Armata rossa raggiunsero inizialmente i territori orientali del Reich per poi momentaneamente ritirarsi, per cui gli IMI finirono per essere coinvolti nei caotici combattimenti finali, oltre che per essere impiegati nello sgombero delle macerie e in rischiose operazioni di sminamento. L'autrice accenna anche all'intenzione manifestata in quel momento dal governo francese di utilizzare un milione di prigionieri italiani e tedeschi per la ricostruzione della Francia.
L'opera di Gabriele Hammermann risulta particolarmente meritevole in quanto, come evidenziato dall'autrice nell'introduzione, il libro è "realizzato considerando anche il rapporto fra strutture oggettive e percezioni soggettive", secondo il principio per cui "la storia sociale è in ogni caso entrambe le cose: storia strutturale e di esperienze.
Ed è solo grazie al loro intreccio che essa può essere compiutamente compresa".
Ne consegue la necessità di sopportare l'amarezza che suscitano, in particolare, le testimonianze dei prigionieri, anche nel caso di quello che ricordava:
"Una sera nel rientrare (..) ci mettiamo a cantare.
Quando arriviamo all'inizio del paese troviamo fuori tutta la gente (..) ad ascoltare noi... da allora in avanti è cambiato tutto completamente.
Tanto è vero che avevamo una guardia che aveva imparato due parole: Cantare, italiani cantare!".

Roberto Basso

 

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