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Le recensioni ai volumi del 38º Premio Acqui StoriaIl secolo cinesedi Federico rampini - Editore Mondadori |
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Per la prima volta in questo libro Magdi Allam racconta se stesso, musulmano laico, nato e cresciuto nell'Egittto di Nasser ed emigrato in Italia nel 1972 all'età di vent'anni.
Partendo dalla sua esperienza testimonia che quaranta anni fà la situazione in Medio Oriente era molto diversa; la società e le istituzioni erano laiche: La cultura dell'odio e della morte, che sovente l'occidente "crociato" oggi associa ai musulmani, non è quindi nel codice genetico dell'Islam ma si è sviluppato per motivi di potere con il sostegno di alcuni stati islamici più resistenti alla penetrazione dei valori civili e politici dell'occidente. Lo scopo fondamentale di Allam è quello di denunciare apertamente sia gli integralisti islamisti che hanno lanciato la jihad, la "guerra santa", sia i loro complici occidentali che alimentano uno scenario di odio e di scontro. In un'intervista pubblicata dal sito internet di una tv locale laziale si può leggere la seguente dichiarazione del giornalista egiziano: "Ho voluto analizzare le radici della paura che oggi è il sentimento più diffuso in Europa e in America nei confronti dell'Islam. Una paura che, come testimonia il sottotitolo del libro, è causata dall'integralismo dell'Islam e dall'incoscienza dell'occidente. Nel mio libro racconto come, dopo la decolonizzazione degli anni '50 e '60, ci fossero nei paesi arabi realtà laiche che si ispiravano a modelli europei e americani (anche sovietici aggiungeremmo noi). In seguito - prosegue Allam - è iniziato questo processo sul piano delle ideologie, qualche volta alimentato da crisi economiche, che ha portato ad un integralismo sempre più forte che ha avvelenato molti paesi musulmani con un clima più oppressivo, con una visione del mondo manichea che divide il mondo tra musulmani (sottomessi ad Allah) ed infedeli." Allam non concepisce quindi l'integralismo terrorista come una forma di reazione a fenomeni storici quali la colonizzazione imperialista di inizio novecento e il neocolonialismo delle multinazionali del petrolio successivo alla seconda guerra mondiale. A suo avviso il terrorismo islamista ha natura aggressiva e non reattiva: i kamikaze si fanno esplodere non per reazione a "colpe" occidentali ma perché il potere politico di alcuni stati musulmani coltiva un disegno di mantenimento e di ampliamento del loro potere strumentalizzando in tal senso il sentimento religioso. I burattinai del terrore pertanto non sono leaders, come ad esempio l'algerino Ben Bellà dei primi anni '60, che si battono per il riscatto di popoli mantenuti in servitù dall'occidente, bensì potenti cinici e privi di scrupoli che usano il terrorismo per mantenersi in posizione dominante. Perciò Allam non è affatto tenero con molta parte dell' opinione pubblica e della pubblicistica occidentale, ed italiana in particolare (egli è vicedirettore ad personam del Corriere della Sera), che viene accusata di affrontare la questione terrorismo in modo fazioso ed ideologico. Il pacifismo ad oltranza viene infatti accusato di cedevolezza, machiavellismo, retorica e strumentalismo propagandistico a fronte di un pericolo reale che, se non affrontato adeguatamente, potrebbe minacciare "la nostra vita, la nostra sicurezza, la nostra civiltà". Nonostante tutto però Allam è convinto che un Islam moderato finirà con il prevalere perché all'interno del mondo islamico è in atto una riscossa etica e civile e un rinascimento liberale che ha per protagonisti gli uomini e le donne che si battono sempre più contro il terrorismo. Vincendo la paura. Giorgio Botto |
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