L'ANCORA [VAI ALL'INDICE - ACQUI STORIA 2006] [VAI ALLA PRIMA PAGINA]

 

Le recensioni ai volumi del 39º Premio Acqui Storia

Risorgimento in camicia nera

di Massimo Baioni - Carocci editore
 
"Noi vogliamo invece provare, attraverso la indagine scientifica, i rapporti da padre a figlio, da avo a nipote, che hanno tutti periodi della storia d"Italia, Risorgimento compreso, da prima di Roma al fascismo".
Con queste parole del quadrumviro Enrico Maria De Vecchi di Val Cismon, contenute nel primo di una lunga serie di interventi (anni 1933-36) sulla rivista "Rassegna storica del Risorgimento", di cui era direttore, si delineano subito i caratteri di "manifesto dell"interpretazione sabaudo-fascista del Risorgimento" di quegli scritti.
Nel suo libro "Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell"Italia fascista" Massimo Baioni, -che insegna Storia contemporanea nelle Università di Siena e Arezzo - rileva la capacità di condizionamento sulla cultura storiografica e sui circuiti della trasmissione popolare del progetto di De Vecchi, in quegli anni ambasciatore presso la Santa Sede, esponente di punta del fascismo di fede sabauda e cattolica -assertore del 1706 (anno della battaglia di Torino) quale data di inizio del Risorgimento e dell"importanza del re Carlo Alberto nella causa dell"unità nazionale- nonché presidente dell"Istituto per la storia del Risorgimento dal 1933 al 1943.
Nel libro di Baioni, finalista del premio "Acqui Storia 2006" , sezione storico-scientifica, viene analizzata la rilettura del Risorgimento attuata nel corso del ventennio, evidenziando come il confronto con il passato fosse vitale per "dare un senso alla dimensione storica del fascismo e per connotarne l"identità".
L"autore del libro ricorda infatti come l"invito a "saldare la guerra con la tradizione risorgimentale" non avesse dovuto attendere neppure la conclusione del primo conflitto mondiale, collocato, quest"ultimo, nel "solco della tradizione patriottica nazionale", evidenziando la trasformazione della società europea, avvenuta a partire dal 1918, nei comportamenti e nella sfera più intima delle emozioni.
In questa fase andava assumendo importanza, in Italia, l"estensione della "rete" dei Musei del Risorgimento, le cui basi erano state poste già negli anni ottanta del XIX secolo, soprattutto al Nord, dietro l"impulso di eruditi locali, società di reduci e sodalizi massonici; la difficoltà nella loro istituzione al Sud (con l"eccezione di Palermo, nel 1918), osserva ancora Baioni, rifletteva l""ennesima frattura presente nel tessuto geografico e sociale della nazione", mentre l"appropriazione nazional-fascista della tradizione irredentista (Guglielmo Oberdan, Cesare Battisti) avrebbe segnato la storia dei musei di Trieste e Trento.
Se nel 1932, cinquantesimo anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, fu profuso il massimo sforzo per "arruolare" il popolare protagonista del Risorgimento e il "garibaldinismo" tra i padri spirituali di Mussolini e del movimento fascista, fu soprattutto il decennale della marcia su Roma, sempre nello stesso anno, a dare impulso ad un deciso interventismo statale nel settore della cultura storica.
La trasformazione della Società nazionale per la storia del Risorgimento in -Istituto- (1935) fu infatti voluta, osserva ancora Baioni, per attenuare il rischio di "un"eccessiva dispersione tematica" e comportò, tra l"altro, la chiusura delle riviste locali: a questa istituzione avrebbe legato il suo nome -per quasi mezzo secolo- Alberto Maria Ghisalberti, uno dei più autorevoli studiosi del Risorgimento, prima come segretario generale e poi (1952-1983) come presidente.
La lettura del libro di Baioni offre numerosi e interessanti spunti che evidenziano, tra l"altro, le divergenze interpretative sul Risorgimento durante il ventennio: ne è un esempio la contrapposizione delle tesi di De Vecchi e Gentile sulla valutazione del ruolo di Mazzini; il lettore può verificare come l"opera di revisione attuata durante il fascismo non risparmiasse figure come quelle di Ugo Bassi (il sacerdote fucilato dagli austriaci nel 1849) e di don Bosco "santo italianissimo", la cui canonizzazione fu salutata come l"occasione per esaltare figure di "precursori" della Conciliazione.
Da ricordare ancora i saggi di Carlo Curcio, docente alla facoltà di Scienze Politiche di Perugia, che costituivano un"elaborazione in chiave mediterranea volta ad allargare i limiti cronologici e ideali del Risorgimento, la rivista "Primato", le altre istituzioni di studi storici e, infine, il film "Scipione l"Africano" (1937) diretto da Carmine Gallone.
Si può infine osservare, come ricorda l"autore del libro, che fu Carlo Rosselli, sulle pagine di "Giustizia e libertà", ad intuire lucidamente il pericolo della recisione del legame con il Risorgimento come "unica tradizione nazionale ancora capace di dare forza e risonanza simbolica all"azione dell"antifascismo" e che la Resistenza avrebbe poi recepito queste indicazioni, in quanto i movimenti antifascisti furono sempre più consapevoli del fatto che "la legittimazione e il rafforzamento del loro ruolo "nazionale" richiedevano un rapporto più stretto con la tradizione patriottica e il rovesciamento della mitologia ufficiale".

Roberto Basso

(pubblicato sul numero del 1 ottobre 2006)

 

Scrivi alla redazione

L'ANCORA [VAI ALL'INDICE - ACQUI STORIA 2006] [VAI ALLA PRIMA PAGINA]