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Quella "lingera" di Giacomo Bove

 
Giacomo BoveMaranzana. "Essere lingera certe volte dà fama. Certe volte i perdigiorno vagabondi, i camminanti arrivano ad una fama immensa.
Come sarà stato chiamato Giacomo Bove (1852-1887) a Maranzana, dove era nato? Era un viator nel senso più nobile della parola, ma quanti potevano conoscere tra i filari e colline quel termine dal sapore medievale e dantesco? Ben pochi. Quasi nessuno.
Allora più facile che Bove fosse battezzato "lingera": non altrimenti si poteva chiamare colui che rinunciava al sole dei grappoli per i ghiacci accecanti, che abbandonava il familiare torrente Cervino per l'ostile Paranà a nord di Buenos Aires.
Misteri. Chissà da quale strana nidiata era saltato fuori Giacomo, con quel furore del viaggio che lo rendeva così diverso dai compaesani....".
Così potrebbe cominciare un romanzo dedicato a Giacomo Bove.
Ma questa è solo una fantasia.
La realtà prossima ci dice di un giorno di rievocazioni.
Rieccoci alle prese con gli anniversari. Quelli meno noti.
Un esempio. Pensi al due giugno e viene in mente la Festa della Repubblica. E invece, per l'Ottocento e per i primi tre decenni del secolo successivo, quella era la data della morte di Garibaldi (1882, a Caprera) di cui cade giusto giusto quest'anno il bicentenario della nascita.
E poiché l'eroe dei due Mondi passo da Acqui agli inizi degli anni Cinquanta, la città, riconoscente subito dopo la scomparsa decise di intitolargli un teatro che - ma questo è solo un inciso - non c'è più, sostituito da un parcheggio multi piano speriamo almeno efficiente.

Altre date come quelle del 23 e 24 aprile sembrerebbero rimandare solo alla Liberazione. Pensiamo a Genova: i partigiani attaccano le forze nazifasciste in città, entrano nel porto e catturano 600 tedeschi.
Poco più a nord gli alleati attraversano il Po. Ma il giorno dopo, il 24, tocca a Cuneo. E il 24, verso le 11 del mattino, il comando della Divisione "Viganò" fa pervenire al quartier generale della San Marco, concentrata ad Acqui, l'ultimatum per una resa senza condizioni.
23 e 24 aprile resistenti?
Invece no. Non solo, almeno. Per Maranzana (che con i suoi boschi diede riparo a tanti combattenti per la libertà) 23 e 24 aprile sono due date topiche legate a Giacomo Bove. L'esploratore. L'ufficiale della Regia Marina nato il 23 aprile 1852 (due anni prima del soggiorno acquese di Garibaldi all'Albergo del Pozzo, alla confluenza dell' odierno Corso Italia con l'omonima Piazza, dove c'è il Credito).
Ma il 24 aprile 1880 (sempre due anni prima della morte di Garibaldi) si concluse anche la trionfale navigazione della "Vega", che in quel giorno entrò nel porto di Stoccolma, sotto la guida di Adolf Erik Nordenskiold.
Un personaggio nel quale Jules Verne (un altro innamorato del mare, ma frequentatore di rotte meno estreme) poteva scorgere la "reincarnazione" del professor Otto Lidenbroch. Eccoci ad un altro Voyage, ma al centro della Terra, uscito in Francia nel 1864 e poi, nove più tardi in Italia, a Milano.
Aspettando il terzo "Giacomo Bove Day", che cadrà domenica 15 aprile, ecco nell'articolo a fianco alcune pagine di Diario per conoscere le qualità di penna del Nostro.
Ecco una cartolina dal dicembre 1878 (Diario Bove), poi completata dalle pagine del romanzo storico redatto a quattro mani da Baccalario & Canobbio. Questi i riferimenti bibliografici .

Per saperne di più

Pierdomenico Baccalario e Andrea Canobbio, Passaggio a nord-est. I viaggi avventurosi di Giacomo Bove, Città di Acqui Terme, 2003; Cesare Bumma e Maria Teresa Scarrone, Passaggio a nord-est. Diario di Giacomo Bove sulla spedizione artica svedese con la nave "Vega" (1878-1880), Arona, Grafica Lavenese, 2006.
Sulle "penne coraggiose" [Giacomo Bove, e poi gli acquesi Alberto Gionferri, Luigi d'Albertis, ma anche sul reportage da Londra di Maggiorno Ferraris] si veda anche la sesta puntata dedicata Alle origini del giornalismo acquese, pubblicata su L'Ancora in data 11 maggio 2003, e oggi disponibile sul sito delle monografie a l'indirizzo web lancora.com.
Quanto a Raffaele Ottolenghi, contemporaneo di Bove, solo più giovane di otto anni, rimandiamo al trimestrale ITER, numero 3 settembre 2005, che nella sua rubrica dedicata ai viaggi presentava proprio un ricordo egiziano che concerneva la gran fiera di Tantah.
Utilissima, per concludere, la consultazione del sito http://www.giacomobove.it/ita/index.shtml dell'associazione Culturale "Giacomo Bove e Maranzana" che presenta vita del personaggio e sue esplorazioni, progetti e programmi legati alla sua figura, nonché un ricco archivio storico fotografico da cui sono tratte, in parte, le immagini che qui alleghiamo.

(Giulio Sardi)

Giacomo Bove - Viaggio sulla Vega - 1878
Giacomo Bove - Viaggio sulla Vega - 1878
Immagini dal viaggio sulla Vega del 1878

Nel dicembre 1878 in viaggio sulla Vega

Cronache del capitano Bove

Maranzana. Un mese con Giacomo Bove: ecco, tra scritture originali e "ricostruite", la cronaca del frammento di un avventuroso viaggio nell'Artico.

10 dicembre 1878

Chi potrebbe descrivere la bellezza d'una notte polare quando la luna splende in tutta la sua pienezza? Vi è qualche cosa che incanta guardando da terra quell'immenso campo bianco scintillante sotto i raggi lunari, il quale non è interrotto che dal nero della "Vega" che si erge al cielo le sue braccia come un gigantesco fantasma.

13 dicembre

Si è fatto un canale d'acqua sulla sinistra del bastimento per impedire maggiormente le pressioni e con il ghiaccio così ricavato si è fatto come una specie di muro sulla sinistra della nave.

14 dicembre

Nella notte si è fatto sentire uno spaventevole rumore e la mattina abbiamo trovato una larga apertura nella direzione della prua della nave.
Quest'apertura si estendeva alla dritta della nave un trecento metri, mentre alla sinistra raggiungeva forse i cinquecento. A dritta il ghiaccio si è alzato in un punto di un metro. Nello stesso tempo la scala di marea indicò un rialzo considerevole e devesi senza dubbio ad essa la rottura del ghiaccio. Per misurare la marea si impiega un ingegnoso istrumento costruito dal Cap. Palander.
Questa notte la temperatura è salita a -3,6º; ci par d'essere in piena estate. I Ciukci dicono che il ghiaccio sarà trasportato al largo.
Oggi Johansen è ritornato dicendo d'aver trovato ai piedi delle colline poste al di sopra di Jinretlen il cadavere di un indigeno vestito colle sue armi e coi suoi istrumenti da pesca vicini. Di più esso aveva anche la sua slitta, che però era ridotta in frantumi. La faccia nera era già mezza mangiata dai corvi o dai lupi, come disse Johnsen, al quale parve aver veduto delle impronte di questi animali ...
Non appena si seppe a bordo la cosa, nacque l'idea di impadronirsi del cadavere per averne lo scheletro.
Parmi cosa un po' arrischiata. Profanare quanto presso di un popolo v'ha di più sacro: le tombe. Capisco che si è spinti dall'amor della scienza, ma la scienza non deve scompagnarsi dalla giustizia.
Un Natale tra i ghiacci
La temperatura divenne sempre più rigida e la vigilia di Natale il termometro scese al disotto dei 37º. Ciò non impedì, però, di festeggiare solennemente il più fausto giorno del mondo cristiano.
La corvetta fu cambiata in una vasta e magnifica sala, nel cui mezzo s'innalzava l'albero di Natale, formato da arbusti che con grandi stenti i marinai erano andati a raccogliere qualche miglio a sud di Pitlekaj. I rami dell'albero si curvavano sotto il peso dei numerosi regali di cui, grazie alla previdenza e alla cortesia di alcuni amici della spedizione, la Vega era stata provveduta. La piacevole serata finì con una contraddanza popolare svedese e con evviva alla Svezia, alla Danimarca, all'Italia e ai generosi promotori dell'impresa!
Per i primi tre mesi i venti avevano spirato quasi costantemente dal nord; solo il 30 dicembre si scatenò, per la prima volta, una violenta tempesta dal sud. La forza di essa fu spaventosa, ma, per fortuna, ebbe breve durata.
Per il Capodanno del 1879, Bove, che si era spinto nell'interno, architettò uno scherzo ai danni del professor Nordenskiòld. Confezionò un telegramma in cui gli faceva i migliori auguri per l'anno che veniva, e affidò a un indigeno non conosciuto dai marinai della "Vega" il compito di consegnarlo al professore. Per quanto l'esistenza di un servizio di telegrafia elettrica in Siberia fosse a quei tempi assolutamente inverosimile, Nordenskiòld, preso alla sprovvista, lesse il documento per ben due volte, prima di accorgersi dello scherzo.
Trascorsi anche i primi mesi invernali del 1879, quando si incominciava a sperare in un prossimo avvicendamento della stagione meno rigida, l'arpioniere Johnson e Giacomo Bove partirono per il villaggio di cukci, con lo scopo di approfondire le loro conoscenze. Presero con sé l'indigeno Notti come guida, una slitta e quattro giorni di viveri.
Partirono verso l'entroterra, mentre alle loro spalle il vento e la corrente rompevano il ghiaccio marino in immensi cavalloni, alcuni dei quali, spinti dai venti, montavano sulla costa come ventagli frastagliati. I tre corsero sulla slitta per otto o nove miglia, costeggiando costruzioni fantastiche di cristalli di ghiaccio solidificatisi attorno a ossa di balena e d'altri animali marini. Su di uno di questi rialzi, chiamato dagli indigeni Veikantinhopp, a Giacomo sembrò di ravvisare antiche abitazioni abbandonate. Alla sera, non appena alzata la tenda, si avvolsero nelle loro pellicce e si gettarono sul suolo umido, dove crollarono in un sonno profondissimo e tranquillo. Al mattino, il cielo era di una purezza sorprendente e il sole, che si era già alzato di qualche grado, e aveva segnato la sua corsa discendente, colorava di un bellissimo rosa il Monte della Tavola e mandava sprazzi di luce azzurrina alle lontane ghiacciaie. Attorno a loro pascolavano le renne: la neve tutto intorno crepitava, i ruscelletti cominciavano a far sentire la loro voce e le vallette erbose emergevano dalla neve. - Che cosa ne diresti di un arrosto in mezzo al pack? -, domandò Giacomo, mostrando le quattro cosce di renna che aveva barattato con una scatola di zolfanelli.
- Se riesci a trovare qualcosa che possa bruciare per accendere il fuoco... -, ribattè l'arpioniere Johnson.
Dopo mezz'ora di ricerche, Giacomo scelse di bruciare la cassa che conteneva i loro viveri. Detto fatto. In breve, si diffuse tutto intorno un irresistibile profumo di carne arrosto.

(Scelta dei testi a cura di Giulo Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 15 aprile 2007

 

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