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Il leggendario Guglielmo Caccia e i furti di Montabone

 
Acqui Terme. A dir la verità un modo per celebrare la Giornata del FAI c'è anche per il giornale. Ricordando qualche ispirata "penna artistica".
Tale era quella di Carlo Chiaborelli che (per la verità è poco più di un sospetto, non suffragato da prove documentarie) si potrebbe celare sotto quella "ipsilon" puntata che il "Giornale d'Acqui" (numero del 25 giugno 1932) riporta come sigla a firma di un trafiletto dedicato a Massimo d'Azeglio "villeggiante acquese" e ai suoi tour artistici.
D'Azeglio e il Moncalvo
"Egli soleva venire in Acqui per la cura [termale] e si rallegrava in apprendere che la popolazione era affezionata alla Casa di Savoia e al Governo...". Ma "amava il grande Uomo" - romanziere, deputato e senatore, ufficiale del Regio Esercito, ... e pittore paesaggista - fare gite nei Comuni della Provincia [d'Acqui, ovviamente] e molto prima del 1848 era stato più volte sopra il luogo per studiare il posto della Battaglia di Mombaldone, vinta da Amadeo I, soggetto del capolavoro del d'Azeglio che si ammira nel Palazzo Reale di Torino".
Si recò pure a Montabone ad ammirare il quadro del celebre Caccia Moncalvo che era nell'oratorio della Confraternita; voleva farne acquisto per la Regia Pinacoteca di Torino; offrì dieci mila lire con obbligo di fare levare del capolavoro una copia di un pittore da scegliersi dalla confraternita; il parroco avrebbe accettato il partito, ma i confratelli non ne vollero sapere [forse ricordando il caso di uno stendardo dipinto dal Caccia, della cui sparizione fu accusato un parroco di inizio Settecento].
Dopo qualche anno la preziosa tavola fu rubata [si tratta del quadro dell'Annunciazione, trafugato nella notte del 16 e 17 maggio 1909: fu il Chiaborelli a denunciare la sparizione sulla "Rivista di Storia Arte e Archeologia della provincia di Alessandria", nel numero di luglio - settembre stesso anno] ad opera di ignoti, e chi ha avuto ha avuto...

La fortuna critica

Del resto non è certo facile reperire, nelle relazioni dei nostri parroci "di campagna" le parole con cui Giovanni Battista Gatti, parroco di S. Antonio in Montabone sul finire del sec. XVIII, saluta il conterraneo pittore, cui va il plauso incondizionato "per la grandiosità della maniera, per quell'anima che ha saputo infondere nelle figure, per la soavità e armonia nel colorire, per quella insomma facilità e morbidezza di pennello", tanto che riescon scomodi i paragoni con Correggio, Tiziano e Raffaello, tanta è la tempra del Nostro.

Due leggende.
Agiografia d'artista

Ma sempre sul "Giornale d'Acqui" del 1932 (numero del 23 aprile) "il Moncalvo" era stato oggetto dell'attenzione di Riccardo Scaglia, un altro alessandrino "dimenticato", ma poligrafo di un certo interesse.
Fu lui il curatore, nel 1939, di un catalogo approntato per una mostra torinese dedicata all'opera di Pellizza da Volpedo; l'anno dopo, con Arturo Mensi, allestì la Mostra degli artisti alessandrini dell'Ottocento ordinata nella Pinacoteca civica di Alessandria; ma di lui si ricordano molteplici pubblicazioni artistiche a cominciare dalla data del 1924; fu probabilmente valente conferenziere, tanto da partecipare a Trieste, da poco italiana, alle attività dell'università popolare.
È lo Scaglia, nella rubrica dal titolo "Itinerari monferrini", a prendere in esame Le due patrie del "Moncalvo".
Quasi un bisticcio, dal momento che subito veniva citata "quella grossa ridente borgata che fu temporaneamente residenza dei marchesi del Monferrato - Moncalvo, appunto - a mezza strada tra Casale ed Asti".
Ben presto però l'articolista proponeva "un salto a Montabone, che si trova nell'ex circondario di Acqui, a sei chilometri da questa Città".
Ricordati i natali del Caccia (1585), e anche l'attività pittorica delle di lui figlie [Francesca e Orsola Maddalena, che entrambe fecero professione religiosa], l'articolista riporta due leggende.
La prima tradizione vuole "che il giovane Caccia sia fuggito dal paese natale dopo essersi macchiato di un delitto di sangue: ma codesta tradizione appare fantastica. Se reo egli fosse stato - si domanda un suo biografo - come poteva, sui vent'anni, sposarsi a Casale, e poco dopo abitare tranquillamente in Moncalvo, nel cuore di quello stesso Marchesato a cui apparteneva anche Montabone?
Secondo un'altra leggenda, ancora viva nel Monferrato, al giovanetto Guglielmo venne affidata dai genitori la cura di condurre gli armenti al pascolo. Ma il pastorello era assai negligente, e invece di badare agli armenti andava disegnando sui lastroni tutto ciò che maggiormente colpiva la sua attenzione. Suppergiù come Giotto, insomma. E anch'egli non tardò a trovare il suo Cimabue.
Il pastorello, per la sua negligenza riceveva spesso dai genitori rimproveri e punizioni, sicché decise di fuggire dalla casa paterna. Si diresse un bel giorno verso il vicino paese di Monastero Bormida, e capitò quivi mentre un pittore stava dipingendo le cappellette della Via Crucis che si trovano lungo la strada.
Il piccolo Guglielmo si fermò a contemplare l'opera che il pittore andava compiendo e così evidente era la gioia dei suoi occhi che il pittore l'interrogò, apprendendo la ragione della sua fuga da casa.
Il pittore invitò il giovanetto a fare lì per lì un disegno: e rimase poi colpito nel vedervi i segni di una straordinaria attitudine all'arte. Senz'altro prese il pastorello, impartendogli le prime lezioni di pittura; e quel giorno Guglielmo Caccia iniziò la sua ascesa verso la vetta della celebrità, fino a diventare caposcuola della pittura piemontese".

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 20 marzo 2005

 

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