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"Il clavicembalo ben... temperato"
di Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)

 
Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)
Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti) accorda un clavicembalo di sua costruzione.
Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)
Un particolare del clavicembalo.
Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)
Un clavicembalo di Andrea Cavigliotti a doppia tastiera.
Tabitha Maggiotto
Tabitha Maggiotto

Clavicembali che passione

Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)
Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti)
Acqui Terme. Palazzo Robellini come un conservatorio. O, ancor meglio, un museo della musica. E poi, naturalmente, i concerti (si veda articolo a fianco). Il merito questa volta è in gran parte di Luciano Andreotti (alias Andrea Cavigliotti), un liutaio che, trasferitosi nella nostra città da qualche anno, proveniente dalla Val di Susa, ha fatto del restauro e della "ricostruzione" di antichi cembali, spinette, clavicordi e salteri la sua principale occupazione. Ora, dopo il paziente esercizio di questa certosina abilità, una pausa di riflessione, in cui si colloca la mostra "Il clavicembalo ben... temperato" (solo sino al 22 maggio; da vedere assolutamente, orario feriale 16.30-19; festivo 10-12; 15-19).
Ma, in considerazione della passione mostrata, sabato 14 maggio, nel corso della conferenza pomeridiana (videoproiezione ed esempi musicali offerti al pubblico da Tabitha Maggiotto) in cui ha illustrato storie, aneddoti e segreti di queste scatole dei suoni, tanti amici lo invitano a riprendere l'antica arte. Che Andreotti ha praticato, con l'aiuto di Silvia Caviglia, di sicuro più da artista che da artigiano.

Una guida alla mostra
Quando la musica fa scuola

Poche persone, un ambiente raccolto e intimo, quasi familiare. Così comincia l'incontro con la musica antica a palazzo Robellini. All'inizio una dozzina di persone, tra cui anche il liutaio Garrone, l'assessore Roffredo e poi (in ritardo, ma giustificato, perché impegnato a Terzo, dove erano in pieno svolgimento le audizioni del Concorso pianistico baby - quello che si intitola "primi passi"), il M° Enrico Pesce.
Quando la gente entra in sala Luciano Andreotti sta ancora accordando gli strumenti; il pubblico ha tempo per visitare la mostra, avvicinarsi ai congegni, provare la consistenza delle tastiere, ammirare il disegno delle tarsie.
Una mostra didattica, ma soprattutto multidisciplinare (e non a caso molti sono gli studenti attesi dalle scuole; e una attenzione particolare dovranno prestare gli allievi della scuola di ebanisteria dell'ISA "Ottolenghi").
Si comincia con il binomio musica e arte: scorrono le immagini degli angeli musicanti del XV secolo, che imbracciano quel salterio da cui ragionevolmente si può pensare sia derivato il cembalo. Ma poi ecco le storie dal sapore neoclassico di Orfeo, Anfione, del duplice Parnaso, con Apollo e Marsia, le Muse vincitrici delle figlie del re Pierio; e poi le scene di caccia, i paesaggi inglesi che saranno di Barry Lindon, o le decorazioni in stile cineseria che rivelano l'altra faccia del settecento, quella che ama l'esotismo. (È un pomeriggio fatto per rovesciare i miti, come quello che afferma che il cembalo sia "monotono": a ciò pensano le varie esemplificazioni che Tabitha Maggiotto propone: sentimento e sensibilità possono convivere con queste tastiere, anche se non c'è la dinamica del pianoforte: è la vecchia storia - o meglio il pregiudizio - che equipara la musica barocca o settecentesca ad una esile, incerta, goffa fanciulla, e quella di un secolo dopo ad una florida e promettente giovinetta ormai avviata a diventar donna).
Il giovane Verdi, invece, ancora su uno strumento della famiglia dei cembali (una spinetta poligonale per la precisione) si esercitava nel 1820; e nelle canoniche delle parrocchie dei nostri paesi sempre a queste date, era su tali "attrezzi per musica" che i curati offrivano i primi rudimenti ai giovani allievi che prima o poi avrebbero avviato al suono degli organi. Arte e musica strettamente unite: e basterebbe ricordare Farinelli possessore di un cembalo dipinto da Gaspard Poussin, e poi un olio del Bronzino, all'Ermitage, di forma poligonale, null'altro che un coperchio "staccato" da clavicembalo.

Les italiens

Anche Benvenuto Cellini, nella Vita, ricorda come il padre Giovanni facesse "gravicemboli i migliori e i più belli che allora si vedessino" [sic]. La scuola italiana, dunque, dei Bertolotti, dei Celestini, del veronese Portalupi, di Annibale e Ferrante Rossi milanesi, del Fabi bolognese e - chissà - forse anche dei fratelli Bellosio originari di Cassine (Giovanni Francesco, l'organaro, che aveva bottega a Morsasco, 1741-1820; e poi Anselmo, liutaio che operò, più o meno alle stesse date, a Venezia come ricorda Sergio Arditi nel suo saggio Organi, organari e organisti a Cassine nelle fonti archivistiche e nell'arte, cfr. ultimo numero del 2004 della "Rivista di storia, arte e archeologia per la provincia di Alessandria").
Un itinerario di esperimenti, di creatività che conduce a Bartolomeo Cristofori, lui al servizio di Ferdinando de' Medici e dunque artista a tutti gli effetti, che Scipione Maffei non mancherà di citare nel 1711 sul "Giornale dei Letterati d'Italia".
Non un caso: accompagnata dal cembalo passa un po' tutta la produzione lirica: arie da camera e spirituali, canzoni e madrigali in eco, lamenti e "carte amorose" inviate da speranzosi spasimanti, sino ad arrivare alla cantata da camera settecentesca. La poesia di Tasso, Ariosto, Petrarca, Rinuccini e una infinita serie di autori i cui endecasillabi e quinari si mischiano a ritardi, trilli insistiti e alle successioni arpeggiate che richiamano così da vicino il liuto.

Uno sguardo all'europa

Quanto alla storia, vero che il cembalo sia intimo di re e regine (ma Curt Sachs, rigettando l'etimologia che riconduce il virginale a strumento per fanciulle - deriverebbe da una più maschile virga che è da intendere "salterello, bacchetta" - reputa un errore farlo derivare dalla casta regina Elisabetta d'Inghilterra); vale però la pena di ricordare l'esempio di Hans Ruckers che, già a metà del XVI secolo, entrò nella Gilda (ovvero la corporazione dei costruttori, in questo caso musicali) di Anversa dando inizio ad una straordinaria tradizione, continuata da figli e nipoti.

Sentieri, suoni, arti di formica

Ed il bello è che, grazie alla rara qualità costruttiva, questi strumenti poterono sopportare tante modifiche e tanti "aggiornamenti" da far diventare Hans Ruckers una sorta di Archimede Pitagorico delle corde pizzicate.
Un premio, questo, che semmai dovrebbe andare a Nicola Vicentino (compositore e soprattutto teorico attivo in pieno secolo XVI) che trasformò il suo archicembalo in strumento di laboratorio. Il che ricorda quanto sia stretto il legame tra musica e matematica (e allora già che ci siamo spendiamo almeno il nome di Gioseffo Zarlino, un altro suo contemporaneo), e come le accordature possibili siano molteplici. Ci fu anche chi pensò bene di suddividere l'ottava non in dodici tasti, ma in trentadue, per poter rendere i quarti di tono che fecero la fortuna del genere enarmonico dell'antica Grecia, quello che Aristofane aveva paragonato ai "sentieri di formica".
E la metafora sembra valere anche per il cembalo.
Da un lato i suoni "sottili", quei granelli di musica, che sembrano venir fuori da minuscole biche. Dall'altro la laboriosa pazienza, applicata dall'artigiano, con cui la tavola di frassino si trasforma in una affascinante scatola musicale.
Certo, un cembalo si trova anche campionato su una tastiera digitale dell'ultimissima generazione.
Ma vuoi mettere il fascino di quei fragili suoni che ti prendon per mano?

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 22 maggio 2005

 

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