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8 settembre 1637 la battaglia di Mombaldone

 
Acqui Terme. Da una battaglia all'altra. Due settimane fa, a proposito di Guglielmo Caccia Moncalvo ammirato da Massimo d'Azeglio, ricordavamo la Battaglia di Mombaldone.
Dunque, eccoci all'8 settembre 1637, che sancisce l'ultima impresa di Vittorio Amedeo I (successore di Carlo Emanuele I di Savoia, sposo di Cristina di Francia, figlia di Enrico IV e sorella di Luigi XIII), che da lì a un mese concluderà la sua esistenza terrena.
Un altro 8 settembre, verrebbe da dire, rammentando l'armistizio e Cefalonia. Anche nel XVII secolo una diplomazia spericolata: con il Ducato sabaudo che, conclusa la guerra del Monferrato con i trattati di Ratisbona (1630) e Cherasco (1631), strinse segrete intese (trattato di Rivoli, 11 luglio 1635) con il nemico di ieri (la Francia) per combattere gli spagnoli un tempo alleati.
Dopo il vano assedio di Valenza e la sanguinosa battaglia di Tornavento (successo francopiemontese, ma bagnato nel sangue, alla fine ugualmente infruttuoso), nel 1637 a Mombaldone, il successo arrise alle armi di Vittorio Amedeo (mentre Acqui e Nizza, possesso dei Duchi di Mantova erano saldamente presidiate dagli spagnoli).
Ma lasciamo che uno storico-divulgatore acquese con i fiocchi, Giacinto Lavezzari (Storia d'Acqui, Elia Levi Editore, 1878) ci racconti la storia.
"Vittorio Amedeo, ricevuto dalla Francia un rinforzo considerevole, entrò nelle Langhe, si impadronì di Cairo e di Millesimo, e, minacciando il Finale, luogo di importanza somma per la Spagna, se n'andò a stringere Rocca d'Arazzo. L'ardimento di quelle mosse sgomentò gli Spagnuoli, i quali, risalendo il corso della Bormida, affrontarono coraggiosamente l'avanguardia piemontese a Mombaldone. Vittorio Amedeo, abbandonata di botto Rocca d'Arazzo, s'azzuffò quivi colle genti di Leganes, e diede loro una rotta così compiuta, da forzarle a ripiegarsi sopra Alessandria nel massimo disordine, lasciando sul terreno il bagaglio e le artiglierie. La vittoria del giorno 8 d'agosto [sic] 1637, dice uno storico, tornò a somma lode del duca di Savoia, i cui soldati erano in numero assai minore di quello degli avversari: di fatto, il duca di Richelieu, scrivendo al cardinale Lavalette onde renderlo informato di quel fatto glorioso, gli annunziava per l'appunto che il duce piemontese, con soli cinque mila cinquecento prodi, aveva disfatto settemila fanti e mille cinquecento cavalli al nemico. Attualmente in Mombaldone non si rinvengono altre tracce di quella fazione, tranne alcune palle di vario calibro incastrate nel muro di quel camposanto. Ma quel grande patriota, che fu il Massimo d'Azeglio, ha voluto mandarne la memoria ai posteri, riproducendola in una stupenda tela che, se non erriamo, orna oggi le pareti della reggia di Torino".
Ecco che il cerchio si chiude nel nome del pittore che fu anche politico, che abbiamo ricordato nello passato numero, ospite delle Terme, ma poi anche ..."escursionista" e ammiratore della produzione della bottega "familiare" di Guglielmo Caccia Moncalvo.
Massimo D'Azeglio era "un habitué delle nostre terme e dei nostri dintorni" dicono a più riprese gli acquesi (Cfr. "Giornale d'Acqui" 18 giugno 1931).
Ma c'è anche dell'altro. Testimonianze epistolari (cfr. Archivio fotografico del "L'Ancora", che si deve alla pazienza di Mario Cavanna, infaticabile cacciatore d'immagini) attestano in modo inequivocabile gli ottimi rapporti tra la Comunità israelitica acquese e Massimo D'Azeglio. Una missiva nel 20 gennaio 1848, su carta intestata della Commissione particolare israelitica d'Acqui, firmata dal membro anziano Donato Ottolenghi, e destinata ai membri dell'organismo, attesta "il gradimento" da parte del D'Azeglio di un "indirizzo fattogli in nome delle Università componenti la circoscrizione", ricambiato con una compiacentissima lettera di ritorno.

Ma torniamo a Mombaldone.

Quali furon gli effetti, in Acqui, di un conflitto tanto vicino? "I soliti", verrebbe da dire, a conferma che la storia ami ripetersi con straordinaria coerenza.
"Pria di por fine a questa parte della nostra narrazione - conclude Lavezzari - dobbiamo ancora rammentare che nell'anno successivo (1638), certamente a cagione de' grandi patimenti causati ai popoli da quelle continue guerre, riapparve il morbo letale dell'anno precedente [la peste], e menò tanta strage che, giusta quanto affermano i cronachisti, e come risulta da una relazione consulare al principe, dal censimento fatto nel 1643 si poté riconoscere che la popolazione acquese si trovava ridotta alle miserrime proporzioni di cento capi di casa".
E il riferimento a Manzoni e al suo romanzo risulta esser duplice: non solo per i capitoli che descrivon gli eventi diplomatici e, poi, bellici relativi alla guerra per la successione del ducato di Mantova, ma perché Francesco Gonin, nel 1840, proprio mentre lavorava ai disegni per le xilografie dei Promessi Sposi dipingeva per l'inquieto e titubante Carlo Alberto un quadro che non riuscì a confermare i favorevoli auspici. È Vittorio Amedeo I rompe l'oste [ovvero l'esercito nemico] spagnuola sotto Mombaldone (1637).
Niente a che fare con l'osteria della Luna Piena. Ma chissà che Renzo proprio con un dolcetto acquese non si sia ubriacato.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 3 aprile 2005

 

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