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L'otto settembre a Mombaldone

 
Battaglia di Mombaldone - 8 settembre 1637Mombaldone. Da una battaglia all'altra. Nelle prime pagine di questo numero un frammento acquese sperso nel mare di Trafalgar. Ora un nuovo richiamo alla battaglia di Mombaldone, alla quale, per la verità, c'eravamo interessati, nella primavera del 2005, con due articoli che "accompagnavano" la giornata del FAI.
Dapprima il ricordo di Massimo d'Azeglio "villeggiante acquese", e dei suoi tour artistici che lo portarono ad ammirare Guglielmo Caccia Moncalvo, i quadri di Montabone sua patria, e a studiare il posto della Battaglia di Mombaldone, puntualmente reso con un celebre olio (cfr. "L'Ancora" del 20 marzo 2005). Due settimane dopo (L'Ancora" del 3 aprile 2005) un nuovo contributo dedicato alla battaglia che vide protagonista Vittorio Amedeo, immortalata questa volta dal Gonin, e dalle penne di Giacinto Lavezzari e di Goffredo Casalis.
(Entrambi gli articoli, che attingono, in parte, alla preziosissima fonte del poligrafo acquese Carlo Chiaborelli, sono disponibili gratuitamente, da questa settimana, sul nostro sito l'ancora.com, nell'archivio delle monografie).
Ora, in concomitanza con le barocche (e non solo) battaglie musicali di Mombaldone (gli otto concerti in programma dal 25 agosto al 2 settembre) proponiamo ai nostri lettori un'ulteriore deriva figurativa che ci porta a Savigliano. Presso il salone d'onore (o aula regia) di Palazzo Taffini d'Acceglio (ideato senz'altro in ambito ducale: il progettista potrebbe essere forse Carlo di Castellamonte, forse Ercole Negri di Sanfront, a Savigliano anche governatore della città; i due corpi di fabbrica sono oggi proprietà della locale Cassa di Risparmio), in cui Giovanni Antonio Molineri (questo il riferimento tradizionale, ma da scartare dal momento che la sua morte si colloca nel 1631) o più probabilmente una eccellente squadra di frescanti guidata da Jean Claret e Giovenale Boetto, immortalò alcune delle più splendide imprese dell'epopea sabauda. Ecco allora le scene dell'espugnazione del Castello di Crevacuore (27-30 gennaio 1617), l'assedio di Verrua, la conquista della pieve, la battaglia di Bistagno del 1625, la battaglia di Tornavento del 22 giugno 1636, e poi la battaglia di Mombaldone dell'otto settembre 1637. La nostra battaglia, che 1998 sollecitò il comune astigiano a condurre una campagna per l'esplorazione dell'area, tramite metal detector, allo scopo di realizzare un museo.

Armi, emblemi e pennelli, strategie del potere sabaudo

Ma prima di addentrarci dentro il romanzo che il quadro descrive, vale la pena ragionare sulle strategie adottate dai sovrani piemontesi tra XVI e XVII secolo per propagandare un'idea di potere che all'arte viene demandata, e che è indispensabile strumento per la "penetrazione" nella penisola dopo che la vecchia capitale Chambery è stata abbandonata in favore di Torino. Monete, motti, emblemi, sculture celebrative, feste musicali, lo spiccato mecenatismo, ma anche immagini "forti" come il ritratto e la battaglia sono funzionali alla strategia di propaganda. E allora non stupisce che questi due ultimi soggetti trovino ospitalità non solo al Castello del Valentino, presso il palazzo di Venaria Reale, ma anche in provincia, a Savigliano, dove negli affreschi "il gesto del Principe esce allo scoperto con una carica individuale e i destrieri del drappello di comando si riconoscono nei primi piani decisi" (così Andreina Griseri, in "Piemonte Vivo" n.4 del 1990, nel suo saggio, pp. 12-25).
Nella prima metà degli anni anni Quaranta, la squadra di artisti poteva mettere a frutto non solo le acquisizioni maturate viaggiando nella penisola, ma cogliere l'esempio di una delle corti tra le più splendide d'Europa, quella di Spagna. Anche in Piemonte gli ambasciatori e gli agenti diplomatici avevano riportato notizia del Salòn de los Reynos, nel Palazzo del Buen Retiro di Madrid, dove altri "episodios de campamiento y de lucha" erano stati celebrati dal pennello di Calderon e da Quevedo, cari alla principessa di Carignano Maria Borbone Soissons, moglie e di Tommaso di Savoia (1595-1656), fratello di Vittorio Amedeo.
E allora, forse sotto il probabile impulso di Tommaso di Savoia (tra l'altro amico di Rubens e Van Dyck) per mantenere la Casa nel suo intero antico splendore, era nato il salone istoriato di Savigliano, città che Carlo Emanuele I "il grande" aveva scelto come sua ultima dimora, nella casa dei nobili Taffini d'Acceglio, introdotti a corte fin dai tempi della prima guerra del Monferrato, e ora gratificati da incarichi militari (ecco "le armi del principe" del saggio di Einaudi di Walter Barberis).

Mombaldone e gli spagnoli

Ma è meglio non divagare. E, allora, sembra opportuno sottolineare come l'affresco sia confezionato per sembrare un prezioso arazzo (esibisce, infatti, gli angoli dei panni sollevati in corrispondenza delle porte d'accesso della sala) che in cornice offre un campionario di nodi sabaudi, drappi e pezzi d'armatura in cui si riconosce la mano del Boetto. Nell'immagine che si riferisce alla battaglia di Mombaldone, che si svolge ai piedi del paese, ben più grande di quello attuale, gli spagnoli sono già in fuga, incalzati dalle armi sabaude, guidate da un temerario Vittorio Amedeo che, su un bianco destriero, incita i suoi. Le armi bianche sono protagoniste, e sembrano che abbiano già svolto una consistente parte dell'opera loro (sul terreno giacciono animali feriti e cadaveri dei combattenti), ma in secondo piano si scorgono le armi da fuoco, con un servente piemontese impegnato a caricare la bocca dello strumento. Più in là la Bormida è testimone dello scontro, e sulla sua destra ecco elevarsi le torri del paese.
Le masse armate del principe, che marciano compatte, sembrano aver capito che i colori della vittoria arridono loro, guidate da un condottiero che sfoggia il migliore guardaroba (come testimoniato dagli inventari di corte che contano panni pregiati e damaschi, velluti di Venezia, tabi, cioè sete pesanti nell'antico nome, in argento, vestiti color d'opale, di cannella, di grigio castoro che ricorrono puntuali nei ritratti equestri di Savigliano). Le armi, dunque. Ma anche il paesaggio, la cui pace sembra appena turbata dalla battaglia. Le vette delle colline, il verde intenso dei boschi, lo scorrere nei meandri del fiume contribuiscono alla creazione dell'ossimoro tanto caro al Seicento "sudicio e sfarzoso". Solo che qui il quadro canta la magnificenza di un paesaggio, che per fortuna, è giunto intatto sino a noi.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 27 agosto 2006

 

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