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Per ricostruire il Monferrato

 

Le giornate di studio promosse
dalla Comunità Montana "Suol d'Aleramo"

Il Monferrato nel 1590Acqui Terme. La sorpresa. Il ritrovarsi in una terra non solo ricca di storia, ma anche generosa. La natura che incanta. Le risorse turistiche ed enogastronomiche che si combinano con interessanti fermenti culturali.
Queste le impressioni che si potevano cogliere nelle parole - nelle osservazioni, ma anche delle domande - di Ofelia Rey Castelao (Università di Santiago di Compostela), Isabel Moll (Università di Palma di Maiorca), di Jean Paul Desaive e di Antoinette Fauve-Chamoux (entrambi attivi all'interno del prestigioso Centro de Recherches Historiques dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi), Marie-Pierre Arrizabalaga (Università di Cergy-Pontoise), attori primi delle giornate di studio promosse dalla Comunità Montana "Suol d'Aleramo" nei giorni 26 - 30 ottobre.
Il titolo scelto per gli incontri - Alle radici dell'affinità - risulta essere straordinariamente polisemico. Questa comunanza o "brassage", questa compenetrazione culturale riguarda, infatti, non solo i rapporti franco - ispano - italiani, ma deve essere rintracciata tra gli stessi paesi di un Monferrato che dalla media età moderna è diventato polvere. Non solo diviso. Frantumato. Spaccato. E da allora sempre più dimentico del proprio antico passato unitario.

Monferrato: dal mito alla realtà

Tenutesi ad Acqui, presso l'Hotel Ariston, e poi sul territorio (tra gli archivi e le biblioteche, tra i vicoli del centro storico, nella cattedrale, nei paesi, tra Cassine e Ponti, alla scoperta delle opere d'arte, per conoscere un campione delle realtà locali significative, ma anche dello spettacolo degli scorci autunnali), le giornate di studio hanno contribuito a restituire il Monferrato alla realtà.
Dai docenti ospiti la conferma che sì, l'immagine di questo lembo di terra, stretto tra fiumi e colline, è viva in Francia e in Spagna, ma principalmente nei suoi aspetti mitici.
Il Monferrato, insomma, come Samarcanda. Una sorta di "non - luogo". Il Monferrato: un nome che è parte dell'immaginario collettivo, ma dai contorni quanto mai sfumati, imprecisi, persi nel tempo, altamente irreali.
Sarà, forse, che strana è la forma, a clessidra, con confini frastagliati e incerti, di questo Stato, con quelle due capitali - Acqui e Casale, una a sud e l'altra a nord del Tanaro - e poi "l'incomodo" di Alessandria che in questa storia proprio non c'entra, ma che poi si è presa, al pari di Asti, il titolo di capoluogo di provincia. E il quadro si completa poi, vicino a noi, con Alba, monferrina per una parte della sua storia, poi separata dal 1631, e oggi con Cuneo; e con Trino, per un periodo continuamente oscillante tra "dentro" e "fuori".
Terra segnata da tanti poteri forti (diocesi e comuni, feudi e impero) che ne fanno una pelle di leopardo, la storia del Monferrato una volta divenuto territorio sabaudo, è quella - non a caso - di uno smembramento, che va visto nell'ottica di un vero e proprio instrumentum regni, di un divide et impera di latina memoria.
Ecco perché il Monferrato, oggi, non è la Catalogna.
Ben venga, allora, questa "riscoperta" dall'esterno che rimanda prima ai secoli delle corti aleramica e paleologa, al governo dei Gonzaga, e poi ai tempi della dominazione spagnola in Italia. Che attinge alle fonti della letteratura - e qui il riferimento a Manzoni è d'obbligo - e alle dinamiche della storia d'Europa tra XV e XVIII secolo.

Alla ricerca di una identità

Il Monferrato, in quanto Stato omogeneo (nonostante tutto) - con strutture politiche, storia, economia, lingua, comportamenti propri - è oggetto di rinnovato interesse soprattutto da parte dei suoi abitanti.
"Acqui e il suo circondario -per Lucia Carle, antropologa attiva a Parigi e a Firenze, ma originaria dell'Alta Langa, che ha presieduto le sessioni di studio in oggetto - costituiscono un insieme compatto.
Qui, negli ultimi anni, il recupero dei centri storici e delle varie emergenze architettoniche è andato di pari passo con la dichiarata urgenza di valorizzare l'antica vocazione termale, le dimensioni cittadine dimenticate o mai conosciute. Ciò si è tradotto, ad esempio, in una rinnovata attenzione agli arredi dei negozi e dei locali pubblici, ma anche in un forte impulso culturale.
I libri dei paesi, quelli del Millenario, le nuove riviste, il servizio di storici settimanali che hanno colto il vento nuovo, le occasioni di pubblici dibattiti e scambi d'opinione a vari livelli sono stati vissuti - a mio parere, continua Lucia Carle - come una vera e propria necessità collettiva".
Su questa si innesteranno i progetti futuri, che - non è difficile immaginarlo - confluiranno in nuove riunioni scientifiche, in ulteriori studi internazionali e in convegni, ma che poi dovranno declinarsi in operatività concrete.
Legami antichi come legittimazione della vocazione, oggi, di questo territorio all'apertura verso paesi stranieri. Un'idea di cui sentiremo, nel prossimo futuro, spesso parlare.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 13 novembre 2005

 

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