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Verso un Museo del Monferrato

  Di tutti i romanzi, quello della cartografia sembrerebbe il meno avvincente. Che emozione può dare una carta militare, un catasto, una planimetria, un intrico di sentieri di formica? Neppure più a scuola (almeno alle Superiori, e questo in molti istituti) la geografia non la si studia più. Invece, dovendo "seminare il Monferrato", ovvero dovendo andare alla ricerca di una identità per il territorio, da inchiostri manoscritti o impressi dai torchi che simulano fiumi e colli, da note provenienti dalle carte d'archivio (anche estratte dai "granai" della memoria cittadina, facenti capo al Vescovado e al Comune, recentemente riordinati e fruibili) è cominciata una stimolante indagine. Che discopre esiti affascinanti.
Con la complicità di Alice Blyte Raviola (Università di Torino), che al Monferrato gonzaghesco - non solo Casale, ma anche Acqui, Nizza, Alba - ha dedicato la sua tesi di dottorato, confluita nelle prestigiose edizioni dell'editore Olschki di Firenze (avremo modo di tornarci nei prossimi numeri del giornale), i contributi del convegno Cartografia del Monferrato. Geografia, spazi interni e confini di un piccolo stato italiano tra Medioevo e Ottocento, svoltosi tra Acqui, Nizza e Casale dall'11 al 13 marzo sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica, non solo hanno rappresentato la premessa all'istituzione di un costituendo "museo del Monferrato". Ma essi hanno consentito di ragionare sulle tipicità culturali e sui concetti di identità, le une e gli altri fondamentali non solo per il mondo accademico, ma anche per quegli operatori che credono ad una regione (o una microregione, il Monferrato, appunto) vocata al turismo.
Ecco i motivi che stanno alla base di una tre giorni (promossa in prima battuta da Italia Nostra Onlus e Università di Torino e sostenuta da una molteplicità di soggetti istituzionali e non), che qui per prima cosa proveremo a riassumere nel suo complesso svolgimento.

Acqui e il Mons ferax: nomen omen

Dopo i saluti da parte del Sindaco Rapetti, degli assessori Icardi (Provincia) e Roffredo (Comune), presidente della sessione Lionello Archetti Maestri, è stata Alice Blyte Raviola a presentare un catalogo cartografico che, attingendo inizialmente alla Montisferrati Descriptio del 1527, non solo ha esibito le successive elaborazione di Iacopo Gastaldi (Venezia, vari esemplari tirati alla metà del XVI secolo), del Magini (Bologna, 1620), del Coronelli (Venezia, 1698) e di altri ancora, ma si è soffermata anche sugli elementi che verbalmente hanno descritto il luogo. Differenti le fonti (relazioni ufficiali degli ambasciatori veneti o spagnoli, o scritture personali), ma sostanzialmente concordi nell'approccio ad un territorio detto ferace, bellissimo, ricco ("atto a nutrir validissimi esserciti per molti mesi" come narra Vincenzo Tron, in una Relazione del 1564), equiparato alla Mesopotamia poiché racchiuso tra Po e Tanaro (così Vincenzo Contarini, in uno scritto vergato il 3 ottobre 1588). Per Acqui la più originale spiegazione dell'etimo è quella che fornisce Vincenzo De Conti su una carta ritrovata presso l'Archivio Storico Comunale di Casale Monferrato. "Questa dizione Acqui, ripartita in due voci - Ah qui - pare che misticamente intuoni all'orecchio d'ognuno il morale seguente concetto: Ah qui venite".
Su un piano politico amministrativo le carte settecentesche rivelano la storia di una integrazione difficile. Così nel 1782 la rappresentazione del molisano Giovanni Maria Galanti continua a identificare il Monferrato come "Stato nello Stato", quasi a denunciare la presenza di un "corpo estraneo" all'interno della giurisdizione sabauda (che addirittura da ottant'anni ha piena giurisdizione su queste terre: ma proprio il corpus delle Carte del Monferrato solo nel 1776 raggiunge Torino, oltretutto dopo aver fatto tappa a Vienna, e chissà dopo aver lasciato per strada quanti "pezzi").

Nel segno delle fonti

La prima giornata è destinata agli archivisti: manca Genova, ma sono presenti i contributi dell'Archivio di Stato di Torino (dott.ssa Cereia), Mantova (dott.ssa Daniela Ferrari) e Venezia (dott. Giovanni Caniato).
Il discorso spesso indulge sul lato tecnico (il filo rosso comune è quello dell'introduzione del digitale, delle sue straordinarie valenze scientifiche, con la "mosaicatura" che permette di definire i particolari nebulosi per la lente; delle nuove modalità di conservazione; su un versante parallelo il problema riguarda l'identificazione dei "giacimenti" monferrini sparsi tra chilometri di faldoni: in quali trovare le "nostre" fonti?). È bene però segnalare la sorpresa di straordinarie aperture storico romanzesche, quando, attingendo ad un volume manoscritto dell'Archivio Militare di Vincennes, Daniela Ferrari ha illustrato le vicende tardo secentesche della cittadella di Casale. Ridotte, gallerie, opere a corno, storia di episodi architettonici e di smantellamenti: una fabula a metà tra L'isola del giorno prima di Umberto Eco (che proprio nel 1630 a Casale si inaugura) e Il deserto dei tartari di Dino Buzzati (che colloca in un non luogo la sua Fortezza Bastiani).
Geografia definita e geografia indefinita: un po' come questo Monferrato mutevole e cangiante.

Territorio disegnato, dialetto e folklore

Orizzonti di ricerca originalissimi propone il prof. Diego Moreno (siamo a venerdì 12; moderatore della sessione è Carlo Varaldo) del Laboratorio di Storia e Archeologia ambientale dell'Università di Genova. Il tema è quello dell'ecologia applicata alla storia, a restituire il volto dei territori (in questo caso dell'appennino ligure piemontese: c'è gloria per Cassinelle, Cremolino e Carpeneto).
L'esame della Gran Carta degli Stati Sardi di terraferma, realizzata tra 1816 e 1860 dal Corpo Reale di Stato Maggiore, non solo permette di ricostruire la destinazioni del territorio (vigne, boschi, gerbidi, campi) ma di scoprire terre comuni destinate ad usi collettivi e regimentate da diritti consuetudinari, terreni ibridi (il "bosco pascolato", "il bosco campo"), e l'utilizzo di alberi "da foraggio" (non i gelsi, come capitava da noi, ma faggi capitozzati).
E mentre i moderni metodi di ricerca consentono di risalire, attraverso i carotaggi, alle colture "archeologiche" (e sino all'età del bronzo: su un territorio si rintraccia l'avena romana, sostituita secoli più tardi dalla segale; poi viene il granturco…), una attenta consultazione offre insospettati esiti etnologici. Con la carta che conserva i toponimi di origine dialettale (abbiamo appuntato rj dla taja per Cassinelle: ma sono migliaia nello spazio di due ettari) e che, per Carpeneto, rimanda a quei "boschi da donna" (sui cui solo per loro era possibile far legna, in modica quantità) che il folklorista Giuseppe Ferraro non mancava di registrare nei suoi studi pionieristici.
E chissà quali indicazioni metodologiche potrebbero venire dai cosiddetti Quadernetti di campagna, zeppi di schizzi, dati sulla vegetazione che gli ufficiali (in genere giovanissimi, ma anche i più preparati, cadetti delle principali famiglie sabaude) stilano, e che ora sono praticamente introvabili.
(Ancora romanzo: trabuccanti, estimatori, misuratori, ingegneri, ufficiali, agrimensori: viene voglia di rileggere Il castello di Kafka).

De strada (in)sicuriter tenenda

Confini interni ed esterni e questioni "di strada" (già introdotte da Diego Moreno con la oggi dimenticata transumanza: fiumi di bestiame, ma anche di letame, trasferimenti di fertilità) sono l'argomento dibattuto da Carlo Bertarelli e Cristina Giusso ("Charta" s.r.l.) che avviano il discorso sulle "microstorie". La civiltà fluviale sul Belbo a Nizza, con le contese tra i nobili Crova e Corvara, canali, dighe e altre opere per il controllo delle acque; poi è Angelo Torre a spostare il discorso sulla gestione dello spazio da parte degli Scarampi (come si riscuotono i pedaggi, come si evolvono le cause sui boschi, in cui non mancano apparati cerimoniali che, ancora una volta, rinviano alla tradizione folcloristica).
Con questo intervento si conclude la parte acquese del convegno, che prosegue nel pomeriggio a Nizza (presiede il Prof. Pierpaolo Merlin, Cagliari) presso l'aula consiliare del Municipio.
E noi, per motivi di spazio, non possiamo far altro che rimandare agli atti (la pubblicazione entro un anno) per una compita illustrazione dell'intervento di Renato Bordone, dell'Università del Piemonte Orientale, (la macrostoria del Marchesato dal XII e XIV secolo, prima con i vari Gugliemi, e poi con l'avvento signorile dei Paleologi), Davide Maffi, Università di Pavia (Il Monferrato con gli occhi di Madrid) e di Marco Battistoni e Sandro Lombardini, entrambi dell'ateneo torinese (la microstoria dei territori intorno a Cocconato: strade, cartografia e giurisdizione).
Lo avranno capito i lettori: è il Monferrato Alto, tra Bormida, Belbo e Orba, a "governare" lo spazio di questo sunto. Che non può rimanere insensibile alle tensioni (ne parla, in Casale, a Palazzo Gozani, Luca Giana dell'Università di Venezia) provocate in Ovada, nel 1661, dai Domenicani, che riusciranno ad organizzare una processione (contro il volere del parroco Gaspare Grandi) scortati dagli armigeri della Repubblica di Genova.
Una protezione "motivata" dalla natura dei possedimenti appartenenti al monastero, che corrono in una zona "di confine" (e il fatto coinvolge, manzonianamente, padri generali e vescovi, signori e popolo…).
Tensioni, intorno al 1675, anche tra Carcare e Cairo, con bande di briganti che assaltano la strada franca di Ferrania (su cui transita il sale, il petrolio del medioevo e della età moderna). Ma non è microcriminalità: tutto è funzionale ai "poteri interstiziali" (il Sindaco della Comunità di Cairo diviene mediatore addirittura svestendo il suo ruolo istituzionale), con gli organi periferici che riescono, talora, a non coinvolgere le grandi diplomazie.

Il Monferrato di Torino... e quello di Parigi

Su queste ultime - in particolare Sabauda e Genovese - si sofferma Paolo Palumbo (ateneo torinese) rilevando una sostanziale disparità degli apparati: da un lato un Ducato che diviene Regno, dall'altra un potere "invecchiato", che non riesce a coinvolgere i magnifici genovesi nella gestione dello Stato.
Ecco spiegato il temporeggiare della Repubblica, che quando i Savoia ricorreranno a massicce presenze militari di presidio ai confini (il problema sarà il contrabbando) non potranno disporre di analoghe controparti.
Si torna a parlare poi di "Stato nello Stato" con Paola Bianchi (sempre Torino): solo alla fine del Settecento, con un ritardo di quasi cento anni sul Nizzardo, inizia l'accatastamento del Monferrato, area particolarmente problematica in relazione a tributi dalle origini sfuggenti, agli estimi, alle alienazioni delle terre comuni, alle controversie con i signori del luogo (e una citazione merita proprio il Marchese Raggio in relazione con le vicende dell'area di S.Maria di Tiglieto).
Ma da qui a pochi anni, come riferisce Valeria Pansini (Università di Nantes), verranno i dipartimenti, i circondari e i cantoni (1801) dell'amministrazione imperiale napoleonica. Con i problemi della periferia (il sindaco è carica non retribuita, e perciò non è facile trovare nei piccoli paesi un maire - e un vice - oltretutto "alfabeti"; si moltiplicano episodi di concussione e di corresponsabilità nelle diserzioni) e, specie all'inizio, una visione completamente diversa, a Parigi, riguardo la suddivisione dello spazio, con il Ministero delle Finanze addirittura propenso alle linee rette, al rigidismo, e quello dell'Interno, preoccupato dall'ordine pubblico, più morbido, specie sul tema delle enclave.
Il risultato? Quello di un territorio piemontese che diviene il meglio amministrato (almeno fuori dalla Francia), con una rete capillare di interazioni (sindaco-prefetto- ministero) che rivaluta una esperienza liquidata (forse troppo presto) come fallimentare da certa storiografia.
Una sessione dedicata ai confini (entità aperte? chiuse? lo scaligero Gian Paolo Romagnani, che modera gli ultimi lavori, ricorda un progetto di rete universitario) suggella gli incontri di studio. Ma non la riscoperta del passato locale. Sabato 20 e domenica 21, con la giornata FAI, una nuova occasione per una concreta visita al "museo" monferrino.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 21 marzo 2004

 

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