L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Vesime, settembre '43 - aprile '45, "L'inferno sulle colline"

 
Partigiano garibaldino - Vesime
Un partigiano garibaldino sul ponte di Vesime.
Gianulein Roba - Vesime
Gianulein Roba, sindaco della liberazione di Vesime.
Ermanno Vitale
Ermanno Vitale, alessandrino, uno dei caduti a ponte Perletto.
Lysander - Vesime
Un Lysander alleato carica un ferito sull'aeropista di Vesime.
Balilla - Figlie della Lupa
Balilla e Figlie della Lupa, divise che diventano scomode.
Vesime. Il centro studi VISMA di Vesime ha allestito, dedicandola alla memoria del magg. Temple e del comandante Poli, la mostra: "Vesime, Settembre '43 - Aprile '45 - "L'inferno sulle colline"". Immagini della guerra degli alleati e delle formazioni partigiane in un paese della Valle Bormida.
La mostra, presso la sala VISMA, in via Alfieri 2, rimarrà allestita sino a domenica 1º maggio, con il seguente orario: sabato e festivi, ore 10-12, 15-17, (anche su appuntamento, tel. 0144 89079, e-mail: visma @ gmx . net).

"Il materiale proposto - spiega il curatore della mostra, il prof. Riccardo Brondolo - comprende: scene di vita di paese in quel difficile periodo, testimonianze varie (carte annonarie, buoni per pane ecc., immagini di partigiani (singoli e squadre, colti in momenti diversi, soprattutto di svago), di fascisti; e poi sequenze dell'attività sull'aeropista Excelsior, gentilmente concesse dal Imperial War Museum di Londra e, in prima assoluta, la trascrizione in sei cartelle delle testimonianze inedite del pilota del Mitchell B-25 atterrato e ripartito dalla pista di Vesime il 19 Novembre 1944, e del partigiano Giovanni Surano, trasportato ferito da un Dakota C-47 all'ospedale di Firenze il 2 Aprile 1945.
In tutto, un centinaio di immagini, per lo più inedite, e tante testimonianze di vario genere.
La mostra si propone, al di fuori di ogni retorica commemorativa, di fornire un quadro che, forzatamente limitato, dia tuttavia modo a chi non visse quel tempo né conobbe quelle atmosfere (e sono ormai i più) di partecipare in qualche modo ad un pezzo significativo della nostra storia. VISMA conferma e continua così, con assoluto scrupolo e imparzialità storici, al di fuori di ogni appartenenza ideologica, nel suo proposito istituzionale di informazione e testimonianza".

"L'inferno sulle colline"

"Era un inferno…il nemico proprio in quel frangente stava attaccando i partigiani che difendevano il perimetro del campo…il terreno era molto allentato a causa delle piogge ed io disperavo che il mio apparecchio ce la facesse a superare la collina a fondo pista…". Nude e crude, sono le parole del colonnello texano che, quella mattina di Novembre del 1944, aveva portato il bimotore Mitchell B-25 con le stelle bianche dell'aviazione americana sulla nostra pista d'atterraggio, sotto i Cavaré; e che ora tentava di portarlo via, carico di feriti, di ansia e di speranze. Speranze che pochi minuti dopo sarebbero diventate uno scoppio di gioia liberatorio: scriverà il tenente-pilota Giacomo Murgia, "patriota della libertà", salito a bordo con varie missioni da compiere nell'Italia libera: "…il carrello sfiorò la cima degli alberi. Quando fummo in quota, io andai a sistemarmi nel muso di plexiglass. Vidi presto il mare, le coste della Liguria, il cielo e le nuvole. Era il mio modo di essere libero, il ritorno a quello stato di libertà che avevo scelto per la mia vita…".

Non furono, quelli, i soli momenti spensierati di Giacomino; e, come per lui, ci furono momenti di evasione per i partigiani, per i fascisti, per la nostra gente in quegli anni: l'istinto di conservazione serba per tutti noi sorprese incredibili, e anche tra le angosce e le raffiche di mitra ci furono indugi spensierati e sereni (e molte delle foto che oggi proponiamo lo dimostrano); ma per chi non ebbe la ventura di trascorrerli come me, quello spazio e quel tempo favolosi, aprendoci su gli occhi stupefatti e ignari della prima infanzia; per i giovani, gli adulti e i vecchi al di qua della Linea Gotica quelli furono davvero anni di piombo. Con tutto il rispetto per le vittime dei nostri 'Settanta, quest'ultimo fu un periodo in cui a pagare, a sentirsi davvero coinvolto e oppresso fu un minimo scampolo del tessuto nazionale. L'efficacia di quell'espressione è assai più calzante, invece, per quei venti mesi in cui un plumbeo clima di incertezza, di paura e di terrore si insinuò tra i nostri padri, nelle loro giornate, nelle opere e nei pensieri che ne governavano il trascorrere: e la temperie del dopo 8 Settembre riguardò tutti, in città e in campagna, borghesi e militari, ricchi e poveri, presi come s'era in un giro feroce, in un'ingovernabile successione di eventi; alla quale, se certo non offrivano credibili uscite di vittoriosa sicurezza i bollettini radio della RSI, non erano neppure le Radio Londra e Monteceneri a garantire sicuri e felici esiti.

"Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie" ha scritto il poeta; e mai intuizione poetico-esistenziale coincise forse come in questo caso con la percezione universale, con un fenomeno sociale. La voce di Titta Arìsta aveva già martellato le orecchie dei radioascoltatori in quel giorno di Luglio, come un bubbolìo di tuono che s'avverte lontano ed incerto sotto un domo ancora sereno e pieno di sole: "Il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini"…; e la gente a chiedersi: e adesso? Poi le fredde certezze di Settembre, pur tra gli enigmi di Cassibile e gli ibis redibis non di Badoglio. Intanto, i greci ce le avevan suonate, dalla Russia non si tornava, e gli Alleati sbarcavano in Sicilia: il bagnasciuga diventava una barzelletta, ma nessuno aveva voglia di ridere. Son cose che avvertivano anche i bambini, piccoli com'ero io, leggendo nei visi mutati, nell'inquieto portamento dei grandi.
Poi le Bande Nere, le Muti, i partigiani, le raffiche delle fucilazioni, l'ombra degli Stuka radenti sul nostro capo e sull'acciottolato dello stradino di collina; e il mistero notturno di quelle corriere che non arrivavano; quei soldati con i calzoni corti che minacciavano di farmi fuori con un colpo di rivoltella se continuavo a fare il birichino, ammutolendomi per tre giorni; e, per contro, quei tedeschi dal volto rubizzo e cordiale: me ne avevano detto peste e corna, me li avevan definiti come depredatori e aguzzini, ed ora quei due mi tenevano in braccio, ridevano e si complimentavano con me del cipollone guasto che temevo mi avrebbero rubato, assieme agli altri giocattoli, e dicevano soprattutto che a Natale sarebbe stato tutto finito, e ognuno sarebbe tornato a casa. Seppi poi che erano soldati della Wehrmacht, e che all'indirizzo col numero di matricola che ci avevan lasciato mio padre indirizzò vanamente gli auguri natalizi.
S'aveva il negozio, una mesticheria, sulla piazzetta, proprio in faccia alle stanze che a turno fungevano da caserma fascista, comando partigiano e bivacco tedesco; quanto a sorde e grigie, quelle stanze lo erano davvero, ma a me disturbava soprattutto l'odore greve del rancio che ne usciva. Ripensando oggi, poi, alla delicatezza scabrosa di rapporti che per la mia famiglia quella situazione comportò, mi sovvengono le parole del Manzoni, a proposito del barcaiolo di Renzo, tenuto a "quell'imparzialità [imparzialità, si badi bene, che non è alibi morale o disimpegno ideologico], che è la dote ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert'uni, e soggetto a render conto a cert'altri": con l'aggravante che, nel caso nostro, la figura, la posizione della controparte mutava molto spesso.

I ricordi di un bimbo sono come il solco lasciato da un pick-up sulla superficie vergine di un disco: un giorno proverò forse a farvelo scorrere di nuovo, per veder cosa ne caverà, insieme a "Zonzo" e a "Vento". Oggi, preferisco che a parlare siano le immagini, queste cento immagini che ho ripescato qua e là: si va dalla festosità rusticana e artefatta della "Battaglia del grano", alla Topolino (ma Disney non doveva esser bandito, come tutto ciò che sapeva di civiltà demoplutocratica?) con i Figli della Lupa, ai patetici avanguardisti incerti tra la divisa premilitare e i calzoncini da partigiano. Ci sono gli abbracci dei partigiani alle ragazze del villaggio, quelle che prima magari non ci stavano, mentre ora, non sai se ammirate impaurite o ammaliate da quei mitra e da quelle bombe a mano, li assecondano sorridendo; ci son le foto ricordo, scattate da papà ai partigiani e a qualche miliziano: le stesse che tristemente finiranno talvolta, pochi mesi dopo, sulle lapidi poste a coprire pietosamente i buchi lasciati sul muro dalle raffiche del plotone d'esecuzione. E poi ci sono le foto delle squadre ("bande" eran quelle degli altri), pigiate sui camion coi parafanghi segnati dai proiettili nemici, o schierate in formazione, seduti e accosciati, come se si trattasse di una squadra di calcio. Ed erano proprio ragazzi, con tutta la generosità, l'incoscienza e talora la furia ribalda dei teenagers.

Foto dell'altra fazione ne ho trovate pochissime: il 25 aprile dev'esser stato una specie di Fahrenheit 451 per le testimonianze cartacee -e non solo- fasciste. Ma ci sono le carte annonarie e i buoni per il pane (che era quasi sempre pane nero): a qualcuno metteranno tanta malinconia, in tempo-oggi- di diete alla crusca e alle fette biscottate. Il pane, se c'era, allora lo si abbrustoliva sulla stufa, e ci si posava su un cucchiaino di marmellata acidula…
Non mancano, in questa breve rassegna che vuole evocare un clima, una Stimmung, più che descrivere o rivelare qualcosa, le testimonianze del nostro "aeroporto", il mitico Excelsior degli Alleati. E in questo spirito ci si è voluti soffermare soprattutto (dopo le due mostre che, sull'argomento, Visma ha prodotto nel 1997 e nel 2003, con le foto dell'Imperial War Museum di Londra) su due episodi particolari, che coinvolsero, da spettatori, i vesimesi tutti e la gente dei paesi vicini. Si tratta dell'atterraggio e della partenza di un B-25 Mitchell e di un Dakota C-47, avvenuti nel Novembre 1944 e nell'Aprile 1945.
I documenti che riguardano i due eventi sono scarsi e talora contraddittori, le testimonianze orali approssimative ed incerte, inesistenti le immagini. Abbiamo avuto però la fortuna di trovare due relazioni di prima mano: in un libro inglese, pubblicato nel '85, segnalatoci dal comandante Giancarlo Garello, lo studioso che più s'è occupato a tutt'oggi del nostro airfield, s'è trovata la relazione del pilota del B-25 (una stanga di texano alla ricerca del brivido e della sfida contro l'impossibile) atterrato e ripartito il 19 Novembre su questa pista proibitiva, che ancora non era stata allungata oltre i 900 metri, e con il muro della rupe dell'attuale Autoequip a fine corsa; e ho poi potuto raccogliere personalmente il racconto di Giovanni Surano, un partigiano ferito e, davvero provvidenzialmente, salvato dal volo del C-49, che il giorno di Pasquetta del '45 lo portò a Firenze, dove all'ospedale San Gallo gli curarono con la penicillina il polmone trapassato da un proiettile. Sulla base dei documenti raccolti e di ricognizioni in loco, s'è poi potuta ricostruire con certezza la traiettoria di volo al decollo, e la si è correlata di opportune evidenze fotografiche realizzate oggi sul terreno.

Ogni parola raccolta da un testimone del tempo (di quel tempo), ogni foto sbiadita ma leggibile che spunta dal sottofondo di un cassetto, ogni brandello di giornale o di memoria che ci giunge per imprevedibili, misteriose vie ci fa vincere una piccola battaglia, una sortita, una scaramuccia contro il mostro onnivoro, il tempo: la nostra speranza è però che con quei lacerti del passato si salvi, e sopravviva, la coscienza dei valori fondamentali che regolano, dall'antica Ellade in poi, la vita dell'Uomo; e la fiducia, persuasa e immutabile, che in quei valori sia valsa la pena di credere. A prescindere da quei due solenni impostori che R. Kipling individuava nella Vittoria e nella Sconfitta.

Riccardo Brondolo

Pubblicato su L'Ancora del 24 aprile 2005

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]