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Vesime, settembre '43 - aprile '45, "L'inferno sulle colline" |
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La mostra, presso la sala VISMA, in via Alfieri 2, rimarrà allestita sino a domenica 1º maggio, con il seguente orario: sabato e festivi, ore 10-12, 15-17, (anche su appuntamento, tel. 0144 89079, e-mail: visma @ gmx . net). "Il materiale proposto - spiega il curatore della mostra, il prof. Riccardo Brondolo - comprende: scene di vita di paese in quel difficile periodo, testimonianze varie (carte annonarie, buoni per pane ecc., immagini di partigiani (singoli e squadre, colti in momenti diversi, soprattutto di svago), di fascisti; e poi sequenze dell'attività sull'aeropista Excelsior, gentilmente concesse dal Imperial War Museum di Londra e, in prima assoluta, la trascrizione in sei cartelle delle testimonianze inedite del pilota del Mitchell B-25 atterrato e ripartito dalla pista di Vesime il 19 Novembre 1944, e del partigiano Giovanni Surano, trasportato ferito da un Dakota C-47 all'ospedale di Firenze il 2 Aprile 1945. "L'inferno sulle colline""Era un inferno il nemico proprio in quel frangente stava attaccando i partigiani che difendevano il perimetro del campo il terreno era molto allentato a causa delle piogge ed io disperavo che il mio apparecchio ce la facesse a superare la collina a fondo pista ". Nude e crude, sono le parole del colonnello texano che, quella mattina di Novembre del 1944, aveva portato il bimotore Mitchell B-25 con le stelle bianche dell'aviazione americana sulla nostra pista d'atterraggio, sotto i Cavaré; e che ora tentava di portarlo via, carico di feriti, di ansia e di speranze. Speranze che pochi minuti dopo sarebbero diventate uno scoppio di gioia liberatorio: scriverà il tenente-pilota Giacomo Murgia, "patriota della libertà", salito a bordo con varie missioni da compiere nell'Italia libera: " il carrello sfiorò la cima degli alberi. Quando fummo in quota, io andai a sistemarmi nel muso di plexiglass. Vidi presto il mare, le coste della Liguria, il cielo e le nuvole. Era il mio modo di essere libero, il ritorno a quello stato di libertà che avevo scelto per la mia vita ". Non furono, quelli, i soli momenti spensierati di Giacomino; e, come per lui, ci furono momenti di evasione per i partigiani, per i fascisti, per la nostra gente in quegli anni: l'istinto di conservazione serba per tutti noi sorprese incredibili, e anche tra le angosce e le raffiche di mitra ci furono indugi spensierati e sereni (e molte delle foto che oggi proponiamo lo dimostrano); ma per chi non ebbe la ventura di trascorrerli come me, quello spazio e quel tempo favolosi, aprendoci su gli occhi stupefatti e ignari della prima infanzia; per i giovani, gli adulti e i vecchi al di qua della Linea Gotica quelli furono davvero anni di piombo. Con tutto il rispetto per le vittime dei nostri 'Settanta, quest'ultimo fu un periodo in cui a pagare, a sentirsi davvero coinvolto e oppresso fu un minimo scampolo del tessuto nazionale. L'efficacia di quell'espressione è assai più calzante, invece, per quei venti mesi in cui un plumbeo clima di incertezza, di paura e di terrore si insinuò tra i nostri padri, nelle loro giornate, nelle opere e nei pensieri che ne governavano il trascorrere: e la temperie del dopo 8 Settembre riguardò tutti, in città e in campagna, borghesi e militari, ricchi e poveri, presi come s'era in un giro feroce, in un'ingovernabile successione di eventi; alla quale, se certo non offrivano credibili uscite di vittoriosa sicurezza i bollettini radio della RSI, non erano neppure le Radio Londra e Monteceneri a garantire sicuri e felici esiti. "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie" ha scritto il poeta; e mai intuizione poetico-esistenziale coincise forse come in questo caso con la percezione universale, con un fenomeno sociale. La voce di Titta Arìsta aveva già martellato le orecchie dei radioascoltatori in quel giorno di Luglio, come un bubbolìo di tuono che s'avverte lontano ed incerto sotto un domo ancora sereno e pieno di sole: "Il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini"
; e la gente a chiedersi: e adesso? Poi le fredde certezze di Settembre, pur tra gli enigmi di Cassibile e gli ibis redibis non di Badoglio. Intanto, i greci ce le avevan suonate, dalla Russia non si tornava, e gli Alleati sbarcavano in Sicilia: il bagnasciuga diventava una barzelletta, ma nessuno aveva voglia di ridere. Son cose che avvertivano anche i bambini, piccoli com'ero io, leggendo nei visi mutati, nell'inquieto portamento dei grandi. I ricordi di un bimbo sono come il solco lasciato da un pick-up sulla superficie vergine di un disco: un giorno proverò forse a farvelo scorrere di nuovo, per veder cosa ne caverà, insieme a "Zonzo" e a "Vento". Oggi, preferisco che a parlare siano le immagini, queste cento immagini che ho ripescato qua e là: si va dalla festosità rusticana e artefatta della "Battaglia del grano", alla Topolino (ma Disney non doveva esser bandito, come tutto ciò che sapeva di civiltà demoplutocratica?) con i Figli della Lupa, ai patetici avanguardisti incerti tra la divisa premilitare e i calzoncini da partigiano. Ci sono gli abbracci dei partigiani alle ragazze del villaggio, quelle che prima magari non ci stavano, mentre ora, non sai se ammirate impaurite o ammaliate da quei mitra e da quelle bombe a mano, li assecondano sorridendo; ci son le foto ricordo, scattate da papà ai partigiani e a qualche miliziano: le stesse che tristemente finiranno talvolta, pochi mesi dopo, sulle lapidi poste a coprire pietosamente i buchi lasciati sul muro dalle raffiche del plotone d'esecuzione. E poi ci sono le foto delle squadre ("bande" eran quelle degli altri), pigiate sui camion coi parafanghi segnati dai proiettili nemici, o schierate in formazione, seduti e accosciati, come se si trattasse di una squadra di calcio. Ed erano proprio ragazzi, con tutta la generosità, l'incoscienza e talora la furia ribalda dei teenagers. Foto dell'altra fazione ne ho trovate pochissime: il 25 aprile dev'esser stato una specie di Fahrenheit 451 per le testimonianze cartacee -e non solo- fasciste. Ma ci sono le carte annonarie e i buoni per il pane (che era quasi sempre pane nero): a qualcuno metteranno tanta malinconia, in tempo-oggi- di diete alla crusca e alle fette biscottate. Il pane, se c'era, allora lo si abbrustoliva sulla stufa, e ci si posava su un cucchiaino di marmellata acidula
Ogni parola raccolta da un testimone del tempo (di quel tempo), ogni foto sbiadita ma leggibile che spunta dal sottofondo di un cassetto, ogni brandello di giornale o di memoria che ci giunge per imprevedibili, misteriose vie ci fa vincere una piccola battaglia, una sortita, una scaramuccia contro il mostro onnivoro, il tempo: la nostra speranza è però che con quei lacerti del passato si salvi, e sopravviva, la coscienza dei valori fondamentali che regolano, dall'antica Ellade in poi, la vita dell'Uomo; e la fiducia, persuasa e immutabile, che in quei valori sia valsa la pena di credere. A prescindere da quei due solenni impostori che R. Kipling individuava nella Vittoria e nella Sconfitta. Riccardo Brondolo Pubblicato su L'Ancora del 24 aprile 2005 |
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