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Resistenza ieri e oggi dei reduci di Cefalonia

  Acqui Terme. La Commemorazione del 25 aprile 1945, giorno della Liberazione dell'Italia dal Nazifascismo, rappresenta una giornata di particolare commozione per un gruppo ancora numeroso - nonostante l'età ormai grande - di soldati italiani che nell'isola di Cefalonia, all'8 settembre '43, imbracciarono le armi contro i nemici e combatterono per la Patria, l'Onore militare, la Libertà.
Sono, questi soldati, i Reduci: come tanti compagni d'armi di stanza nell'isola, scelsero con coraggio la Resistenza piuttosto della resa incondizionata ai nemici tedeschi. Come traditori, tantissimi furono passati per le armi: i loro corpi bruciati, sepolti in fosse comuni, dissepolti e buttati in mare, lasciati insepolti nelle forre delle montagne dell'isola ionia.
Sono, questi soldati di allora, commossi per il riconoscimento, dovuto eppur tardivo, fatto già dal Presidente Pertini e di recente dal Presidente Ciampi per il valore dimostrato nella speciale Resistenza da loro sostenuta contro il nemico. Si sentono oggi ufficialmente appartenenti alla Resistenza, come uomini che allora combatterono la barbarie a rischio della vita.
Piangono, in questo giorno particolare di commemorazione e di celebrazione - come accade loro ogni volta che la mente ritorna a quei tempi e luoghi - i compagni che non ce l'hanno fatta a rivedere la casa dove la vita, prima della cartolina-precetto, era molto gioiosa.
Per onorare la memoria dei compagni massacrati, i reduci intervistati dagli studenti acquesi delle Scuole Superiori, impegnati da un anno nel progetto "Cefalonia" inteso al recupero delle memorie dei sopravvissuti, tramite compilazione di un questionario o anche durante incontri programmati, hanno accolto con fierezza l'invito a testimoniare la tragedia del settembre del '43, in quell'isola greca.
Delle preziose testimonianze - patrimonio inedito e ricchissimo di documentazione storico-memorialistica fornita da chi fu protagonista di quella lotta - proponiamo una recentissima, che appartiene al reduce di Cefalonia Angelo Scalvini, bresciano di Calcinato, autore del bel diario, tra cronaca e storia Prigioniero a Cefalonia. Diario 1943 -1945 (Milano, Mursia, 2001), una copia del quale è stata consegnata alle intervistatrici per essere donata alla Biblioteca Comunale di Acqui "Perché tutti possano leggerlo".

La testimonianza di un reduce

Pubblichiamo la testimonianza rilasciata da Angelo Scalvini, Calcinato (BS), 18 aprile 2006 alle prof.sse Luisa Rapetti e Luciana Reschia.

"Sono nato due volte: la prima il 15 maggio 1923; la seconda il 28 settembre '43.
La vita, prima dell'arrivo della cartolina - precetto, era molto gioiosa; la partenza fu per obbligo. Ero a Sami, nell'estate 1943: un battaglione di 600 uomini attendato nelle campagne.
Delle fucilazioni che i tedeschi fecero degli ufficiali italiani e delle crudeltà rivolte contro la truppa, ho avuto esperienza diretta ed un ricordo nettissimo. Un'immagine del valore degli italiani resta impressa nella mente: in marcia verso Sant'Eufemia durante il trasferimento ad Argostoli, improvvisamente mi sono trovato davanti quattro soldati. Erano inginocchiati, reclinata la testa su una spalla, davanti ad una mitragliatrice. Erano stati falciati dagli stukas tedeschi mentre disperatamente resistevano.
Degli scampati, so che Apollonio, in doppio ruolo, ne ha salvati parecchi, rientrati in Italia nel '44, ben prima di noi, che fummo imbarcati verso il continente e poi trasferiti nel Nord Europa e tornammo solo a guerra finita. Il rientro a Calcinato, dopo trentatré mesi di fame, freddo, malattie, lavori forzati, terrore, fu delusorio: i cittadini italiani smaniavano per i partigiani; anche il paese non sapeva né voleva sapere nulla di noi, di quanto avvenne a Cefalonia; furono momenti difficili di solitudine, di rivisitazione di ricordi, di lacerazioni segrete dell'animo, di nuovi timori. La mia seconda nascita avviene quando scampo al naufragio della nave che doveva portare i soldati italiani prigionieri dei tedeschi da Cefalonia ad Atene.
Ebbene, un mercantile corto ed alto si presenta a 40 metri dalla banchina del porto di Argostoli; lo si raggiunge con le barche: io a poppa, tra gli ultimi saliti, mi sistemo con quattro amici, vicino alla plancia. Un certo Ferdinando trova una pagnotta e si discute tra noi se mangiarla o no. Mentre la nave esce dal porto e supera le due punte (Lixuri e capo San Teodoro) sento un boato e penso contemporaneamente: Ci siamo! [ovvero, la nave è saltata su una mina]
Caos sulla nave, urlano e gridano: Mamma! Signore!
Io faccio la foto mentale di casa mia, in quel momento: mio padre e mia madre, - mia madre che non aveva dato la sua fede d'oro ai fascisti, che non aveva voluto chiudere la porta di casa alla mia partenza - sono, a quest'ora, sotto il portico dell'Oratorio! E penso: Io mi salvo! Devo salvarmi.
Lascio quel posto di grida, resisto e tolgo pantaloni e scarpe; con calma, a freddo, e sempre ragionando, torno a prendere il portafoglio e lo metto nell'elastico delle mutande. Vedo alcuni che faticano a mettere in mare una barca, grido: Cosa fate?, sento colpi di un fucile contro chi si è tuffato, vedo allargarsi una chiazza rossa a pelo d'acqua.
Vado via, cerco il salvagente tra i teloni, una guardia tedesca - i tedeschi mi chiamavano ironicamente inglese, per la mia proverbiale capacità di calma - mi viene dietro e io pianamente gli dico: Voglio salvarmi e lui di rimando: Non andiamo a picco!..
Vado a vedere l'elica, e mi accorgo subito che fuoriesce di tre quarti dall'acqua; mi giro e afferro una scialuppa arancione, la butto giù e mi viene l'ispirazione di farla girare verso la scaletta: io mi calo con la corda, scorticandomi le mani e vi salto dentro, gridando come pazzo: Sono salvo!
Altri vi si aggregano e cerchiamo di allontanarci dal mercantile velocemente, caricando compagni già in acqua e in affanno: siamo in tutto 18, due sopra, gli altri aggrappati.
Ormai fuori dal possibile risucchio del mercantile in affondamento, vediamo i due alberi pieni di uomini come formiche, altri sulla plancia perché non sanno nuotare. Sentiamo gridare ovunque: "Scignur, mama!" poi è solo silenzio, e scarpe e camicie, qualche documento tutto intorno.
Un idrovolante a bassa quota si avvicina, poi se ne va.
D'un tratto sentiamo gridare, forse a quattro metri da noi: Aiuto!; vediamo una mano alzata, ci avviciniamo in fretta e sentiamo ancora: Salvatemi!, sono padre di quattro figli!: ma l'acqua è a filo bocca dell'uomo, su e giù; quando siamo da lui, lui è sotto, scomparso, perso per sempre.
Accosta un caicco greco, io salgo per ultimo e crollo sfinito da fatica e terrore.
Ritrovo lì il mio amico calcinatese Enrico Ramondi, oggi deceduto. Ci fanno rientrare ad Argostoli e siamo chiusi prigionieri tutta notte, arsi dalla sete. Nessuno parla; buttati a terra, abbiamo tutti allucinati ricordi visivi in un sonno strano, innaturale.
Il mattino seguente afferro due cinghie che trovo senza padrone lì, in caserma: oggi una è a Milano, donata da me in memoria di quegli eventi terribili; l'altra, di trentatré buchi, mi è servita per barattare in Bulgaria un pezzo di polenta e non morir di fame.
Il 28 settembre si riparte per il continente, l'Europa. Non mi sento di partire, si può scegliere di differire la partenza e io scelgo di non partire: il mare è mosso, il vento è forte. L'8 ottobre di nuovo una partenza, ma io sono ad Argostoli; il giorno dopo Radio Scarpa trasmette di un nuovo affondamento, alle dieci della sera precedente.
La successiva partenza è su un caicco a tre alberi, noi siamo gli ultimi 70 soldati italiani rimasti sull'isola: siamo al centro del mare, fuori dal porto, la pompa non pompa a sufficienza.
Le nuvole corrono veloci nel cielo, la luna occhieggia, le onde sbattono contro gli assi della nave. Cerco e trovo un salvagente e un asse al quale attacco il salvagente; poi subito torniamo indietro, siamo di nuovo ed ancora sull'isola.
Ripartiamo la sera del 31 ottobre, ed è la quarta partenza: il vento è forte, il mare grosso, il mercantile pure grosso; non resto nella stiva coi compagni, vado a poppa. Ascolto la scia dell'onda che scia, la musica del mare, il silenzio dell'isola che si allontana e guardo le stelle che sono tante e sembrano più tante e più grandi.
Ma ancora torniamo indietro e partiremo solo il 4 novembre da Sami, dopo quarantotto km di marcia attraverso l'isola, divorando tutto il mangiabile che incontriamo sul percorso, anche frutti rapinati ai cespugli. Partiamo in un giorno di pioggia, sul mercantile che trasporta anche Padre Formato e 37 ufficiali: Itaca, prima meta del mio contingente in terra greca, scompare presto all'orizzonte.
Scarichiamo i muli a Skiatos, gli ufficiali a Missolungi; passiamo a Patrasso, tra lanci di fiori, polenta e qualche soldo da parte di un folla di greci che manifesta così semplicemente il suo grazie ai soldati italiani per il rispetto mostrato alla gente del posto. Il 24 novembre, ripartendo per sempre, mi volto a guardare la via degli applausi. Nel canale di Corinto vedo sui muri scritti i nomi degli italiani, poi si apre l'orizzonte vasto sull'Egeo. Rivedo il viale che porta al Pireo, risento melodie di mandolini, echi dalle trattorie; ancora passa nella memoria visiva l'esodo dal Teatro e noi, scalzi, verso il capannone dove staremo fino al 26.
L'8 dicembre, dopo la consegna di divise nuove, scarpe, guanti e mutande di flanella, si parte in treno per l'Europa. Sarà il secondo tempo di una lotta quotidiana, davvero ulissiaca, per sopravvivere".

Prigioniero a Cefalonia. Diario 1943 - 1945

di Angelo Scalvini Milano, Mursia, 2001.

Recensione a cura delle prof.sse Luciana Reschia e Luisa Rapetti

Angelo "Gino" Scalvini, oggi solare 'giovanotto' della leva 1923, ha scritto un diario tra cronaca e storia di guerra e di prigionia, come contributo per giovani generazioni e per coloro che non sanno e non hanno saputo gli eventi tragici seguiti all'armistizio dell'8 settembre 1943 a Cefalonia. L'invito a leggerlo è rivolto a tutti, ma in particolare ai giovani, per i quali le parole del reduce possono divenire un prezioso strumento per comprendere un passato che pare lontano, ma che per molte parti del mondo è ancora il presente.
Il Diario vuole essere anche il modo personale del 'salvato' per rendere onore e memoria ai compagni che non sono tornati e che Se ne sono andati; solo il mare, con le sue onde, la terra con i suoi profumi, testimoniano la loro vita, come richiama il messaggio autografo dell'autore sul volume donato alla Biblioteca Comunale di Acqui.
Il Diario, contrassegnato inizialmente dal titolo-icona "Le due mattine: un soldato della Divisione Acqui a Cefalonia", a memento delle due nascite (quella anagrafica e quella dal naufragio) dell'autore, si snoda con ritmo incalzante e brioso -che dà visività e chiarezza al racconto- attraverso gli eventi dei trentatrè mesi di guerra del soldato Angelo Scalvini, 317º reggimento, 1º Battaglione, 4º Compagnia, con posizione logistica a Sami, Cefalonia.
Sono cento pagine in tutto, sequenziate in capitoletti rappresentativi delle tappe dell'odissea personale del soldato nei suoi 1.001 giorni di guerra.
Un prologo, che contestualizza acutamente la tragedia della Divisione Acqui, apre la testimonianza sulla partenza da casa dell'autore, avvenuta il 13 gennaio '43, mentre fuori è ancora buio profondo rischiarato da venti centimetri di neve…una folata di vento gelido mi percuote violentemente… mia madre, dopo avermi fortemente abbracciato, baciato e accarezzato, mi chiede di non chiudere la porta, di lasciarla socchiusa perché "Porta bene!".
La battaglia di Cefalonia contro i tedeschi, divenuti nemici per l'Italia in armistizio dall'8 settembre, è documentata per la parte che ne ebbe l'autore, in poche e densissime pagine che riportano i fatti particolari ma soprattutto il vissuto intimo dei soldati che fronteggiano l'infernale furore nemico mentre si resiste accanitamente sino al pomeriggio del 22 settembre, poi dobbiamo arrenderci! Non c'è altro da fare: aiuti non ne abbiamo ricevuti.
Non meno trascinanti sono le pagine della prigionia, paradigma di quell'assurda e tragica epicità che è la guerra. Il racconto si snoda lineare ed efficace nella sua freschezza a ricordare i gesti, le parole, i volti, i nomi dei soldati scampati all'eccidio sull'isola e precipitati in una seconda devastante tragedia: due anni verso l'ignoto, a zig zag per l'Europa sui carri bestiame, poi nel campo di concentramento 125 a Barauka Polock nella Russia Bianca, infine a Danzica, Polonia, e obbligati a lavori pesanti, al gelo, malvestiti e malnutriti.
La liberazione, per lo Scalvini, verrà dai sovietici la mattina del 27 marzo 1945, ma passeranno ancora sei mesi prima del rientro in Italia, avvenuto alle ore 6.30 del 10 ottobre '45 alla stazione di Ponte San Marco-Calcinato, col cuore che batte forte… in una di quelle tiepide mattine autunnali colorate e profumate come lo sanno spesso essere solo dalle nostre parti.
Il rigore narrativo e la pacatezza di giudizio che l'autore esprime su persone e fatti suggellano la valenza storico- memorialistica della narrazione.

Pubblicato su L'Ancora del 30 aprile 2006

 

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