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Cefalonia 1943, guerra di numeri

 

Da una sollecitazione di Massimo Filippini nuovi dubbi

Acqui Terme. Continua a far discutere la Divisione Acqui. Nella primavera scorsa era stato lo sceneggiato Rai a rinfocolare le polemiche, come largamente riportato da queste colonne.
Quasi contemporanea, la giornata di studio acquese, che coincise con la attribuzione della cittadinanza onoraria alla ricostruita Divisione Acqui. In quella occasione non vi fu pace per la memoria del Generale Comandante Antonio Gandin, cui esperti militari e storici guardano dalle più diverse prospettive.
Il fuoco d'attenzione sembra ora spostarsi su un altro elemento storico non di secondaria importanza: quello dei caduti, il cui numero sarebbe, secondo alcuni testimoni, e nella ricostruzione di Massimo Filippini, assai inferiore a quello ormai da anni consegnato alla storia.
All'indomani dalla chiusura dell'edizione 2005 dell'Acqui Storia, e della manifestazione acquese del 6 novembre, sembra doveroso anche approfondire la tesi proveniente da una voce da sempre fuori dal coro. Ecco allora alcuni rilievi offerti in coincidenza con la chiusura della manifestazione dedicata ai martiri di Cefalonia.

"Il Premio Acqui Storia sarà anche prestigioso - ci scrive l'avvocato Filippini, leggendo il comunicato stampa della manifestazione - ma è legato ad un eccidio che non vi fu nell'apocalittica dimensione dei 9.000 morti tramandata da decenni, sulla quale esso, con enfasi quanto mai retorica, si basa. I morti 'per mano tedesca' a Cefalonia furono circa 1700, di cui oltre la metà caddero in combattimento e, quindi, non possono essere considerati vittime del preteso eccidio.
Il resto - meno della metà - furono fucilati per rappresaglia dai tedeschi e tra essi vi fu mio padre, il maggiore Federico Filippini: è più che logico ritenere che solo costoro, ovviamente, possono considerarsi vittime dell'eccidio.
A questi Caduti sono da aggiungere i morti affogati in mare per l'affondamento delle navi che li trasportavano in continente, ma essi furono 'solo' 1.300 circa e non 3.000 come si ripete da sempre, come ha smentito lo stesso prof. Giorgio Rochat, ma quel che è più importante, le navi affondarono per l'urto su mine da noi deposte in precedenza, o per bombardamenti di aerei alleati, e pertanto questi morti non furono vittime dei tedeschi.
Un altro migliaio morì nei campi di concentramento e, quindi, pur piangendone la morte, non possono essere annoverarli tra i Caduti di Cefalonia.
Tali dati, da me resi noti, per sommi capi, in una pubblicazione allegata ad un mio libro La tragedia di Cefalonia - Una verità scomoda, formano lo specifico oggetto di un altro libro basato su una documentazione inoppugnabile in grado di risolvere -una volta per tutte - la questione dei Caduti di Cefalonia.
Se anche dopo la sua uscita, peraltro imminente, si continuerà a parlare e a scrivere oppure ad ispirarsi - come fa il Premio "Acqui"- ad un eccidio commesso dai nazisti a Cefalonia di 9/10.000 nostri militari, ciò andrà considerato come un'assoluta falsità".

Un confronto con le altre fonti

Dunque, davvero, quello di Cefalonia è in un "mito inesistente, costruito su montagne di morti aumentati ad arte, mentre il loro esatto ammontare non superò, tra morti in combattimento, per fucilazione, in mare o in prigionia il numero di 3.800 (ritenuto credibile per Massimo Filippini)? Davvero ci furono tante morti "mai avvenute", che oscurano il sacrificio di pochi martiri?
La tragedia, nella sostanza - pensiamo - fu (e rimane sempre tale), pur variando sensibilmente i numeri. Che in effetti non sono univoci, soprattutto per quanto riguarda il momento della rappresaglia.
Prendiamo in considerazione le ricostruzioni più recenti.
Alfio Caruso (Italiani dovete morire, Longanesi, 2000) indica 1.300 circa i caduti in combattimento, in 5.000 gli uomini fucilati dopo la resa, e in 3.000 quelli imbarcati per il continente che saltarono sulle mine. Il totale è di 9.406 caduti, in conformità con la storia vulgata.
Ma già Carlo Palumbo (Ritorno a Cefalonia e Corfù, Edistener, 2003) ridimensiona i numeri. A parte i 1.300 lasciati sul campo il numero dei superstiti - tra ufficiali e truppa - "secondo gli ordini del Fuhrer" deve ascendere a più di 4.000, cui vanno aggiunti i 1.300 saltati sulle mine.
L'elenco nominativo dei caduti di Cefalonia, ripubblicato dall'Ass. Nazionale "Divisione Acqui" nel 2003, computa "solo" 3.766 periti per i quali si indicano dati anagrafici, data e luogo e modalità di scomparsa.
Dunque Filippini, in questo caso, sembra aver ragione: certo non novemila furono i caduti, anche perché il generale Lanz (testimonianza del maggiore Klebe) comunicò a Berlino di 5.000 italiani "che si erano arresi ancora in tempo e senza e armi", per giustificare l'incompiutezza della strage, che aveva interessato - secondo questa fonte - circa 4.000 uomini.
E Olinto Perosa, fante del 317ª reggimento da montagna della Divisione Acqui, classe 1922, un una intervista rilasciata a Francesco Anfossi, e pubblicata su "Famiglia Cristiana" n. 14 del 30 marzo 2005, testimonia: "Ci fu il referendum del generale Gandin: consegnarsi o combattere. E poi la battaglia. [...]. Fu un massacro. Quasi tutti gli ufficiali superstiti vennero fucilati, gran parte davanti alla Casa Rossa. Morirono 2.500 militari italiani su 11.000

Quella Cefalonia "politica"

Perché un fraintendimento così clamoroso? È nato dalla banale, veniale, perpetuazione di un errore (sfuggito a generazioni di storici), o da una conscia speculazione - in verità non l'unica - compita ai danni dei soldati combattenti delle isole dell'Egeo?
E continua - o no - Cefalonia, ad essere eccidio?
Per la risposta attingiamo al numero di Iter (n. 3, ottobre 2005) da poco più di una settimana in edicola, nel quale son contenuti due interventi, il primo a firma di Gian Enrico Rusconi, il secondo di Vanghelis Sakkatos (con traduzione di Massimo Rapetti).
Il primo saggio (La Divisione Acqui a Cefalonia. Un caso esemplare di resistenza militare) è testimone dell'uso "politico" dei fatti delle Jonie. Dalla nota di elogio della Divisione Acqui del 23 maggio 1944 del governo Badoglio, alla sottolineatura della componente "resistenziale" in una frase - probabilmente apocrifa - che recita di una Divisione che non cede le armi per volontà di ufficiali e soldati; dalla menzione del governo Parri che riallaccia la vicenda alla epopea della prima guerra mondiale (e che individua il 9406 il numero delle vittime) nel segno del patriottismo, e poi del Presidente Ciampi, che richiama le gesta degli eroi del Risorgimento, si possono individuare "letture" certo differenti, ma per le quali, ci sentiamo di aggiungere, "l'esemplarità della strage" - in modo conscio o involontario - può venire anche da una amplificazione dei numeri.
Dal secondo testo (che è poi un'intervista al procuratore di Dortmund Ulrich Maass) la notizia di una probabile incriminazione per due ufficiali tedeschi e l'istruzione di un processo in cui la questione dei "numeri" di Cefalonia - è ragionevole pensarlo - potrà forse trovare una soluzione condivisa.
E restituire alla storia una vicenda che ribadisce, anno dopo anno, la sua natura di "caso aperto".

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 13 novembre 2005

 

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