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Quando gli acquesi appresero di Cefalonia

 

Acqui Terme. Si è aperta nel pomeriggio di martedì 15 marzo, nelle sale di Palazzo Robellini, la mostra storica che ha titolo La partecipazione delle forze armate alla guerra di Liberazione e alla Resistenza 1943-1945, curata da Comando RFC Interregionale Nord. A quaranta giorni dal Sessantesimo anniversario della Liberazione, è questa la prima iniziativa, delle numerosissime, che - pur concentrandosi nel mese di aprile - si susseguiranno per tutto il 2005.
Anche "L'Ancora" cercherà di seguire con puntualità il calendario delle iniziative, offrendo cronache, riportando pareri (e il dibattito - è facile immaginarlo - verterà sui temi della memoria divisa/condivisa, sulla liceità della comparazione tra i combattenti dei due schieramenti, su ideologia e moralità, sulle dimensioni della cosiddetta "zona grigia", sulle pagine ancora oscure), ma anche attraverso l'edizione di fonti e testimonianze.
Cominciamo dunque con questo numero, ad Aspettare - con i lettori - il 25 aprile, proponendo un documento tratto dall'archivio del nostro giornale.
Si tratta di un breve articolo (il numero è quello del 18 gennaio 1946), ma assai significativo, nel quale è riportato il testo diffuso dalla Radio di Milano il 14 settembre 1945: in quella data - il secondo anniversario di Cefalonia, ma primo da quando la Liberazione era avvenuta; e il "Corriere della Sera" proprio nei giorni 14 e 15 settembre approfondì la ricerca della verità sull'episodio bellico - la nazione aveva potuto ascoltare una storia che a molti era sembrata del tutto irreale e incomprensibile.
Ancora "a caldo", nel commento di Astolfo [sic; al momento non è possibile rivestire con una identità questo giornalista], una interpretazione critica estremamente lucida dei fatti dell'isola dello Jonio, che collega i caduti di Cefalonia e Corfù, Leucade, Itaca e Zante al sacrificio delle formazioni partigiane (è tra l'altro il pensiero più volte ribadito dal Presidente Ciampi) cui si unisce la richiesta di giustizia per i colpevoli dell'eccidio.
Astolfo non pensava però né ai tedeschi, né ai presunti "disobbedienti" (Pampaloni, Apollonio, Mastrangelo e altri ufficiali). Le responsabilità sono della diplomazia italiana e degli alti comandi, da poco trasferitisi a Brindisi, incapaci di tutelare quella truppa che moriva a poche centinaia di chilometri. (G.Sa.)

Radio di Milano, 14 settembre 1945

"Pochi sono gli italiani che, in quella sera del tragico settembre 1943, udirono alla radio una brevissima notizia che annunziava che i combattimenti nell'isola di Cefalonia erano terminati; e che la guarnigione italiana che aveva tentato di resistere a tedeschi, era stata ridotta all'impotenza. La notizia passò inosservata e presto fu dimenticata.
Solamente oggi si viene a sapere la verità su questi fatti: verità sanguinosa e meravigliosa, verità tragica e sublime. Una pagina di eroismo che va a tutta gloria dei soldati italiani e ad ignominia di coloro sui quali ricade a pieno la responsabilità della nostra disfatta di allora, e la colpa di tanto sangue versato senza un risultato che vi si adeguasse.
Mentre a Pescara [qui il re raggiunse l'Adriatico, ove si imbarcò su una unità della Marina, diretto a Brindisi] si concludeva vigliaccamente un infausto periodo che è fra i più oscuri della storia d'Italia, un breve periodo che coronò adeguatamente l'assai più lungo periodo, 20 anni di fascismo, a Cefalonia poco più di 10 mila italiani si rivoltavano disperatamente e sdegnosamente contro quello che pareva dovesse essere ormai un dato di fatto irrefutabile: I tedeschi padroni dell'Italia.
I soldati della Divisione "Acqui" non accettarono il fatto compiuto. Non vi erano ordini da Roma? Non importava, i soldati decisero loro quale era il dovere da compiersi. Per una settimana, inferiori di numero, privi di adeguato armamento, essi tentarono da soli quello che l'inettitudine degli alti comandi e la vigliaccheria di comandi periferici impedirono che si attuasse in tutta Italia: la lotta per cacciare i tedeschi dal suolo della Patria. Di 11 mila soldati 9 mila morivano gloriosamente, di 525 ufficiali, 406 lasciavano la vita sul campo, o fucilati.
Sottoposti ai più duri bombardamenti dall'aria e dalle artiglierie terrestri, i soldati della "Acqui" non si arrestarono che dopo una settimana di combattimenti disperati, quando le munizioni furono esaurite. Interi reparti si fecero annientare sul posto. Il comandante tedesco proibì poi di dare sepoltura ai caduti.
I soldati della "Acqui" furono i primi a dimostrare, a tutto il mondo, quali fossero i veri sentimenti del popolo italiano. La dichiarazione di guerra alla Germania non veniva nemmeno all'8 settembre, mentre frasi sibilline, atte a crear l'equivoco più che a dare un indirizzo dì azione, determinarono quell'incertezza che faceva precipitare il Paese nel caos.
Ben altro esempio quello di Cefalonia: alle frasi sibilline si contrappone l'ordine del fuoco dato alle batterie campali, alla fuga si contrappone l'assalto. Questi 10 mila morti insepolti chiedono che il loro sacrificio non venga tradito; questi 10 mila morti chiedono che giustizia sia fatta dei responsabili della tragedia.
Essi sono l'avanguardia gloriosa delle migliaia di morti partigiani, che alla stessa maniera rifiutarono l'onta dell'accettazione di uno stato di fatto vergognoso.
Se si sia trattato di inettitudine, se vi sia stata vigliaccheria, o se cause ancora peggiori furono quelle che spinsero coloro che in quel momento avevano in mano le sorti del Paese, ad agire nei 45 giorni famosi in quella maniera che tutti conoscono, poco importa.
Quando su di un fatto incide, con tutta la sua importanza, il sangue di decine di migliaia di persone, non vi può essere dubbio che tutti gli altri elementi passano in seconda e terza linea. I colpevoli devono pagare.
Non possono essere cavilli giuridici o calcoli politici a frenare quello slancio, fatto di purezza d'intenti, che partì da Cefalonia in quel tragico settembre, ed al quale poi tutto il Paese rispose".

 

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