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L'archiviazione tedesca
dell'eccidio della Divisione Acqui

  Acqui Terme. Venerdì 16 marzo la città di Acqui Terme ospiterà un'importante tavola rotonda dedicata alla memoria della Divisione Acqui e, in particolare, alla recente sentenza di archiviazione nei confronti dei presunti responsabili dell'eccidio. Per tale occasione, si daranno appuntamento in Acqui Terme alcuni dei più qualificati interlocutori rispetto al tema.
Dopo l'intervento di apertura del Sindaco Danilo Rapetti, il programma dell'iniziativa vede la presenza di Antonio Sanseverino, Presidente dell'Associazione Reduci, familiari e vittime della Divisione Acqui, Maurizio Picozzi, Procuratore Capo della Procura della Repubblica - Acqui Terme, Pier Paolo Rivello, Procuratore Capo della Procura Militare di Torino, Andrea Vernazza, avvocato penalista, e Marcello Venturi, scrittore ed autore, tra l'altro, del celebre volume "Bandiera bianca a Cefalonia", che ha dato l'avvio ad una più consapevole riflessione sulle tristi pagine di Cefalonia. Chiuderà gli interventi Gian Carlo Caselli, Procuratore Generale della Procura della Repubblica di Torino.
L'evento, di particolare rilevanza storica ed istituzionale, ma che coinvolge anche, a pieno titolo, i rapporti politico-diplomatici tra Italia e Germania, costituirà l'avvio delle celebrazioni organizzate per il quarantennale del Premio Acqui Storia, che si celebra quest'anno.
La particolare dedicazione del Premio, alla memoria della Divisione Acqui, e l'importante ruolo svolto dallo stesso come attrattore della migliore produzione storiografica di livello internazionale, rende la ricorrenza di quest'anno un'occasione rara e significativa per il panorama culturale italiano, che merita dunque di essere celebrata ai più alti livelli.

Una memoria dell'avv. Antonio Sanseverino in occasione della tavola rotonda sulla "Acqui"

Cefalonia: massacro, mercato … balocchi e profumi

Per introdurre in modo più ampio il tema, che sarà trattato nella tavola rotonda di venerdì 16, pubblichiamo una breve memoria, redatta dall'avv. Antonio Sanseverino.
"Il problema che verrà trattato alla Tavola Rotonda che sarà aperta nella città di Acqui Terme il prossimo 16 marzo, ripropone l'argomento dell'eccidio della Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù e, in parte, più selettivamente della sentenza di archiviazione del processo Muhlhauser presso la Procura di Monaco.
Quale giustizia - o ingiustizia - per la memoria e il ricordo del tragico e sanguinoso avvenimento del settembre '43? Quando il 2 marzo scorso, a Parma, in un raduno di reduci ho raccolto tutte le mie forze per parlare ancora di Cefalonia, mi è venuto di controaltare in mente quanto appurammo nel Campo di sterminio e lavoro forzato di Colonia 1, dipendenza Buchenwald, e cioè che in quella fabbrica dove ci portavano a lavorare, incalzati dalle SS, poco lontano dal Campo di punizione si facevano calze e biancheria per signora, vendute in Inghilterra tramite un canale portoghese.
L'azienda Glanzstoff di Colonia era proprietà di una holding fra la concorrente Glanztoff tedesca, una fabbrica inglese - la Courtaulds - le cui azioni, si diceva, erano di proprietà della Corona di Inghilterra e la nostra Snia Viscosa di Marinotti, che produceva seta artificiale, calze, paracadute, vestaglie, ecc…
Dopo la guerra, i proprietari si riunirono in consiglio ed i sigg.ri Davies per gli inglesi, Gneiss per la Germania e Marinotti per l'Italia fecero i conti, auspice il governo De Gasperi, ed ai giornali che criticavano tale connubio commerciale risposero: "La guerra è guerra, ma gli affari sono affari", e si divisero un sacco di soldi alla faccia di tutti quelli che alla guerra su tutti i fronti ci avevano rimesso la pelle o lo spirito.
Da notare che sui tetti della fabbrica tedesca era stata dipinta la bandiera inglese ed i bombardamenti che distrussero Colonia non la graffiarono di un centimetro, perché si diceva che i piloti la scansassero per ordine ricevuto.
Vi furono anche altri casi di estremi connubi tra l'industria tedesca e quella dei nemici in tutto il mondo, come fabbriche di profumi, di giocattoli, di prodotti petroliferi, della Ford di Colonia, che fece pezzi di ricambio anche per i carri armati americani.
Una vergogna, sulla quale si è indagato poco o niente: un universo commerciale parallelo, sordo alle cannonate ed ai bombardamenti, che camminava per conto suo tramite Paesi di comodo e nella più completa immoralità dei commerci.
Tale atteggiamento fu anche quello dei vincitori, che ricorrevano ai Tribunali internazionali per condannare le efferatezze delle Forze armate alemanne contro popolazioni inermi.
Anche in Italia abbiamo avuto processi contro le Forze armate della Germania, per stragi di innocenti alle Ardeatine, a Sant'Anna di Strazzena, a Marzabotto, ecc. e vi sono sentenze di tribunali italiani che non saranno mai eseguite.
La giustizia vindice di questi fu lenta, a volte inattuale, a volte di compromesso, e sempre rispettosa degli interessi commerciali in ordine alle società miste di importanza internazionale che hanno condizionato tutta l'attività giudiziaria eletta a giudicare il comportamento della Germania durante l'ultima guerra.
Perciò, domandare quale giustizia è stata applicata significa riscontrare una spiegabile inerzia degli Organi internazionali precostituiti, che hanno funzionato male o non hanno funzionato affatto.
Valga il caso del generale Lanz, che venne chiamato a rendere conto del suo operato nei Balcani e a Cefalonia: ancora molti anni dopo il procedimento, l'ex generale considera i suoi giudici americani "i più zelanti e vendicativi" e il suo diretto accusatore, Telford Taylor … un giovane ambizioso e volitivo giurista che voleva guadagnare fama e fare carriera con lo smascheramento delle più grandi malefatte nel Terzo Reich. Durante l'intero corso del processo cercava contatto con i media, invogliava i giornalisti e brillava con la sua perizia giuridica. In questo gioco di dadi attorno alla giustizia Lanz era un perdente".
Vediamo alcuni passaggi del processo, per il quale l'ex generale trova un difensore, Fritz Sauter, con il quale si intende assai bene.
Il processo, noto come "The Hostage Case" o "CasoVII" inizia il 19 febbraio 1947. nell'Opening Statement of the Prosecution c'è un paragrafo dedicato alla Italian Surrender, dove si ricorda, tra l'altro, che fra i termini dell'armistizio era espressamente previsto il rientro di tutte le truppe italiane, dislocate fuori dal territorio nazionale, e che l'alto Comando tedesco ha potuto procedere con rapidità al disarmo degli ex alleati perché si era preparato da tempo alla defezione italiana.
Gli ordini da Berlino erano chiari e precisi: gli italiani che non desideravano continuare a combattere per i tedeschi andavano disarmati, fatti prigionieri di guerra, e anzi destinati a essere forza lavoro. Chi faceva resistenza armata o faceva causa comune con i ribelli doveva essere fucilato dopo un processo sommario (a summary court martial). "L'ordine del Fuhrer ebbe una selvaggia esecuzione".
A testimonianza, l'accusa allega molti documenti, tra cui quelli a firma di Keitel del 9 e del 15 settembre e altri che abbiamo già ricordato nel corso del nostro lavoro.
C'è anche una comunicazione del XXII Corpo d'Armata di montagna che annuncia l'esecuzione del generale Gandin e dei suoi ufficiali.
La conclusione dell'accusa è severa: "Questo calcolato massacro di ufficiali italiani catturati o arresi è una delle azioni più illegali e disonorevoli della lunga storia della lotta armata. Infatti questi uomini indossavano le loro uniformi. Portavano apertamente le loro armi e seguivano le leggi e le tradizioni di guerra. Erano guidati da capi responsabili che respingendo l'attacco tedesco stavano obbedendo agli ordini del maresciallo Badoglio, loro comandante militare e guida politica debitamente autorizzata della loro nazione. Erano soldati regolari con diritto al rispetto, all'umana considerazione e a un trattamento cavalleresco" (da Rusconi, Cefalonia, ed. Einaudi 2003). Di contro, segnaliamo anche la sentenza dell'8/7/1957 del Giudice Istruttore presso il Tribunale Militare territoriale di Roma, con la quale venivano assolti alcuni militari tedeschi che parteciparono alla strage ed altri militari italiani imputati, i primi, di strage, violenza, omicidio continuato e aggravato e, i secondi, di cospirazione e insubordinazione per i fatti avvenuti nelle isole di Cefalonia e Corfù nel settembre '43.
Ultimamente, sia la stampa che i media ci hanno parlato della sentenza del G.I. del Tribunale di Monaco, Dr. Stern, con la quale nell'assolvere l'Ufficiale Muhlhauser, capo squadra dei pionieri del Reggimento Alpini tedesco, dall'accusa di omicidio volontario aggravato per vili motivi, così affermava: "Le Forze militari italiane non erano normali prigionieri di guerra, inizialmente erano alleati dei tedeschi, che si sono poi trasformati in nemici combattenti, diventando dei traditori per usare il gergo militare. In questo caso, è come se parte delle truppe tedesche si fossero schierate dalla parte del nemico. Una successiva esecuzione di tali soldati non sarebbe da giudicare come omicidio per vili motivi, ai sensi dell'art. 211 del Codice Militare".
Contro tale decisione è stato presentato ricorso che risulta, dopo apparenti scuse per il linguaggio usato dal Giudice tedesco, rigettato dalla Corte di Appello.
Pertanto, alla contestazione del reato di aver fucilato illegalmente ufficiali italiani a Cefalonia e di aver ucciso ostaggi nelle isole di Cefalonia e Corfù, è stato ribadito che "… i soldati italiani non erano franchi tiratori. Erano ancora alleati della Germania, per quanto ne sapevano i loro comandanti, sebbene avessero notizia che era stato firmato un armistizio con le potenze alleate. Se essi erano prigionieri di guerra in forza della resa dell'XI Armata del Generale Vecchierelli, è chiaro che avevano diritto alla protezione della Convenzione di Ginevra del 1929 che regolava il trattamento da accordare ai prigionieri di guerra. Questo non è stato fatto sotto nessun rispetto. Siamo pertanto obbligati a considerare che l'uccisione di ufficiali italiani è stato un crimine di guerra per il quale l'imputato è responsabile".
Il processo non è finito e vedremo ancora il problema rimbalzare da una difesa all'altra. Ormai sono passati oltre 60 anni dai fatti di Cefalonia e Corfù e, naturalmente, solamente gli storici hanno interesse a riparlarne.
La società civile ha dimenticato tutto, in questo aiutata dalla politica e dalla economia. Cosa interessa ai giovani conoscere quella eredità: hanno ben altro per la testa.
Ma la storia è come la farfalla giapponese, ancora oggi possiamo trovare a Cefalonia e Corfù la causa di quello che ci gira intorno, la guerra è guerra e gli affari sono affari.

A cura di Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 18 marzo 2007

 

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