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Conferita la cittadinanza onoraria
alla ricostituita Divisione Acqui

  Acqui Terme. Dalle 17,30 di venerdì 6 maggio la Divisione Acqui, ricostituita nel 2001 e con sede a San Giorgio a Cremano (Napoli), è prestigiosa unità con cittadinanza onoraria di Acqui Terme.
La consegna, da parte del sindaco Danilo Rapetti al comandante la Divisione Acqui generale Vincenzo Lops, della pergamena comprendente i passi fondamentali della decisione assunta all'unanimità dal Consiglio comunale nella riunione di gennaio scorso, è avvenuta nella Sala Belle Epoque del Grand Hotel Nuove Terme.
Si è trattato di un momento qualificante da assegnare alla storia della città termale, una pagina importante per onorare la memoria dedicata alla strage di Cefalonia, primo episodio di resistenza contro i tedeschi, eccidio che nel passato non ha avuto la risonanza che meritava.
"La Divisione Acqui, con quelle che portano i nomi di Mantova, Legnano e Tridentina, è una delle quattro dell'Esercito italiano esistenti nel nostro Paese", ha ricordato il sindaco Rapetti.
"Sono onorato di essere ad Acqui Terme, saremo degni del nome della città e della Divisione Acqui, consideratela casa vostra, siete nei nostri ruolini, come si dice in gergo militare", ha ribattuto il generale Lops. Quest'ultimo ha anche espresso la volontà di realizzare un sacrario per custodire cimeli dell'"Acqui" e chiesto a chi ne avesse di donarli per rendere più importante il medesimo museo. Dal generale Franco Cravarezza, il sindaco Rapetti ha ricevuto una pergamena completa di immagini di mostrine della Divisione Acqui, di un francobollo dell'esercito italiano, una figura del soldato attuale della "Acqui", di un timbro e firma del generale.
"Vi auguro che nel futuro possiate sempre amare ed onorare la patria", ha sottolineato l'avvocato Antonio Sanseverino, presidente dell'Associazione nazionale Divisione Acqui.
Verso le 17,40 ha fatto il suo ingresso nel salone delle "Nuove Terme" Mercedes Bresso, neo presidente della Regione Piemonte, alla sua primissima uscita fuori Torino. "Apprezzo l'importante iniziativa che ricorda un avvenimento della seconda guerra mondiale, una manifestazione che è significativo avvenga durante le celebrazioni del 60º anniversario della Liberazione", ha affermato il presidente Bresso. Il saluto dell'amministrazione provinciale di Alessandria ai partecipanti alla cerimonia lo ha portato Adriano Icardi.
La sala Belle Epoque, per l'occasione, era piena di autorità civili e militari, di personalità del mondo della cultura riuniti ad Acqui Terme per partecipare ad una giornata di studio sul tema: "La Divisione Acqui e l'inizio della guerra di Liberazione".
Nella prima fase, al mattino, charmain il professor Guido Pescosolido, al tavolo dei relatori si sono alternati Elena Aga Rossi (Università dell'Aquila) sul tema "L'esercito italiano nei Balcani"; Gian Enrico Rusconi (Università di Torino) su "La Divisione Acqui a Cefalonia: un caso esemplare nella sua complessità"; Oreste Bovio (generale e storico dell'esercito italiano) su "La resistenza dell'esercito italiano in Grecia: Corfù e la vicenda della 'Pinerolo'". Alla cerimonia hanno fatto corona il gonfalone di Acqui Terme, quello della Regione, quindi i vessilli della Divisione Acqui e quella dei carabinieri in congedo. (C.R.)

Una giornata di studi venerdì 6 maggio

La Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù

Acqui Terme. Una giornata nel segno della Divisione "Acqui" quella del 6 maggio.
Ma anche dedicata alle memorie difficili.
Presso la sala Belle Epoque del Grand Hotel Terme, le relazioni del convegno - che ha preceduto il conferimento della cittadinanza onoraria al Generale Lops - erano attesissime.
E chi ha avuto la possibilità di seguire l'intero programma, ha potuto apprezzare i ricchissimi contributi che, specie al mattino, storici e reduci di Cefalonia hanno offerto ai presenti.
Due memorie diverse, nel taglio e nei contenuti - l'una attenta a cogliere oggettivamente il quadro generale della vicenda (che pur rimane segnato da elementi controversi), l'altra parziale e personale, che trasmette l'emozione - ma estremamente funzionali, che sono riuscite a rendere a pieno la complessità della vicenda.
I contributi di Elena Aga Rossi, di Gian Enrico Rusconi, del generale Oreste Bovio, le testimonianze di Antonio Sanseverino, di Giuseppe Ansaldi e i numerosi intervenuti aggiuntisi dal palco e dalla platea hanno conferito alle discussioni del mattino, coordinate da Guido Pescosolido, un alto profilo.
Non così nel pomeriggio - che riscontrava l'assenza, tra l'altro, di Pier Luigi Battista (e notiamo con dispiacere nessuno si sia preoccupato di giustificarla) - in occasione della tavola rotonda, condotta da Ernesto Auci, che non ha saputo purtroppo sviluppare gli stimoli emersi nella precedente sessione.
Dunque, in considerazione di ciò, cominciamo la cronaca dedicando il più ampio resoconto alla prima parte dei lavori, suddividendo i materiali in questo e nel prossimo numero del settimanale.

La parola dei reduci: non c'è una sola Cefalonia

Dopo l'indirizzo di saluto rivolto all'uditorio dai Sindaci Rapetti (Acqui) e Galeazzo (in nome dei Comuni dell'Acquese), e dal Generale Cravarezza (la memoria come somma di conoscenza e di riconoscenza verso gli eroi di ieri e di oggi), un primo intervento di straordinaria intensità è venuto dall'Avv. Antonio Sanseverino, presidente dell'Associazione Nazionale "Divisione Acqui".
"Ci sono tre Cefalonie: quella in cui pochi fortunati sono riusciti a scampare la morte; una seconda degli internati; una terza del rientro a casa, quando chi narrava i fatti di Cefalonia e Corfù non era creduto neppure dai familiari". E ancora: "Noi siamo stati una generazione disgraziata. Nati con il Fascismo, siamo stati fascisti, e negli incubi notturni ci portiamo dietro quello che abbiamo subito, le violenze e le umiliazioni, le paure e le ferite dell'anima". Dall'avvocato Sanseverino una richiesta accorata agli storici: "ora che noi stiamo per morire, non lasciateci nel dubbio, andate avanti: cosa è successo a Cefalonia?".
Tra i reduci vanno poi segnalati gli interventi di Giovanni Pampaloni (unico ufficiale - con incarico di topografo egli giunse a Corfù proprio il giorno dell'armistizio - nel gruppo di comando a sopravvivere alla strage compiuta dai tedeschi sull'isola) e del novese Giuseppe Ansaldi, che con altri nove commilitoni fu tirato via dalla fossa quando tutto era pronto per la fucilazione, poiché i tedeschi dovevano formare due piccole squadre per rastrellare le armi e per bruciare i cadaveri. Dalle sue parole l'esemplificazione di quella Cefalonia dell'internamento e del ritorno.
Ecco allora il naufragio al largo dell'isola, causato dalle mine, il trasferimento in Jugoslavia, poi il lager di Moghilev nella Russia Bianca ("qui fummo destinati ai lavori più duri, senza indumenti pesanti, con le scarpe piene di buchi, le mani e i piedi congelati e con la fame che ci tormentava giorno e notte"), il ripiegamento in Polonia, il passaggio nelle mani russe, nella baracca 33 del lager di Tambov (Mosca), il trasferimento nel lontano Turkestan, sempre ai lavori forzati, per poi affrontare - ma solo nel dicembre 1945 - un viaggio di due mesi e mezzo per tornare a casa.

Una verità più dura, una storia più onorevole

Ed è la volontà del ritorno a casa, per Gian Enrico Rusconi, l'elemento fondamentale intorno a in cui ruotano le premesse dei fatti di Cefalonia. Un ritorno atteso dai soldati stanchi della guerra, ma oggetto di discussione da parte delle diplomazie che preparano l'armistizio italiano dell'8 settembre. "Ma lo sapete che, senza una dichiarazione di guerra - dice Eisenhoweur a Badoglio - i vostri soldati sono degli ammutinati?".
È l'armistizio a stabilire una anomalia nello stato di diritto della guerra, creando le condizioni da "conflitto civile", che confluiscono in un vero e proprio "crimine di guerra".
Per sbrogliare la matassa della storia, ancora per molti aspetti oscura e intricata di Cefalonia - aveva detto Guido Pescosolido nella sua introduzione - tre sono i punti da analizzare: il primo deve vagliare l'interazione della politica con la sfera militare; il secondo il ruolo decisionale dell'alto comando, italiano e tedesco; il terzo deve valutare l'apporto della memoria orale.
Gian Enrico Rusconi approfondisce in particolare il secondo argomento, e porta la riflessione sul ruolo del Generale Comandante Gandin e sulle sue scelte. Che vengono considerate legittime: corretto e ragionevole trattare (visti i buoni rapporti con la controparte, almeno all'inizio); comprensibile l'esigenza di consultare gli uomini, che è azione eccezionale (non democrazia!) commisurata alla gravità degli eventi. Lo scopo è quello di far fronte al pericolo di una crisi di comando: ma dal 13 settembre, quando si tiene il cosiddetto referendum, Gandin in cuor suo ha già deciso cosa fare.
"Non è un traditore, né un personaggio amletico come qualcuno ha detto; il generale Gandin tratta lealmente, la sua è una posizione ponderata, sta con i suoi uomini, non consegna ai tedeschi gli ufficiali che hanno ordinato il fuoco sui tedeschi mentre le trattative sono in corso; all'inizio ha un atteggiamento riservato rispetto ai rapporti con la resistenza greca: in fondo lui sta dalla parte del re, quasi a condividere una linea Badoglio - Ambrosio che mira ad una non belligeranza. Anche se, poi, la diplomazia italiana, uscendo dalle utopie, sembra consapevole di dover offrire in sacrificio decine e decine di migliaia di uomini in questo cambio di rotta che si consuma l'8 settembre. E qui la storia si ripete tristemente, quasi che volesse rammentarci quei caduti che Mussolini riteneva indispensabili, nell'imminenza del 10 giugno 1940, per potersi sedere al tavolo dei vincitori. Si aggiungano le ambiguità dell'annuncio dell'armistizio e la diffidenza anglo americana e il quadro è completo.
"È una realtà più dura, senza miti (la democrazia, il referendum), ma forse è una verità più onorevole".
E finisce per uscire -verrebbe da aggiungere - dalle strumentalizzazioni preconcette delle ideologie.

Proviamo ora a riassumere le parole di Elena Aga Rossi e del generale Oreste Bovio, non mancando si segnalare i commenti che alcuni attenti lettori de "L'Ancora" hanno offerto alla redazione.
Tra questi registriamo l'intervento dell'avv. Massimo Filippini, orfano del Magg. Federico fucilato il 25 settembre a Cefalonia, che oltre condannare duramente la fiction di recente trasmessa dalla RAI, esprime il suo vivo rincrescimento per un dibattito [quello di Acqui n.d.r.] che "si è tenuto, come al solito, senza il minimo rispetto della 'par condicio' e cioè con la partecipazione di storici politicamente corretti".
È risaputo, infatti, che l'avv. Filippini persegue una linea "colpevolista" (per insubordinazione e tradimento) nei confronti degli ufficiali Pampaloni e Apolloni e altri, negando altresì l'esistenza di un raggruppamento "banditi della Acqui". Ma nella sua mail egli anticipa che, in merito ai caduti di Cefalonia, potrà presto dimostrare che anche il numero degli stessi fu inferiore alle 2500 unità, in palese contrasto con le cifre ufficiali divulgate.
Oggetto di forti critiche anche la frase del presidente della ass. nazionale "Divisione Acqui" Sanseverino "cosa è successo a Cefalonia?" che, a detta di Filippini rappresenta, lo specchio fedele della confusione relativa ai fatti delle isole dello Jonio", spesso contraddistinti dalla menzogna.
Un parere, quello sopra riportato, "in forte dissenso", ed espresso non sempre con parole misurate, ma che abbiamo voluto riportare affinché il lettore possa avere qualche cenno su ogni punto di vista. Quanto ad una panoramica completa, questa potrà ottenersi però solo attingendo a saggi storici e alle pagine di internet.

Corfù e la condotta del colonnello Luigi Lusignani

Parlare della "Acqui" nello Jonio vuol dire narrare di una memoria divisa, e anche l'intervento del generale Oreste Bovio (già Ufficio Storico dell'Esercito) dimostra l'assunto.
In particolare la ricostruzione dei fatti di Corfù evidenzia la diversità del comportamento del comandante colonnello Lusignani, che subito, ricevuta la notizia dell'armistizio, non ebbe dubbi nell'intraprendere azioni militari di guerra contro i tedeschi.
A monte sta un giudizio di merito sulla chiarezza del testo di Badoglio dell'8 settembre: esso - per il Gen. Bovio - non lasciava alcun margine di dubbio sul da farsi, né conteneva passi di controversa interpretazione: dunque correttamente Lusignani non solo si rifiutò di prendere contatti a Corfù con i partigiani greci, ma riuscì a fare 500 prigionieri tedeschi che risultano poi imbarcati per l'Italia prima dell'epilogo tragico della vicenda. Di qui una non poco velata riprovazione nei confronti del "temporeggiatore" Gandin (in aperto contrasto con la lettura di Gian Enrico Rusconi).
Un secondo tema ha riguardato la ricostruzione della vicenda della Divisione "Pinerolo" che, attraverso il sostegno della missione britannica, stipulò un patto di cobelligeranza con i partigiani greci, anch'essi divisi nelle formazioni monarchiche dell'Edes e nell'Elas filo marxista, che sembrano riprodurre quelle differenze che di lì a qualche mese si riscontreranno in Italia tra badogliani e garibaldini.
Fu una collaborazione, quella degli italiani, che ebbe esiti disastrosi: le difficoltà di gestione di una massa così grande di soldati, con gli annessi problemi di vettovagliamento, indussero i greci a disarmare i nostri (erano le dotazioni belliche ad interessare i partigiani), che finirono in un campo di concentramento - campo profughi dalle condizioni di vita durissime, alle quali i soldati riuscirono a sopravvivere solo grazie alla diaria (1/2 sterlina oro) concessa dagli inglesi.

Dopo I'armistizio sono tanti i tasselli mancanti

Di segno complementare la relazione di Elena Aga Rossi che ha cercato di affrontare il tema complessivo del comportamento dell'esercito italiano nei Balcani.
Anche qui due sono stati i fuochi d'interesse.
Da un lato l'armistizio, su cui aleggia il sospetto di un sacrificio di mezzo milione di uomini del Regio Esercito, "abbandonati" da Badoglio in nome del pragmatismo della politica; dall'altro il manifesto e cogente desiderio del rimpatrio che anima le truppe che pensano che la guerra sia finita.
Un elemento, quest'ultimo, che finisce per giocare a sfavore degli italiani, che subiscono la forza avversaria quando sono in condizioni di inferiorità e che, nei pochi casi di rapporti di forza invertiti, sono ingannati dal protrarsi delle trattative, intavolate solo per permettere il trasformarsi del quadro strategico.
Quanto alla resistenza militare italiana, secondo Aga Rossi la scelta di combattere contro i tedeschi fu determinata da motivazioni non ancora antifasciste: alla base stava il principio dell'onore militare, della difesa della patria, della fedeltà al giuramento.
Ma la relazione di Elena Aga Rossi segnala anche un aspetto trascurato dagli ultimi decenni: quello della scarsità delle fonti.
Importante procedere ad una raccolta sistematica della memoria dei testimoni (una operazione che sta intraprendendo anche la scuola superiore acquese, con il coordinamento di alcuni insegnanti), e ridisegnare con esattezza il quadro d'insieme raccogliendo tutte le fonti ufficiali.
"Manca ancora una ricostruzione complessiva delle vicende delle altre divisioni nei Balcani e - aggiunge Elena Aga Rossi - più in generale della storia dei militari nel periodo 1943-45, come parte importante della storia dell'Italia e degli italiani nel periodo di passaggio dalla dittatura fascista ad un regime repubblicano".
È l'ammissione, in fondo, che il terreno si presta ad essere infestato da mitologie e da fraintendimenti, casuali o voluti.
E proprio l'esigenza del ritrovamento della verità deve essere il punto di incontro caro a tutti coloro che sono interessati alla memoria della "Acqui".

Giulio Sardi

"Cefalonia. L'onore e la gloria", una fiction che proprio non è piaciuta.

(Pubblicato su L'Ancora del 15 e 22 maggio 2005)

 

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