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Cefalonia: i fatti e le interpretazioni

 

Sono molteplici le notizie riguardanti Cefalonia e le "derive" degli avvenimenti che videro protagonisti gli uomini della "Divisione Acqui".
Proviamo, allora, a far ordine tra i contributi originali emersi nelle ultime settimane.

Le ricostruzioni dei fatti del settembre 1943

Nell'attesa dell'uscita del film Il mandolino del capitano Corelli, tratto dal romanzo di Louis de Bernières con la regia di John Madden (si veda "L'Ancora" del 1 ottobre), un'altra opera cinematografica è in allestimento a Roma, negli studi di Cinecittà.
La casa di produzione Metropolis Film sta, infatti, girando Cefalonia per la direzione di Claver Salizzato (già sceneggiatore de Io e il re con Franco Nero, Carlo Delle Piane e Philippe Leroy, il giovane regista è stato nel 1996 ospite della 53ª Mostra del Cinema di Venezia con il documentario Sentieri Selvaggi dedicato a Sergio Leone).
Otto le settimane di ripresa effettuate, con il primo ciak battuto il 21 agosto scorso, per questa produzione che, giudicata "di interesse culturale nazionale" riceverà i finanziamenti dal Dipartimento dello Spettacolo.
In libreria, invece, fresca di stampa, è possibile trovare la ricostruzione dell'eccidio curata da Alfio Caruso. Italiani dovete morire: questo il titolo dell'opera, edita da Longanesi (pp. 309, lire 30.000), che presenta la cronaca, giorno per giorno, dei fatti successivi all'otto settembre 1943.
Alla luce di questa epopea di eroi dimenticati (così l'autore), la data di cui sopra non sembra potersi prestare alle interpretazioni di una presunta morte della patria, ma viene a stabilire il punto d'avvio (è l'idea di recente ribadita dal presidente Ciampi) di una rinascita del sentimento nazionale in ambito pluralista e democratico.
Proprio il Presidente della Repubblica, il 22 settembre, a Roma, in occasione del 56º anniversario della strage,
ha ricordato "come il consapevole sacrificio dei soldati e degli ufficiali della Divisione Acqui, frutto di un libero voto dell'intera Divisione, non fu soltanto un atto di fedeltà al giuramento e all'onore militare. Quel gesto rivelò quanto fossero vivi e forti, nella coscienza della gioventù italiana, in un momento di drammatico sbandamento delle istituzioni, l'amore della libertà e l'amore di patria".
"Quei soldati e quegli ufficiali, lasciati ad affrontare il nemico senza l'appoggio di uno Stato che s'era dissolto, gettarono con la loro scelta le fondamenta di un nuovo Stato. Sui quei valori è fondata la nostra democrazia".

Le ragioni della mancata memoria

Divisione Acqui - Foto d'epocaA un'inchiesta giornalistica si deve invece il merito di aver disvelato, questa volta, le ragioni dell' "occultamento della strage", perpetrata dai soldati della Wehrmacht, ma sulla quale - ed è dato a prima vista quantomeno singolare - fu volutamente il Governo italiano, verso la metà degli anni Cinquanta, a stendere l'oblio.
La manovra, che vide coinvolto in prima persona l'allora ministro della Difesa (e oggi senatore a vita) Carlo Emilio Taviani - proprio colui che, nel suo libro Breve storia della Resistenza Italiana non esitò a collocare i martiri di Cefalonia tra i partigiani caduti all'estero - ha avuto questo mese particolare risonanza sulla stampa italiana.
Essa ha segnalato come l'"insabbiamento" fosse stato motivato dalla necessità di favorire il riarmo tedesco (di fondamentale importanza per le strategie NATO: nell'ottobre 1956 oltretutto l'URSS stava invadendo l'Ungheria). L'eventuale istruttoria di un processo agli ufficiali tedeschi responsabili (a rinnovare Norimberga), infatti, avrebbe reso impraticabile tale progetto.
Ma come si è giunti a questa rivelazione?
Tutto ha inizio con la pubblicazione, sul numero 1/2000 di "Micromega", della corrispondenza intercorsa tra due ministri del governo Segni: Gaetano Martino (Partito Liberale, agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani (Democrazia Cristiana, come già detto alla Difesa).
Durante l'estate scorsa, poi (era il 25 luglio), fu il giornalista Franco Giustolisi, accompagnato dagli onorevoli Tullio Grimaldi e Valter Bielli (entrambi membri della Commissione Stragi) a incontrare il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della sopraddetta commissione, per consegnare una ulteriore documentazione concernente l'affossamento dei reati commessi dai nazifascisti (oltre a Cefalonia, si ricordano gli episodi sull'Appennino ligure, e poi di S. Anna di Stazzema, Fossoli, Vercano, Pietrangeri, Gubbio…) durante il periodo dell'occupazione tedesca. Le omissioni - si ipotizzò in quella occasione - pur da imputare ai procuratori generali militari succedutisi dal '45 al '74 (e la tesi è stata accolta dal Consiglio della magistratura militare) fa presupporre responsabilità primarie da attribuire al potere politico.
Ma quale?
Nel numero de "L'Espresso" del 16 novembre il senatore Taviani, pur non sottraendosi alle proprie responsabilità, afferma chiaramente di essersi uniformato "ad un indirizzo" precedente, ma nello stesso tempo ribadisce di non sapere a quale governo ascrivere la decisione del "non luogo a procedere".
Si venne, comunque, a un doppio dibattimento.
Un processo venne celebrato a Roma tra 1957 e 1960 (lo ha ricordato Mario Cervi sul "Giornale") senza giungere a conclusioni apprezzabili; un secondo (citato da Marcello Venturi su "La Stampa") venne istruito a Dortmund nel 1963: si concluse però con una generale assoluzione.

Le interpretazioni

Non tutti guardano ai fatti di Cefalonia allo stesso modo. Una carrellata di pareri sul numero di "Panorama" del 17 agosto.
Sempre in tema di oblio, Ernesto Galli della Loggia ha parlato di "eroismo della Acqui ignorato in quanto riguardante l'esercito monarchico". Egli ha ribadito come quell'atto costituisca un'eccezione al comportamento del grosso delle forze armate nazionali, che, lasciate colpevolmente senza ordini, deposero le armi dinanzi alle divisioni occupanti tedesche. Sbandato l'esercito, sopravvalutata - per contro - la Resistenza dalla storiografia di Sinistra, ecco dunque "la morte della nazione" in coincidenza con l'armistizio.
Giovanni Sabbatucci e Gian Enrico Rusconi dubitano invece sulla legittimità dell'aspirazione del grande sacrificio di massa di Cefalonia (un rito espiativo?) a diventare mito fondatore della Repubblica.
Siamo così ad interpretazioni antitetiche rispetto a quelle del presidente Ciampi, con il quale, invece, ha recentemente concordato anche Claudio Pavone che ha eletto la "Acqui", con la sua scelta, a rappresentare tutto il popolo italiano.
Esiste, poi, una ulteriore agguerrita corrente storiografica revisionista che accusa alcuni ufficiali italiani (tra cui anche Amos Pampaloni) di aver compiuto una serie di azioni da codice penale militare - rivolta continuata e insubordinazione - effettuate con lo scopo manifesto di arrivare allo scontro con le forze germaniche.
Se le iniziative intraprese nei confronti di Pampaloni, invitato a comparire dinanzi ai giudici militari con notifica vergata il data 23 novembre 1956 (il mandato è riprodotto, perfettamente leggibile, alle pagine 256 e 257 del volume miscellaneo, La divisione Acqui a Cefalonia, curato da Giorgio Rochat e Marcello Venturi, edito da Mursia, 1993) lascia aperta anche la possibilità si tratti di un estremo tentativo per riaprire il caso insabbiato (l'accusa al superstite italiano come escamotage per poi allargare un eventuale processo ai 31 ufficiali tedeschi), altri testi - si veda Massimo Filippini, La vera storia dell'eccidio di Cefalonia. Quello che gli italiani non hanno mai saputo sulla tragica fine della Divisione "Acqui", CDL edizioni, Casteggio (Pv) - contestano polemicamente la tragedia di Cefalonia quale "pagina bella" della Resistenza, parlando apertamente di un "caso di distorsione" del Codice militare, così come "di connivenza, con il ribellismo delle bande comuniste greche, di alcuni ufficiali esaltati che giunsero all'aperta ribellione nei confronti del comandante [il generale Antonio Gandin]".
Esposte le varie "letture", appare chiaro che, entrando nell'orbita della Resistenza, i fatti di Cefalonia vengano così sottoposti, come dimostrato, a un dibattito aspro e acceso che - qualora animato da onestà storiografica - può, nonostante tutto, trovare una sua legittimazione.
L'unico dato certo (quello delle vittime: 9406 su 11.700 uomini) rende però particolarmente odiose e intollerabili le strumentalizzazioni.
Sarebbe come uccidere la "Divisione Acqui" un'altra volta.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 26 novembre 2000

 

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