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Un film da immaginare: Cefalonia di Miklòs Jancsò

 

Sulla Divisione Acqui romanzi, saggi, film e una sceneggiatura (quasi) dimenticata

È destinata ad un sostanziale incremento, anche nell'anno appena iniziato, la bibliografia concernente i fatti di Cefalonia e il sacrificio della Divisione "Acqui".

Le ultime tappe della memoria

Amos Pampaloni allo spaccio di Cefalonia
Amos Pampaloni allo spaccio di Cefalonia
Dopo le rivelazioni, nell'estate scorsa, del senatore Paolo Emilio Taviani, e le polemiche innescate dal romanzo di De Bernières (riassunte ne "L'Ancora" del 26 novembre 2000), gli organi d'informazione hanno ulteriormente rilanciato l'interesse sulla vicenda.
Questo è avvenuto non solo attraverso le parole di Amos Pampaloni (alla sua storia personale sembra ispirarsi quella, romanzata, del capitano Corelli, ne Il mandolino, ormai già trasposto su pellicola), ma anche di altri reduci (come Battista Vesumini, da Ravenna, aviatore; cfr. "La Stampa" del 28 dicembre scorso); ulteriori testimonianze (ad esempio l'ultima lettera inviata dal sottotenente astigiano Piero Bigatti, uno degli undicimila settecento che non riuscirono a far ritorno dalle isole Jonie; cfr. "La Stampa" del 24 novembre 2000) hanno tenuto vivo l'interesse dei media.
Da computare, poi, i contributi di Alfio Caruso (con il volume Italiani, dovete morire, edito da Longanesi), che ha attinto a documenti inediti dell'archivio centrale delle Forze Armate (la recensione sempre da queste colonne, nel numero de "L'Ancora" del 17 dicembre).
I nuovi materiali hanno contribuito a far ulteriore luce su quei nodi della vicenda (uno tra tutti: le responsabilità dei singoli, in particolare dei graduati, nei momenti che precedettero la scelta del combattimento) che le ricostruzioni precedenti - oltre a quelle di Venturi e Rochat, da segnalare i contributi di Richard Lamb, ex ufficiale dell'Ottava Armata: cfr. La guerra in Italia (sic) 1943-45, Milano, Corbaccio, 1996 pp.175-218 - avevano già individuato.
Questo per il passato più o meno prossimo.

Sergio Romano: Cefalonia tra storia e politica

Venendo, invece, ai fatti dell'ultima settimana di gennaio, occorre registrare il passaggio, mercoledì 31, nell'edizione serale del TG5, delle prime immagini del film ispirato al romanzo di De Bernières che, prodotto dalla Miramax, ha come interpreti Nicolas Cage e Penelope Cruz (l'uscita in Italia è programmata in questa stagione cinematografica).
Domenica 4 febbraio, invece, è stato il supplemento culturale de "Il Sole 24 ore" ad ospitare l'anticipazione (Cefalonia, referendum per un massacro) di un saggio, a firma di Sergio Romano, che sarà pubblicato sul numero 1/2001 della rivista "Nuova Storia Contemporanea".
L'ex ambasciatore si interroga sulle ragioni della "riscoperta" di Cefalonia, giungendo alle seguenti conclusioni.
Negli anni Cinquanta la strage italiana era memoria scomoda (per la diplomazia internazionale e, in particolar modo, per i rapporti tra Italia e Repubblica Federale; per l'Esercito, che doveva ammettere come la situazione fosse effettivamente sfuggita di mano ai vertici militari, alle prese con palesi insubordinazioni che inducono Romano a parlare di "sovietismo").
La politica - arte, da sempre, anche di adattare la verità e di manipolarla - "congelata" la memoria per convenienza, ha determinato il recente riaffioramento: esso costituisce, per Romano, la risposta della sinistra alla tesi della "morte della patria" in occasione dell'8 settembre, un modo efficace per negare la riabilitazione di Salò.

Firme per Cefalonia

Parallelamente continua - ad Acqui e in tutta Italia - la raccolta di firme (ed Enrico Severino ribadisce in ogni occasione finalità etiche, super partes) per la petizione, da inviare alle autorità del governo della Germania.
Essa - come è ormai noto - mira al riconoscimento di responsabilità tedesche nella ingiustificabile strage di Corfù e Cefalonia, cui dovrebbero unirsi le scuse ufficiali ai parenti delle vittime.
Cefalonia secondo Jancsò
In attesa della visita a Cefalonia, programmata il primo marzo, del presidente Carlo Azeglio Ciampi (occasione che non mancherà certo di innescare nuovi dibattiti; ma forse anche speculazioni elettorali), vale la pena di ricordare, tra le fonti, anche una testimonianza dal singolare destino.
Si tratta della sceneggiatura che il regista ungherese Miklòs Jancsò (I disperati di Sandor, 1964; L'armata a cavallo, 1967; Salmo rosso, 1972; Vizi privati e pubbliche virtù, 1976) approntò, ma che non riuscì a realizzare cinematograficamente al tempo del suo primo soggiorno italiano. Nonostante la mancata produzione, il lavoro preparatorio dovette godere di un certo apprezzamento tra gli addetti ai lavori, tanto da essere citato da Rodolfo Tritapepe in uno dei manuali più utilizzati in materia di didattica filmica. Nel suo fortunato Linguaggio e tecnica cinematografica (pubblicato dalle Edizioni Paoline nel 1989 in quinta edizione), l'autore attingeva alla sceneggiatura di Jancsò per Cefalonia al fine di esemplificare i modelli di scaletta (il primo essenziale scheletro della sceneggiatura) e di trattamento (in cui si dà corpo ad una descrizione, organizzata per scene, raggruppando i punti della scaletta contraddistinti da unità di tempo e luogo).

Un film da immaginare

Da dove, secondo Jancsò, inizia la vicenda?
Dalla sala radio del quartier generale italiano a Cefalonia, cui giunge notizia dell'armistizio. Sono le 18, 15 dell'otto settembre. La notizia si diffonde nelle strade, "con scene di giubilo fra greci, tedeschi e italiani", con canti e danze e drappi alle finestre".
Il trattamento che sviluppa questo momento entra nei particolari, descrivendo le movenze degli attori.
"Un tedesco e un italiano continuano a darsi pacche sulla schiena, muti per l'emozione. Più in là tre giovani soldati coinvolgono delle ragazze in un allegro girotondo, guardati sorridendo da un gruppo di donne".
"Passa il Generale [Gandin]. Quasi nessuno lo nota, poi, riconoscendolo, un gruppo gli si fa incontro. Timidamente un giovane marinaio gli chiede se è vero che si ritorna a casa".
Scende la sera. Alle 21,30 la festa popolare è al culmine presso la Casetta Rossa (non sfugga la scelta simbolica: è uno dei luoghi dell'eccidio, in cui moriranno 600 uomini). "Militari e civili improvvisano balli regionali. Il vino scorre".
E nel trattamento: "Molti soldati sono senza giacca, altri la tengono sbottonata. Staccato dal gruppo, un soldato osserva la festa. Ha accanto, da un lato, la moglie greca che si appoggia a lui, e dall'altro due bambini. Qua e là si vedono altri militari con le loro fidanzate …".
Ma all'improvviso "alla luce dei fuochi appaiono alcuni soldati armati di tutto punto: sono le ronde. È stato proclamato il coprifuoco. Stupore. Protesta".
La gente sfolla lentamente, riformando i gruppi razziali. "Non si guardano. Hanno la testa china come se si vergognassero. I soldati si ricompongono la divisa e istintivamente si incolonnano, a passo di marcia. La scaletta, dopo un'ellissi, riprende la narrazione alle otto antimeridiane del giorno seguente.
"Soldati e ufficiali sputano su Gandin e mettono una bomba sotto la sua macchina. Alcune batterie [italiane] puntano i cannoni sul proprio quartier generale e un gruppo di ufficiali minaccia il generale, imponendo condizioni…".
Ed è a questo punto che Rodolfo Tritapepe interrompe la sua disamina (racchiusa tra le pp. 25-30 del libro).
Prima ancora del confronto con i tedeschi (inizialmente diplomatico, quindi armato), emerge la spaccatura in seno alle truppe italiane.
"Jancsò - riferisce ancora il manuale - in questi continui passaggi fra il piano dei buoni e quello dei cattivi (che egli vedeva ideologicamente uguali) avrebbe preso la decisione estetica di sfruttare il concatenarsi e il confondersi dei fatti come scelta di stile". Per lui era più importante indagare sulle distorsioni della politica sui sentimenti, che ricostruire le strategie spettacolari dell'avventura e della guerra.
Una scelta di disimpegno? Al contrario.
Forse il modo più convincente per dire che, in battaglia, l'uomo - da qualsiasi parte si schieri - non vince mai.
Forse il modo per indicare, quasi una preveggenza, che - conclusa quella storia nei modi che purtroppo sappiamo - un'altra partita si sarebbe aperta sulla gestione della memoria e dell'oblio.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora dell'11 febbraio 2001

 

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