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I caduti di Cefalonia: fine di un mito

 

Continua il dibattito su Cefalonia

Si è notevolmente acceso, negli ultimi mesi, il dibattito sui fatti di Cefalonia. E la ricchezza dei contributi rende difficile riassumere gli studi in poche righe.
Proviamo a redigerne un semplice elenco.

  • Giorgio Rochat, forse lo storico che, con Marcello Venturi, da più tempo investiga sui fatti delle Jonie (cfr. La Divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943, Mursia) ha pubblicato su "Studi e ricerche di storia contemporanea - 65" (Istituto per la Storia della Resistenza di Bergamo) un contributo dal titolo Ancora su Cefalonia, settembre 1943, che è disponibile sul web all'indirizzo http://users.libero.it/isrecbg/rivista.htme.
  • Sull'ultimo numero di "Nuova Storia contemporanea" è ricomparso, all'interno del corposo contributo I militari italiani internati nei lager del III Reich, per merito di Alessandro Ferioli, uno stralcio del cosiddetto Grande diario che Giovannino Guareschi (ebbene sì, proprio lui, l'autore di Don Camillo) allestì durante la prigionia, raccogliendo le testimonianze di alcuni reduci (due, per l'esattezza) di Cefalonia.
  • Freschi di stampa anche
    • il volume di Paolo Paoletti Il capitano Apollonio. L'eroe di Cefalonia (stampato per i tipi dei Fratelli Frilli di Genova, 19,50 euro)
    • e il volume del già tenente colonnello dell'Aeronautica Militare Massimo Filippini, I caduti di Cefalonia: fine di un mito (IBN editori, Roma).
  • Si aggiunga ancora il convegno tenuto a Bari, nei giorni 28 e 29 aprile, organizzato dalla locale Università e dall'Esercito Italiano, sotto l'alto patrocinio della Presidenza della Repubblica, e si capirà facilmente della mole dei diversi contributi (dove l'aggettivo diversi non solo indica la ricchezza degli stimoli, ma anche la contrapposizione delle letture di fatti che è un eufemismo ritenere controversi).

Per mettere ordine in questi nuovi materiali - prima ancora a cercarvi un risultato complessivo - ci sembra bene di presentarli ai lettori de "L'Ancora" ad uno ad uno. Cominciamo allora dal volume di Massimo Filippini, che ipotizza una drastica riduzione del numero dei caduti di Cefalonia e prova a spiegare perché, nel secondo dopoguerra fu necessario "inventare" il mito di un massacro senza precedenti nella storia militare.

L'ultimo saggio di Massimo Filippini

Una differenza, banale e forse aridamente burocratica, tra prima e seconda guerra mondiale riguarda la precisione dei dati.
Per la guerra del 1915 -18, il numero dei caduti è accertato con meticolosa precisione. Non solo. Per ogni soldato è possibile leggere non solo data di nascita, inquadramento, ma anche motivo del decesso e luogo. "Merito" del Fascismo, che (cfr. ad esempio il volume di Antonio Gibelli, La grande guerra degli italiani, già vincitore dell'Acqui Storia) si impadronì "retoricamente" dell'evento bellico e della sua celebrazione e che approntò, negli anni Trenta, una monumentale pubblicazione uscita sotto l'egida del Ministero della Guerra, in oltre quindici volumi, che fu poi distribuita in tanti comuni italiani.
La copia che riguarda il Piemonte, con le Province di Alessandria e Cuneo, è consultabile nella Biblioteca Civica. Impressa dall'Istituto Poligrafico dello Stato, nel 1935, fornisce l'elenco (o meglio, per esser più fedeli, "L'Albo d'oro") dei militari del Regio Esercito, della Marina, della Regia Guardia di Finanza morti e dispersi della guerra nazionale 1915-1918. E le pagine assomigliano a tante steli marmoree, inquadrate in severe cornici, in cui non manca, a destra e a sinistra, la rappresentazione - immancabile - del fascio littorio.
E allora scopri che quella era ancora una guerra "ordinata", con vittime enumerabili, poiché le più lontane bastava andarle cercare in Albania o in Macedonia, in mezzo al Mediterraneo, ma non in capo al mondo. Nessuna Russia, nessun otto settembre, nessun "scioglimento" dell'Esercito.
Altro discorso per la seconda guerra mondiale. A parere di alcuni storici (giusto Giorgio Rochat....) al numero dei caduti italiani non si può giungere che per approssimazione. È vero, i tabulati ci sono. Appartengono, ovviamente, all'Ufficio Leva del Ministero della Difesa ma dividono gli storici: c'è chi li ritiene incompleti (ad esempio, di nuovo, Rochat), e chi più che attendibili, e dunque in grado di poter dare qualche solidità in più ai computi.

I caduti di Cefalonia: fine di un mito

Tra questi c'è Massimo Filippini, che con questo terzo volumetto (IBN editori, Roma; i precedenti hanno titolo La vera storia dell'eccidio di Cefalonia, 1998; e La tragedia di Cefalonia: una verità scomoda, 2004) prova a ricalcolare i numeri della strage che una consolidata "vulgata" (e, per franchezza, va detto che quando, in occasione del gemellaggio con Argostoli, nel 1989, da queste colonne, ci interessammo per la prima volta agli eventi delle Jonie, riportammo tali numeri oggi assolutamente non condivisibili) ha provveduto a diffondere.
Per la verità le conclusioni del libro (che ha potuto godere di ampie vetrine sulla stampa quotidiana nazionale, da "Il Secolo d'Italia" ad "Avvenire") erano state largamente anticipate già nel novembre 2005 (cfr. Cefalonia 1943, guerra di numeri, su "L'Ancora" del giorno 13) quando, all'indomani della conclusione della XXVII edizione del Premio "Acqui Storia" avevamo dato modo ai nostri lettori di apprendere che circa 1700, secondo la ricostruzione di Filippini (e non novemila) erano stati i caduti italiani sull'isola.
A distanza di nove mesi, il libro ricostruisce nella sua prima parte le operazioni che portarono a quel risultato e, soprattutto, offre ulteriori probanti riscontri documentari. Già operando sull'elenco Onore ai Caduti, approntato su impulso dell'Ass. Naz. Superstiti e Reduci e Familiari dei Caduti della Divisione Acqui, e del gen. Sapielli (3860 nomi, da ridurre a 3842 per alcune duplicazioni), Filippini era giunto ad una cifra approssimata di 1629 militari morti in combattimento o per fucilazione (cui si potrebbero aggiungere - ma con opportuna distinzione - i 1300 (anche qui la "vulgata" sale a 3000) periti nell'affondamento delle navi trasporto-prigionieri nella baia di Argostoli.
Il ritrovamento, presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, di una Documentazione completa relativa ai Caduti e dispersi [...]. inquadrati nella divisione Acqui e relativi reparti (4666 nominativi, che si riferiscono a deceduti prima e dopo l'8 settembre) ha permesso al ricercatore, effettuati i vari scorpori (c'è che chi morì lontano dalle isole Jonie, chi deportato dei campi; chi passò nelle fila della resistenza greca...) di giungere alla cifra di 1647 militari morti in combattimento o per fucilazione. E questi ultimi non sono migliaia, ma un numero che potrebbe essere compreso tra le 350 e le 550 unità.

La Cefalonia "insabbiata"

Ma questa non è l'unica "scoperta" di Filippini. Che ha rintracciato anche la relazione vergata nel 1948 dal colonnello Livio Picozzi - e diretta al governo De Gasperi - in cui si evidenzia la coscienza di una "verità" assai diversa dal mito che in Italia si stava costruendo. E all'interrogativo "cosa conviene fare", il militare risponde così: [Occorre] 1 - lasciare che il sacrificio della Divisione Acqui sia sempre circonfuso da una luce di gloria; molti per fortuna sono gli episodi di valore, sia più individuali che collettivi [...] insistere sul "movente ideale" che spinse i migliori alla lotta...; 2 - non modificare "la storia già fatta", non perseguire i responsabili di erronee iniziative [e qui è facile riscontrare l'allusione ai comportamenti difficili da inquadrare e perciò controversi di Renzo Apollonio e del capitano Pampaloni] per non incorrere nel rischio che il "processo" a qualche singolo diventi il processo a Cefalonia; 3 - spogliare la tragedia del suo carattere compassionevole.
Insomma: per 60 anni fonti militari e politiche hanno calcolato in 10mila gli ufficiali e i soldati della Divisione "Acqui" uccisi dai nazisti a Cefalonia (e tutto ciò risultava da una semplice sottrazione: circa 11 uomini d'organico meno i 1286 rimpatriati nel novembre 1944) e ora si scopre una mistificazione che sembra fatta apposta per "riabilitare" il ruolo del Regio Esercito dopo l'otto settembre.
Ma non è questo il solo valore del volumetto, che riapre nuove ferite analizzando il comportamento - criminoso? O poco attento? - degli Alleati che silurarono il 18 ottobre 1943 le navi "Sinfra" e "Petrella" cariche di prigionieri italiani imbarcati dai tedeschi a Creta.
Ma interessante è anche la difesa dell'operato del generale Antonio Gandin (che per Paolo Paoletti, invece, come vedremo prossimamente, diventa l'imputato numero uno), e l'analisi del comportamento delle Forze Armate rispetto al "caso" Cefalonia, con una cronistoria che inizia nel novembre 1944 e termina difatto ai nostri giorni. Con poco onore, si direbbe, per le Autorità Militari di ieri e di oggi.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 27 agosto 2006

 

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