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Testimonianza greca su Cefalonia

 

L'opera di Vanghelis Sakkatos, inedita per l'Italia

Il romanzo storico "La Divisione Acqui", di cui è autore Vanghelis Sakkatos (Cefalonia, 1930), ha vinto nel 1993 il Premio "Auriga" dell'Anfizionìa Delfica.
L'autore, che giovanissimo partecipò alla resistenza greca sull'isola, perseguitato e incarcerato per motivi ideologici in Grecia negli anni Cinquanta, emigrò in Germania come rifugiato politico. Giornalista e scrittore, solo nel 1992 è rientrato in patria, continuando le sue ricerche sui fatti bellici di Cefalonia.
Dall'opera, portata a termine nella seconda metà degli anni Ottanta, mai pubblicata in Italia, traiamo alcune pagine nella traduzione dal neogreco del dott. Massimo Rapetti (nostro concittadino, laureato in Lettere Antiche presso l'Università di Genova). Quest'ultimo, su suggerimento del prof. Agostino Sciutto (Liceo "Saracco"), ha allestito una versione integrale del romanzo in lingua italiana in accordo con l'Autore. Manca ora solo l'attenzione di un editore per far conoscere l'opera al grande pubblico.
"L'Ancora" presenta qui alcuni passi dal manoscritto - gentilmente messo a disposizione dal dott. Massimo Rapetti - scelti e lievemente adattati per la pubblicazione sul giornale dal prof. Giulio Sardi.

Dopo l'ultimatum del 14/9/'43 alle forze tedesche

Da quel momento arrivarono a Cefalonia almeno 300 stukas e distrussero ogni città e ogni villaggio in cui vi fossero gli italiani. E, per spirito umanitario, per proteggere le popolazioni civili dalle bombe di Hitler, i comandanti dell'esercito italiano, insieme ai soldati, presero la via dei monti.
Salirono così sul Falàri, un rilievo brullo, inospitale e roccioso. Era estate, nel mese di settembre; senza acqua e senza viveri gli italiani erano esposti per tutto il giorno alla vampa del sole e agli assalti degli stukas.
Appena albeggiava arrivavano a ondate da Araxos, da Pàpas, vicino a Patrasso, e da Agrìnio; scendevano di quota e falciavano con le bombe e le mitragliatrici i militari che si trovavano allo scoperto. E questo fino a che non calava la notte, continuamente sostituiti da altre ondate.
Dal villaggio di Milio [il protagonista], che non distava molto dal luogo della carneficina, per tutto il giorno si sentiva il crepitìo e le raffiche delle mitragliatrici.
Dicevano che i comandanti delle forze italiane ribelli avessero stabilito un contatto e, comunicando con gli Inglesi in Sicilia, avessero chiesto soccorsi.
Gli Inglesi, sempre generosi di promesse, si congratularono con loro per la lotta, li esortarono a resistere ad oltranza e li rassicurarono sull'invio in breve tempo di convogli di sussistenza, navi e aerei in loro aiuto. Però, per tutta la durata di quella guerra, non si vide neppure un loro aereo, fosse pure per dimostrazione…
Al contrario la popolazione di Cefalonia e l'allora costituito EAM [il fronte di liberazione greco] dell'isola non solo offrirono tutto l'aiuto possibile agli italiani antifascisti, ma, all'interno dell'esercito italiano, la propaganda, con abbondanza di volantini scritti nella lingua dei militari italiani, costituì uno dei fattori decisivi nello sviluppo di questa vicenda.
Si diceva che il comandante delle forze italiane a Cefalonia, il generale Gandin, esitasse, e che il giorno della ribellione, il 12/9/'43, avesse tenuto un consiglio di guerra nel comando della città, dal momento che si trattava di decidere la rivolta degli italiani di Cefalonia dopo la resa di Badoglio.
Perciò la popolazione di Argostoli si raccolse numerosa nella piazza centrale della città per indurre il comando militare italiano ad una sollevazione antifascista.

Le azioni di guerra

Lo sbarco tentato dai tedeschi due giorni prima, da Lixùri ad Argostoli, era stato fronteggiato con successo dalle batterie italiane di Faraòs, Mìli di Kùtavos e di Aghìa Barbara. Vi avevano preso parte anche dei mitraglieri greci dell'EAM. Alle due del mattino del 16/9/'43 seguì la resa delle forze tedesche di Argostoli, con 500 prigionieri e il successivo suicidio del loro comandante. Il totale dei tedeschi morti ad Argostoli in questi scontri ammontò a 250 e i feriti a 70.
Dopo la scadenza dell'ultimatum italiano e la sua proroga chiesta dai tedeschi, questi ultimi diedero il via ad uno spietato bombardamento aereo di tutte le postazioni italiane sulle colline di Argostoli, causando gravi perdite. I tedeschi avanzavano un po', erano affrontati dai soldati e dai marinai italiani, e si ritiravano nuovamente.
Seguì il già citato tentativo di sbarco dei tedeschi di Lixùri, fallito e conclusosi con la suddetta resa dei tedeschi di Argostoli. Anche il presidio tedesco di Lakìthra, composto da 75 uomini si arrese agli italiani.
I giorni che seguirono possono essere definiti come la seconda fase. Si susseguirono tanto violenti bombardamenti dell'isola e delle postazioni italiane da parte dell'aviazione tedesca, quanto sbarchi di rinforzi tedeschi.
In seguito gli italiani si trasferirono sul massiccio montuoso del Falàri, occupandone gli accessi al Pìlaros, a Davgàta e a Fàrsa. Intanto, in conseguenza dello spietato bombardamento con ordigni incendiari, erano stati distrutti interi quartieri di Argostoli, bruciati e ridotti in ruderi il teatro invernale e alcune storiche chiese. Lo stesso accadde anche ai vicini villaggi.
Gli aerei tedeschi sganciavano pure grandi quantitativi di volantini che, nella loro lingua, invitavano gli italiani ad arrendersi e ad andarsene a casa; diversamente sarebbero stati annientati.
Continuarono numerosi gli sbarchi tedeschi e dopo il 20 di settembre incominciò la terza fase del conflitto con un ben congegnato piano di accerchiamento.
L'avanzata tedesca proseguiva: a Rizovùni sul Falàri si svolse una grande battaglia; il 21 di settembre, con una manovra avvolgente, i soldati germanici arrivarono fino a Dilinàta, dove si scontrarono con le batterie degli italiani antifascisti comandate da Ambrosini e Pampaloni, che in collaborazione con l'EAM diedero vita a duri scontri in cui morirono anche due partigiani della stessa organizzazione.

Le fasi dell'eccidio

I tedeschi trucidarono tutti gli italiani delle due batterie che si arresero e avanzarono occupando un paese dopo l'altro. A Fàrsa da parte italiana fu opposta una potente resistenza e la battaglia che seguì procurò perdite su entrambi i fronti; al termine gli italiani cedettero e i tedeschi avanzarono nella zona di Argostoli, catturando dei prigionieri italiani e uccidendoli senza tregua. Il 22 settembre, a Keramiès, un villaggio del Livathò, fu firmata dal comando italiano la resa incondizionata. E il maggiore tedesco Harald von Hirschfeld, con un suo ordine, accordò ai suoi assoluta libertà d'azione, a piacere, per 48 ore. "Le prossime quarantotto ore sono a completa disposizione dei tedeschi, senza restrizioni". E gli "eroi" della divisione Edelweiss si scagliarono con sacro furore sugli indifesi prigionieri italiani, sterminandoli in massa con ogni mezzo. Tutte le valli, i dirupi, le pianure e gli altipiani, da Argostoli fino ad Aghiathimià, si trasformarono in macelli collettivi. Qui, degli uomini annientati moralmente e fisicamente, ipnotizzati e inerti, andavano in massa all'inferno, senza neppure la reazione di gruppo. La Fossa del Sorcio, tra Fàrsa e Faraklàta, si riempì di cadaveri.
Le stragi di prigionieri italiani avvennero su larga scala anche nei paesi. A Troianàta gli aguzzini appiccarono il fuoco al mucchio di cadaveri e l'aria s'appestò per l'odore di carne umana bruciata. Col permesso degli assassini, gli abitanti gettarono nei pozzi i cadaveri semi bruciati e li ricoprirono di terra.
Il 24/9/1943, in una grotta alle falde della collina ad Aghii Theodòri, i carnefici di Hitler giustiziarono gli ufficiali italiani che tenevano prigionieri, per vendicare la sconfitta subita in quella località il 15 di settembre.
Ne uccisero 186 fino alle 11, ora in cui scadevano le quarantott'ore. Lo scoccare di questo termine decretò la sopravvivenza di 39 persone. Allo spuntar del giorno li conducevano laggiù e li giustiziavano a piccoli gruppi.

Il ricordo di chi vide

Parla la signora Paraskevi Patratu-Kanghelari.
Testimonianza raccolta da Vanghelis Sakkatos.
Ciò che ricordo e che per me rimarrà indimenticabile fu quando il 19 ottobre 1943 partimmo dal mio paese, Patrikàta, in compagnia di altre ragazze e di donne già avanti negli anni, per andate in pellegrinaggio, il 20 di ottobre, festa del Santo, al santuario di Ai Gheràsimos ad Omalà. Attraversammo il Falàri e giungemmo vicino al Monodèndri. La nostra grande sorpresa, e senza dubbio anche grande paura, furono gli uccelli che sentivamo gracchiare, ossia i corvi. Si vedeva che stringevano qualcosa nel becco come se fosse una fune. Ecco ciò che ci impressionò. Sul ponte notammo un centinaio di uomini, centocinquanta forse, non saprei con esattezza. Quegli uomini erano stati uccisi ed avevano un colore rosa acceso, proprio come i porcellini arrostiti allo spiedo. Alcuni erano completamente nudi, altri avevano ancora qualcosa addosso. Sembrava che i tedeschi li avessero condotti sul ponte - si trattava certamente di italiani - li avessero disposti sul bordo, come dire, sul muraglione del ponte, e li avessero uccisi a colpi di mitragliatrice. Proseguimmo salendo e vedemmo di nuovo lo stesso spettacolo. Ma ciò che ci meravigliava era il fatto che quegli uomini avevano un colorito rosa e sicuramente puzzavano già, ma gli uccelli non li mangiavano.
Incontrammo pure un contadino di quella zona: costui ci disse che i corvi non mangiano la carne degli uomini. Mangiano solo le viscere e gli occhi. E davvero, quello che ci era parsa una fune, erano le loro interiora che gli uccelli portavano in alto tirando fin dove arrivavano le viscere della persona.
Arrivammo sul Monodèndri. C'era una vecchia capanna. Ci dissero che dentro gli italiani avevano una farmacia. Là scorgemmo moltissime carte. Ci chinammo a raccogliere queste carte cui ho accennato. E vedemmo donne, coppie di sposi, bambini, famiglie…
Nel momento preciso in cui avvenne la resa, quando gli aerei piombarono loro addosso uccidendone la maggior parte, sembrava che gli italiani avessero tirato fuori le fotografie per dare un ultimo saluto alle loro famiglie…
Più tardi, al paese di Dilinata, cercammo da bere.
Il padrone di una cisterna ci disse così: "Qui la cisterna non si apre perché è piena di cadaveri".
"Che cadaveri?", chiedemmo.
"I cadaveri degli italiani che vi hanno gettato i tedeschi" disse.

Pubblicato su L'Ancora del 24 ottobre 1999

 

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