L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Tra marosi e nebbie una memoria per Cefalonia

 

La testimonianza di un sopravvissuto

Dopo esserci avvalsi nel 1999 della testimonianza, inedita per l'Italia, di Vanghelis Sakkatos (autore del romanzo storico La Divisione Acqui, disponibile nella traduzione curata dal prof. Massimo Rapetti), e nel 2000 - cortesemente autorizzati da Marcello Venturi - di alcune pagine tratte da Bandiera Bianca a Cefalonia, il settimanale "L'Ancora", in occasione della XXXIV edizione del Premio "Acqui Storia", torna a presentare ai suoi lettori un contributo utile alla ricostruzione dei tragici fatti delle Isole Jonie.
Si tratta del diario di Mariano Barletta, intitolato Tra marosi e nebbie. Memorie di un sopravvissuto all'eccidio di Cefalonia.
Il testo alimenta la memoria dei giorni dell'autunno 1943, - recentemente ricordati anche dalla stampa nazionale e internazionale a seguito dell'intenzione, da parte del procuratore di Dortmund, di riaprire il processo per l'eccidio - attraverso una testimonianza diretta.
Da questa proponiamo la parte iniziale, corrispondente alle pp. 72 e 73, del settimo e ultimo capitolo, dal titolo "Fuggiasco".
Esso, collocandosi cronologicamente dopo i giorni della battaglia di Cefalonia e dopo le esecuzioni di massa, narra della odissea intrapresa da alcuni superstiti per mettersi in salvo.
Edito dal Elio Barletta, Tra marosi e nebbie è disponibile online (dall'aprile 2001) sul sito www.anpi.it.
È questa la fonte alla quale rimandiamo i lettori che volessero fruire del testo (scaricabile gratuitamente) nella sua integrità.

Mariano Barletta,
Tra marosi e nebbie

Mancava forse un quarto d'ora alle tredici di quel sabato 9 ottobre quando, dato mentalmente l'addio a quella cadente dimora che ci aveva dato asilo in un grave momento della vita, ci avviammo per un sentiero che dall'alto di Spilea conduceva alle case di Argostoli abbarbicate alla collina e quindi alla strada che costeggia la baia. La nostra guida che ci precedeva, perché non era prudente andare in gruppo, aveva raccomandato di avere un fare disinvolto e di lasciare a lui la cura di rispondere, qualora qualcuno ci avesse rivolto la parola.
Dopo aver imboccato, con De Angelis poco discosto alla mia destra, il lungo ponte che unisce le due sponde opposte della profonda insenatura, quella occidentale sulla quale sorge la città e quella orientale ove trovasi il cimitero, vidi venire da lontano, in senso opposto, un ufficiale tedesco che, montando un cavallo che procedeva al passo, squadrava i pochi viandanti.
Mi sentii come attraversato dalla testa ai piedi da un'improvvisa corrente elettrica, tuttavia riuscii a dissimulare il pavido stato d'animo e, continuando a camminare alla maniera dei contadini locali, raggiunsi e lasciai alle mie spalle il cavallo ed il suo cavaliere.
Rinfrancatomi dell'incontro poco gradito, notai un uomo dimessamente vestito, con la barba non rasata da parecchi giorni ed un liso cappello calzato fin sulle orecchie; egli che ci precedeva di un buon tratto, dopo averci fugacemente scrutati girandosi all'indietro, giunto quasi all'estremità del ponte ritornò sui suoi passi e nel passarmi vicino, sulla sinistra, fissandomi disse: "Salutami Pampaloni."
Io non sapevo chi fosse colui che mi dava siffatto incarico, né sapevo chi fosse il destinatario dei saluti e, tutto intento ad allontanarmi al più presto da quei luoghi, non mi curai di appurarlo, ma più tardi, terminata la marcia estenuante tra due opposte sponde dell'isola, seppi che l'uomo dalla testa seminascosta dal cappello era il capitano Renzo Apollonio e l'altro il capitano Amos Pampaloni, entrambi in particolar modo invisi ai tedeschi perché colpevoli di avere ordinato alle rispettive batterie di aprire il fuoco contro le due motozattere apparse all'imboccatura della baia, poco dopo l'alba del 13 settembre.
Evidentemente, il capitano Apollonio era già in contatto con i partigiani dell'E.L.A.S. perché soltanto così poteva essere informato del giorno e dell'ora del nostro passaggio sul ponte, diretti dove già si trovava il capitano Pampaloni.
Giunti sulla sponda orientale della baia, ci avviammo verso il posto di blocco nei pressi del cimitero; i tedeschi, intenti alcuni a consumare il rancio, altri a sgrassare la gavetta ed altri ancora a concedersi un po' di siesta, non fecero caso a noi che uscivamo dalla città e potemmo così, indisturbati, prendere la strada che si snoda fra i monti che si elevano nella regione centrale dell'isola.
Il giovine sottufficiale procedeva agile come una gazzella e noi a tenergli dietro, taciturni e preoccupati di non farci distaccare.
Si andò avanti così per un bel po' di tempo, forse tre ore, forse anche più, quando si giunse ad una breve ridente spianata inondata di sole occiduo ove un vecchio, in beata solitudine, se ne stava seduto ad un masso poco lontano da una piccola sorgente.
A schivare il pericolo che ci rivolgesse la parola, la nostra guida, senza indugio, gli si avvicinò e, dopo il rituale kalispèra, intavolò con lui una serena discussione su questo e su quello onde non dargli il tempo, anche se lo avesse voluto, di rivolgersi a me o a De Angelis.
Riuscimmo così, senza rivelare la nostra identità, a dissetarci ed a riprendere poco dopo il cammino.
A misura che si andava avanti, il sentiero sul quale c'inoltravamo era sempre più aspro, poi l'aria pura dei monti cominciò a rivelarsi man mano inquinata da un lezzo nauseabondo finché fu necessario, per quanto possibile, otturare con la mano le narici e la bocca.
Stavamo attraversando un terreno ove, dopo essersi strenuamente difesi, i superstiti dei nostri reparti erano stati passati per le armi: i cadaveri giacevano qua e là, come li aveva colti la morte, non avevano alcunché di sembianza umana; secondo gli ordini impartiti dall'alto comando germanico, gl'italiani morti a Cefalonia, essendo caduti da ribelli badogliani, non avevano diritto a sepoltura e così i corvi, che gracchiando volteggiavano su quei poveri resti, da più settimane avevano di che saziarsi al macabro banchetto.
Venuti fuori da quell'aria irrespirabile, col nostro passo spedito raggiungemmo alcune donne che, dissimulando bene lo sforzo fisico, trasportavano ciascuna una grande cesta, tenuta in bilico sulla testa con grande maestria, e, pur essendo coperte accuratamente da stracci, non tardammo a capire che contenevano armi automatiche e munizioni che, rimaste abbandonate su quel campo di battaglia accanto alle salme dei nostri soldati, venivano raccolte per poi distribuirle ai partigiani.
Verso sera, già abbastanza provati dal lungo cammino, all'improvviso vedemmo venir fuori dal verde di un campo ai bordi della strada, un uomo, un partigiano con una raffazzonata divisa militare e tanto di barba che gli conferiva un aspetto alquanto truce, il quale, scambiato con la nostra guida alcune parole per noi incomprensibili, ci lasciò tranquillamente proseguire; seppi poi che, noto come capitano Fortuna, aveva una certa rinomanza per alcune azioni di guerriglia abilmente condotte contro i tedeschi.
Le ombre erano già fitte quando finalmente giungemmo a Pillaros ove fummo ospitati in una villetta rustica seminascosta da un'alta vegetazione: era il principale covo dell'E.L.A.S. nella regione nord-occidentale di Cefalonia.
Dopo i tanti disagi e le molte apprensioni, che avevano reso così dure le giornate trascorse a Spilea, il trovarsi in una vera casa tra le compiacenti ombre di alberi frondosi e di mura di cinta coperti di erbe rampicanti, diede a me e De Angelis l'illusione di avviarci finalmente verso giorni migliori.
Fu soprattutto confortevole dormire su qualche cosa di meno duro della nuda terra e la certezza che non ci sarebbe mancato il minimo da mettere quotidianamente nello stomaco.
Accolti con cameratismo in quel rifugio che si poteva ritenere sicuro, perché lontano dalle strade prevalentemente frequentate dai tedeschi, presto familiarizzammo con gl'italiani ed i greci che vi si trovavano, in attesa che si verificassero le condizioni favorevoli alla ripresa di un cammino furtivo,verso questa o quella meta più lontana e rischiosa.
A dare da mangiare alle tante persone che generalmente sostavano alcuni giorni ed a regolare ogni altra cosa attinente la loro convivenza, provvedevano con garbo e discrezione alcune giovani donne che, spinte dal desiderio di contribuire alla liberazione del paese, non avevano esitato ad arruolarsi nell'E.L.A.S.
Quella sera stessa il capitano Pampaloni, venuto a conoscenza del terrificante momento da noi vissuto tra la vita e la morte, ci raccontò come anche lui fosse redivivo per circostanze eccezionali.
Sopraffatto con i suoi uomini, dopo che la batteria aveva sparato gli ultimi colpi, un burbero ufficiale tedesco lo allontanò dagli altri superstiti, gli tolse la cintura di cuoio che gli reggeva i calzoni ed ordinatogli di camminare, da tergo gli sparò un colpo di pistola alla nuca che, come un perfetto pugno sferratogli da un pugile, lo fece stramazzare disteso con la faccia al suolo; cominciò a scorrere il sangue ma il proiettile, vero miracolo, gli aveva attraversato soltanto il muscolo cutaneo del collo senza ledere organi vitali e quando, di lì a poco, un soldato tedesco andò a levargli l'orologio dal polso, di nulla si accorse.
Nella notte dormii grosso ed il giorno seguente mi rinfrancai ancora meglio in piena tranquillità, ma il lunedì 11 ottobre, la convinzione che sempre più si radicava in me di essere ormai lontano dal pericolo di una seconda cattura, bruscamente fu scossa e per un po' temetti di ricadere tra le grinfie dei tedeschi.
Si era nelle prime ore del pomeriggio, in una solenne quiete agreste ed assolata, ed eravamo riuniti in una stanza prossima all'ingresso, quando arrivò trafelato un greco e, senza tanti preamboli, avvertì che un autocarro carico di tedeschi dirigeva verso il nostro rifugio.
A questo, una delle donne che sembrava avere una più alta funzione direttiva, concitatamente ci esortò a disperderci subito per i campi e tutti noi, usciti precipitosamente all'aperto, c'involammo in tutte le direzioni come piccioni spaventati da un improvviso batter di mani.
Attraversai la strada che in quel punto faceva gomito e con il fiato grosso mi inerpicai fra gli arbusti di una collinetta fino a quando, esausto, fui costretto a fermarmi.
Tutto nascosto nel verde sollevai la testa e guardai intorno: poco lontano c'era il capitano Pietro Bianchi e più in là il tenente Evardo Benedetti, due ufficiali ricercati con particolare impegno dai tedeschi perché, dopo aver avuto una parte di primo piano, alla testa dei loro soldati, nel vittorioso scontro del 15 settembre per il possesso di Cima Telegrafo, avutasi la nostra disfatta, avvalendosi entrambi di una lieve indisposizione, si erano fatti ricoverare nell'ospedale militare nella speranza di sfuggire così alla spietata rappresaglia, ma una notte, avuto sentore che di lì a poche ore sarebbero stati condotti davanti al plotone di esecuzione, eludendo abilmente la vigilanza delle sentinelle tedesche, si resero irreperibili e ciò, naturalmente, aveva fatto erompere nuovo furore teutonico.
"Non mi faccio prendere vivo." - disse il capitano Bianchi scorgendomi -"Ho con me due bombe …"
Io che in tutta quella tragica odissea non avevo avuto a mia difesa neanche un temperino, rimasi muto pensando che se i tedeschi avessero rastrellato i dintorni della villetta, per me, in un modo o nell'altro sarebbe stata la fine.
Seguirono minuti di angosciosa attesa poi, tra il frinire delle cicale, udii il rombo di un motore sempre più distinto ed infine comparve l'autocarro che, per fortuna di noi tutti, tirò oltre: evidentemente i tedeschi non sospettavano che in quella rustica villetta trovassero rifugio i greci e gli italiani attivamente ricercati. (A cura di Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora il 21 ottobre 2001

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]